C'è un concetto che vorrei passasse a qualsiasi costo attraverso questo articolo, ma è un qualcosa che temo possa sfuggire nei miei (pochi) lettori se ne scrivessi subito e apertamente

Per questo voglio cominciare questo articolo in un modo piuttosto inusuale, ossia con una sfida: scommetto che avete visto almeno un film di Quentin Tarantino, dunque procuratevi qualcosa per scrivere o aprite un file di testo, fatto questo prendetevi un minuto e appuntate, in qualche parola, cosa pensate dei suoi film riguardo al suo uso delle inquadrature, della fotografia e dei colori.
Fatto questo, continuate a leggere. Capirete il perché alla fine dell’articolo.

Una storia di pregiudizi

Castelli, vampiri, spettri, case abbandonate. Cosa aspettarsi da un’opera Gotica fa parte ormai dell’immaginario collettivo, come è facile per un italiano associare tutto questo a chi è nato tra le nebbie londinesi, nel New England americano, nelle terre di Valacchia, e considerarlo Maestro per diritto di nascita. Ma ci sono stati italiani che si sono difesi bene.
Il filone Gotico italiano è, per diversi motivi, un piccolo miracolo di cui andare fieri. Nonostante la scarsità cronica di mezzi e riconoscimenti da parte di pubblico e critica nostrani, nella quasi totalità delle opere riconducibili al genere sono presenti elementi di stile e originalità tali da aver reso anche i film minori delle vere perle, in grado di influenzare anche le produzioni estere per i decenni a venire.
A differenza di altri filoni molto più fortunati, però, il Gotico italiano è sempre stato snobbato dalla critica e dal pubblico nostrano. È un genere che non ha nemmeno potuto contare su un capostipite italiano di successo che abbia convinto pubblico e registi a cimentarsi nella sua produzione, come fu per esempio “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, che diede i natali allo Spaghetti Western.
Il Gotico italiano si rifà più al successo di produzioni straniere come quelle della Hammer e della Universal, e soprattutto a “Dracula” di Terence Fisher del 1957. Fu questo film, infatti, il motore per la realizzazione di quello che è stato il primo film gotico italiano: “I Vampiri” di Riccardo Freda.

I Vampiri di Freda

Siamo alla fine degli anni cinquanta. All’estero il genere Fantastico a sfondo Gotico furoreggiava, mentre il cinema italiano stava uscendo dall’esperienza neorealista dei vari Rossellini e De Sica, in cui il verismo verghiano la faceva da padrone assoluto. In questo contesto, realizzare un film a tema Gotico e Fantastico, ossia l’esatto contrario, era semplicemente impensabile.
Nessuno avrebbe mai scommesso che un regista italiano sarebbe stato in grado di girare un film come il “Dracula” di Terence Fisher, ed è proprio per una scommessa di questo tipo che nacque il primo film Gotico italiano.
Freda disse ai suoi produttori che sarebbe stato in grado di farlo e in pochissimo tempo. Voleva dimostrare che gli italiani, maestri dell’avventuroso, avrebbero potuto essere maestri anche nel fantastico. I produttori accettarono la sua sfida e Freda girò dunque “I Vampiri”, ma il suo carattere litigioso lo portò a scontrarsi più volte con la troupe e ad abbandonare la regia a film quasi ultimato, lasciando che fosse Mario Bava (all’epoca direttore della fotografia) a concluderlo girando le parti di raccordo e quelle a matrice poliziesca. Il film uscì nelle sale nel 1957, a brevissima distanza dal film di Fisher.

Nomen est omen

“I Vampiri” non fu un successo, fu anzi decisamente snobbato dal pubblico nazionale. A riguardo, anni dopo Freda sostenne (probabilmente a ragione) che il motivo fu il puro pregiudizio. Per sostenere la sua tesi raccontò che si fermò davanti a un cinema in cui veniva proiettato il film, a Imperia. I manifesti, molto belli e attraenti, catturavano l’attenzione dei tanti passanti. Ma quando la gente si fermava a leggere e notava che il regista aveva un nome italiano se ne andavano immediatamente, sostenendo più o meno che “tanto gli italiani questi film non li sanno fare”.
Da quel momento capì che un italiano che volesse affrontare questo genere era obbligato a usare uno pseudonimo, sia per sé che per tutti gli attori italiani, in modo da nascondere completamente l’origine nazionale dell’opera. Fu così che Freda iniziò ad accreditarsi come Robert Hampton, cosa che già di per sé lo aiutò ad avere più successo. Molti altri attori e registi seguirono le sue orme trovandosi un nome anglofono: Antonio Margheriti divenne Anthony M. Dawson, Massimo Pupillo si firmò come Max Hunter e così via.
L’unica eccezione all’uso dello pseudonimo fu proprio Mario Bava, che a parte “La frusta e il corpo” (firmato come John M. Old) si presentò sempre col suo nome per tutta la carriera. In effetti Bava fu il primo nome di davvero di spicco dell’horror del bel paese, da sempre considerato una sorta di Hitchcock all’italiana, anche perché aveva un nome foneticamente associabile al genere da parte del pubblico.

