Sergio Marchionne non mi piace, inutile negarlo. Intendiamoci non ho nulla di personale contro di lui, semplicemente disprezzo profondamente il suo modo di intendere il lavoro che fa e quello dei suoi dipendenti. Si da un gran da fare per presentarsi come l’uomo della provvidenza, il salvatore di una azienda che va lasciato lavorare libero da qualsiasi vincolo, perché lui sì che sa cosa va fatto. Ci vuole modernità, flessibilità, disponibilità e un aumento vertiginoso della produttività. Per produrre di più, sì, ma per vendere a chi? Mah! Un atteggiamento simile (da padrone alla vecchia maniera), in un uomo nella sua posizione, sarebbe anche comprensibile, ma resta comunque deprecabile. Il suo peccato meno grave, tanto per cominciare, è lo stile: non ce l’ha. È inevitabile paragonarlo ai suoi predecessori e, in particolar modo, all’avvocato Gianni Agnelli: era uno squalo, intendiamoci, ma possedeva quelle qualità umane che gli permettevano di trattare con la gente. Marchionne non tratte, impone ultimatum e questo possiamo pure concederglielo – ricordiamoci che, nella sua concezione di azienda, lui è il padrone e i lavoratori non sono diversi dai macchinari: quando servono si accendono, quando non servono si spengono –, ma non è detto che debba per forza piacerci. Io, scusate se mi ripeto, lo trovo disprezzabile.

Il filosofo Marchionne non cerca l’uomo come faceva Diogene di Sinope, a lui interessano solo i numeri. L’azienda come impresa la cui finalità è garantire il benessere sociale? Concetti superati, fuori moda. Oggi c’è il mondo moderno e la globalizzazione che, in parole povere, significa: imprenditore, vai a sfruttare dove ti costa di meno e dove non puoi cerca di costringere i poveracci a farsi sfruttare. Non dico che Marchionne consideri poco le risorse umane, dico semplicemente che le considera secondarie rispetto ai numeri. Ma quali sono questi numeri? Sono i milioni di euro di investimenti sulle fabbriche Fiat italiane (investimenti su cosa? Modelli nuovi di auto? Nuove tecnologie di produzione? Non lo sa nessuno, Marchionne non risponde a domande così indiscrete….) a patto che si accettino le condizioni dell’azienda: o prendere o lasciare. I numeri sono il calo imbarazzante di vendite in Europa (-17%) delle vetture Fiat. I numeri sono tutto quello che resta di un’azienda svuotata della propria identità (Fiat è ancora italiana?). Non c’è altro se non un numero impressionante di dipendenti che oggi devono pagare il conto sulla propria pelle come se dipendesse da loro il destino dell’Italia e non da una classe politica che si fa solo i fatti propri e del Paese se ne frega altamente. Persone, famiglie che devono sottostare alle minacce del loro “padrone” di andarsene all’estero lasciandoli a fare la fame. Ma queste cose non interessano al filosofo Marchionne e non interessano neppure al governo italiano che è ben contento di assecondare un imprenditore così virtuoso.

Il cerchio si chiude con i “referendum” (pistola alla tempia: fai come dico io o muori di fame?) nelle fabbriche, con la volontà di escludere questo sindacato piuttosto che quello a seconda che sia gradito o meno alla proprietà dell’azienda, con l’aumento in busta paga di 3600 euro lordi l’anno in cambio di sacrifici considerati “minimi” dalla Fiat (non dagli operai che lavorano in fabbrica…). Sì, il cerchio si chiude e molto probabilmente si chiude anche la storia di una grande azienda storica italiana. Io sono fra quelli che pensano che la delocalizzazione di Fiat all’estero è solo rimandata, ma credo anche che queste scelte aziendali si ritorceranno contro Fiat stessa. Marchionne fa i conti della serva, promette grandi rivoluzioni e successi e qualcuno gli ha pure creduto (e a tempo debito risponderà ai contribuenti americani di questa fiducia), solo il tempo ci dirà se sta bluffando oppure no. Nel frattempo le altre aziende automobilistiche non staranno certo a guardare. Cari italiani, spero di sbagliarmi, ma guardatela bene la Fiat, cercate di imprimerla nella vostra memoria: un giorno la racconterete ai vostri eredi come i nostri padri ci hanno raccontato la storia dell’Olivetti. Questo i lavoratori della Fiat, che nonostante tutto hanno dimostrato col risultato del “referendum” di avere un coraggio ammirevole, non lo meritano. Il caso Fiat, le minacce di Marchionne di prendersi il suo capitale e di andarsene all’estero, però ci deve far riflettere: non è più possibile che il sindacato rimanga una realtà nazionale. Se l’impresa è globalizzata, anche il sindacato deve diventare globale o, perlomeno, europeo.