Quando i  carri armati sovietici si ritirarono sconfitti dall’Afghanistan nel 1989, in pochi avrebbero immaginato che, a vent’anni di distanza in un diverso scenario geopolitico, un’altra superpotenza si sarebbe ritrovata invischiata in una guerra senza fine nelle stesse steppe e montagne. Sono lontani i tempi in cui si credeva che la vera partita della “guerra globale al terrore” fosse il distante Iraq. Il capitolo Saddam Hussein è stato invece rapidamente archiviato e l’Iraq ha conosciuto una prima, seppur precaria, stabilizzazione. Lontano dai riflettori puntati su Baghdad, continuavano – fra bombardamenti, attentati e vittime civili – i combattimenti con la resistenza talebana. Enduring Freedom, l’operazione Nato promossa e guidata dagli Stati Uniti all’indomani dell’11 settembre, fu inizialmente un successo: la resistenza afghana si era rapidamente dissolta, e presto ci si poté occupare della creazione di un nuovo governo.

Mentre Hamid Karzai si insediava a Kabul, le retroguardie talebane venivano spinte sempre più a sud. Otto anni più tardi, la situazione è peggiorata fino quasi a capovolgersi in favore dell’insorgenza. Sul campo continuano ad operare e combattere i militari dell’Isaf – che si occupano formalmente di assistenza alla sicurezza – coadiuvati dal contingente della missione Unama (United Nations Assistance Mission in Afghanistan) gestita dalle Nazioni Unite. La tecnologia militare – il cui fiore all’occhiello è rappresentato dai droni – sembra non riuscire ad avere la meglio su un esercito fatto di milizie armate di un kalashnikov, talvolta di una bomba agganciata in vita. Nessun tentativo di controllare il territorio è riuscito di fronte all’infiltrazione capillare nei villaggi e sulle montagne da parte degli avversari. La situazione è chiara: gli insorti (termine con cui si indica un’estrema varietà di forze ribelli composte non solo da talebani) avanzano, i militari della Nato e dell’Unama arretrano, sempre meno apprezzati anche dalla popolazione civile.

Il pantano afghano è sotto gli occhi dei governi e dell’opinione pubblica mondiale, che stenta ormai a ricordare le ragioni di un conflitto che doveva rapidamente concludersi, guidando l’Occidente tutto verso ben più sicure prospettive di convivenza internazionale. Proprio la guerra in Afghanistan è divenuto il banco di prova della potenza americana e della Nato. Lasciare frettolosamente il paese, che è stato per quasi dieci anni il teatro di aspri combattimenti, senza ottenere la vittoria non equivarrebbe a mandare un chiaro messaggio: anche l’Alleanza Atlantica risulta inefficace in un mondo dominato dalla moltiplicazione di centri di potere e di minaccia. Il braccio armato dell’unica superpotenza (ma per quanto ancora?) sopravvissuta alla guerra fredda è obbligato a lasciare un Afghanistan in cui ci sia almeno una parvenza di pace, che duri per tutto il breve arco di tempo necessario al ritiro. Di ciò che accadrà poi nel paese i media e l’opinione pubblica si dimenticheranno presto.

Visti gli sviluppi disastrosi del conflitto afghano, il nocciolo della questione è divenuto l’elaborazione di una exit strategy che consenta agli Usa e alla Nato di abbandonare il campo di battaglia a testa alta. Chi si aspettava da Obama un cambiamento radicale nelle direttrici della politica estera statunitense ha di che restare deluso. Non è da trascurare infatti che l’obiettivo prioritario della politica estera americana rimanga l’interesse nazionale. In una fase di grande crisi economica è diventato sempre più duro far digerire agli elettori le ingenti spese militari; soprattutto se la spesa pubblica dovrà ulteriormente aumentare per sostenere i costi della riforma sanitaria. Arrestare l’emorragia di denaro pubblico per scopi militari è ormai una priorità al pari del contenimento delle minacce esterne. L’idea di sicurezza nazionale si è infatti evoluta nel senso di un rafforzamento del fronte domestico, più che di una continuativa tendenza alla difesa preventiva.

È dunque davvero così lontano l’eco della sconfitta sovietica? Gli americani sanno bene che la disfatta di Mosca ha contribuito ad accelerare un declino silente già in corso da tempo. Gli sconvolgimenti dello scenario internazionale che si sono susseguiti nel corso degli ultimi venti anni – in primis l’11 settembre – hanno disorientato un paese, gli Usa, che si avviava con sicurezza a conservare lo scettro di unica potenza mondiale conquistato all’indomani del crollo del Muro. Perdere laddove era iniziato il collasso del grande nemico di un tempo, proprio in Afghanistan, sarebbe il preludio dell’aggravarsi di una crisi della propria posizione internazionale che gli Stati Uniti stanno affrontando dall’inizio dell’epoca del terrorismo globale. Una fase storica in cui avere l’esercito più potente del mondo non serve a nulla contro avversari senza bandiera né divisa, invisibili armate che non conoscono fronti o codici di condotta di guerra, ma pronte a sacrificarsi per una causa in cui credono, ovunque e con qualunque mezzo.