La Maschera del Demonio

Mario Bava, per l’appunto. L’abbiamo lasciato come direttore della fotografia ne “I Vampiri” di Freda, film per il quale non venne accreditato alla regia nonostante le parti che filmò da solo per concludere il film. Stessa sorte gli toccò nel 1959 quando dovette portare a termine “La battaglia di Maratona” di Jacques Tourneur. Per sdebitarsi di quest’ultima prestazione, i produttori decisero di affidargli la regia del suo primo lungometraggio: “La maschera del Demonio”, liberamente tratto dal racconto “Vij” di Gogol. Con questo film, tra l’altro, non è solo Bava a esordire. A lui va anche il merito di aver “scoperto” Barbare Steele, attrice di un magnetismo e di un talento tale che ne faranno un’icona dell’horror italiano ed estero per gli anni a venire.
Il film uscì nelle sale nel 1960. Fu il secondo horror italiano, il primo compiutamente “gotico” e uno dei più famosi del genere. Uno dei pochi film nostrani che riuscì a fare successo all’estero, molto più di quanto non ottenne in patria.
Con questo film Bava, oltre ad avviare una prospera carriera come “maestro del macabro”, gettò le basi di quel che sarebbe stato tutto l’immaginifico del Gotico italiano e delle tematiche che l’hanno reso unico.

Le tematiche

Quali sono, dunque, queste tematiche che rendono il Gotico italiano diverso da ogni altro?
Il gotico italiano attinge sia al repertorio classico del Gotico anglosassone quanto al romanzo d’appendice (feuilleton) di dramma sentimentale italiano. Ritroviamo diversi aspetti di autori come Carolina Invernizio, autrice mai veramente apprezzata dalla critica ma nota per lavori come “Il bacio di una morta” (1889), “La sepolta viva” (1896) e altre opere di questo genere.
Oltre a questo, il Gotico italiano presenta alcune caratteristiche peculiari difficilmente riscontrabili in altri filoni horror/gotici e di assoluta avanguardia per l’epoca, la maggior parte dei quali ravvisabili già a partire da La maschera del Demonio di Bava.
La caratteristica che più distingue il Gotico italiano, sia dagli altri horror che dal gotico estero a esso contemporaneo, è probabilmente quella della donna malvagia: vampire, streghe, diavole e donne fantasma sono le protagoniste indiscusse di tantissimi film gotici italiani, veri monumenti alla cattiveria femminile.
È difficile trovare figure di donne-mostro tanto efficaci e originali quanto quelle italiane. Per esempio, nel cinema americano il vampiro era quasi sempre un uomo e, se apparivano vampire, lo facevano come sue effimere comprimarie. Già ne “La maschera del Demonio” la malvagia strega Asa domina il suo compagno-vampiro Javutic, mentre ne “L’amante del vampiro” (“The Vampire and the Ballerina”, Renato Polselli, 1960) la protagonista è una vampira che tiene addirittura come succube schiavo il vampiro maschio con il quale ha una sorta di rapporto sadomaso.

Il doppio e l’erotismo

Altro tema ricorrente è quello del “doppio”, come già nell’espressionismo tedesco, qui presente ancora una volta a partire da “La maschera del Demonio”, col binomio tra la strega Asa e la sua discendente Katia (entrambe interpretate da Barbara Steele), o ne “I Vampiri” di Freda dove Gianna Maria Canale interpreta la giovane e bella Giselle e la vecchia Marguerite, in realtà la stessa persona. Una delle caratteristiche più all’avanguardia, comunque, è certamente la forte componente sessuale di tante realizzazioni.
I film Gotici italiani furono veri pionieri in questo, tra i primi a portare sullo schermo rappresentazioni all’epoca scabrose come rapporti lesbo e sadomaso ed elementi morboso-sessuali espliciti. La morbosità era accentuata specialmente nei personaggi femminili, e sono celebri le scene saffiche tra Barbara Steele e Margarete Robsahm in “Castle of Blood” (1964, Antonio Margheriti), mentre il film “La frusta e il corpo” di Bava è completamente incentrato su un rapporto sadomaso tra la protagonista e il suo amante (Cristopher Lee).
L’audacia dei temi, ovviamente, rischiò di portare diversi problemi in un’epoca in cui la censura era molto più influente di quanto non sia oggi, nonostante si dia ancora un bel da fare. Tematiche di questo genere non avrebbero mai passato le ghigliottine della censura, se non fosse che si trattava di film horror. Dato che i film di questo genere venivano vietati ai minori a prescindere, spesso le commissioni censura nemmeno li guardavano e i registi erano liberi di mettere ciò che volevano. In “L’ultima preda del Vampiro” di Piero Regnoli vediamo accenni che arrivano ad anticipare il cinema horror-erotico di Jean Rollin. In alcune opere poi, come “L’orribile segreto del dr. Hichcock” di Freda (1962), si va oltre trattando il tema della necrofilia.
Altro importante tema del Gotico Italiano è quella della bellezza perduta. In “Amanti d’oltretomba” di Mario Caiano (1965), così come in tanti altri, un tema ricorrente è quello della ricerca della bellezza perduta. Spesso, donne invecchiate o sfigurate sono assistite da dottori disposti a tutto pur di restituir loro la bellezza originaria. Se nei film europei d’oltralpe il tema aveva spesso una radice affettiva (per esempio in “Occhi senza volto” di Georges Franju, dove un chirurgo tenta di ridare un volto alla figlia sfigurata in un incidente avvenuto per sua colpa), nei film italiani il motivo è spesso passionale. In “Seddok l’erede di satana” di Anton Giulio Majano, il dottor Alberto Levin si innamora perdutamente di Jeanette, una ballerina rimasta sfigurata. Trasformandosi egli stesso in mostro tramite un siero, caccia altre donne per ottenerne un siero più sviluppato in grado di restituire (temporaneamente) la bellezza a Jeanette.

Il suono della paura

Un ultima parola va spesa per le musiche. Così come accade nello spaghetti western e in altri generi, dove le colonne sonore create da artisti del calibro di Ennio Morricone sono divenute quasi dei classici, anche nel gotico italiano la musica riveste un ruolo molto più importante rispetto ai film stranieri dello stesso genere.
Nel Gotico italiano la musica ha una valenza catalizzatrice nei confronti delle vicende, e sottolinea tutte le sequenze in chiave molto melodrammatica. Ne “La frusta e il Corpo”, le sequenze sadomaso sono sottolineate da una musica romantica e avvolgente, mentre ne “La maschera del Demonio” timpani e ottoni sottolineano i momenti più cupi e spaventosi come l’esecuzione di Asa nei primi minuti o il risveglio di Javutic. La musica non è più un semplice accompagnamento, ma diviene uno strumento in più per terrorizzare lo spettatore e assume una valenza ben maggiore rispetto al mero sottofondo di produzioni come quelle della Hammer.

Nemo propheta in patria

Il Cinema Gotico italiano, attraverso i suoi stilemi, i suoi registi sopra le righe e i suoi attori ha dato tanto sia al Cinema italiano che a quello mondiale. Resta soprattutto un esempio di quanto opere di italiani possano essere bistrattate e semi-dimenticate in patria nello stesso tempo in cui venivano osannate all’estero. Ma non è il solo.
Registi americani, spagnoli, francesi attingono da decenni a ciò che i Freda, i Bava, i Margheriti hanno saputo creare con poco o niente, e oggi vengono osannati da italiani che magari non hanno nemmeno idea che un’inquadratura, una fotografia, una sequenza che a loro pare frutto del genio straniero sia in realtà un omaggio al nostro stesso cinema.
Il Gotico italiano è un cinema che sarebbe da riscoprire, apprezzare e coccolare in un’epoca in cui l’esterofilia è il principale problema che gli artisti legati al fantastico devono affrontare giorno dopo giorno per poter essere riconosciuti, in patria, come italiani capaci di rappresentare il fantastico così come gli stranieri.
Se non avete mai visto un film Gotico italiano, fatelo. E affinché questo concetto vi resti nella mente, nella speranza che non siate saltati direttamente a questa parte, vi chiedo dunque di recuperare il biglietto che vi ho chiesto di scrivere all’inizio di questo articolo e di rileggerlo alla luce di questa citazione:

Lo dico apertamente: dietro ogni mia inquadratura c’è un film di Mario Bava, che per me è più grande di Hitchcock; sono un suo grande fan, il mio uso del colore è totalmente rubato da lui, anche se non lo faccio altrettanto bene.
Quentin Tarantino