Oggi si parla di scrittura. Questa volta i “boss” di Medea mi hanno chiesto di parlare dei miei romanzi e in particolare di come nascono e di come ci lavoro

Ora, non so se possa interessare a qualcuno, ma siccome là fuori è pieno di esordienti e di gente che ama scrivere, magari quello che dico potrebbe risultare utile a qualcuno. E allora proviamoci.

Comincio dicendo subito che nel mio lavoro di autore provo a mettere sempre del metodo. Questa affermazione potrebbe risultare blasfema a qualcuno (forse ai più), ma a costo di essere arso su un rogo acceso con i miei libri, continuo e continuerò sempre a difenderla. E credetemi, al di là dell’ironia, si tratta davvero di un argomento spinoso.

Lo scandalo e il metodo

Ancora ricordo una vecchia presentazione – era il 2010, credo –insieme a un’altra autrice. A una precisa domanda dal pubblico – «Come nascono i tuoi libri?» – io risposi dicendo che l’idea veniva da sé, ma che poi la sviluppavo in maniera costante e impegnata, cercando di sviscerare tutte le problematiche della trama, studiando i personaggi, l’ambientazione, le svolte più significative e tutto il corollario che ne seguiva.

La sorella dell’autrice, anche lei tra il pubblico, gridò quasi allo scandalo, accusandomi di essere troppo materialista, di snaturare la scrittura della sua componente “poetica” e di toglierle l’aspetto più intuitivo e spontaneo.Scoprii poi, a presentazione finita, che la sorella, l’autrice, aveva scritto la storia semplicemente riportando su carta un sogno fatto pochi mesi prima.

Ora, lungi da me criticare il metodo degli altri. Ogni autore può basarsi su ciò che più gli piace e su ciò che più lo ispira. Conosco diversi autori e autrici che si lasciano ispirare dal momento e da illuminazioni improvvise e scrivono di getto, sull’onda di ciò che gli ispira la Musa. Ma l’aneddoto della presentazione credo dimostri bene come l’argomento sia molto più dibattuto di quanto si possa pensare in un primo momento. E dal canto mio rivendico il mio diritto ad avere un metodo.

In principio c’era l’idea

Di solito, infatti, i miei libri nascono da un’idea che può essere più o meno spontanea. Nel caso della mia saga high-fantasy, pubblicata da Linee Infinite Edizioni, mi piaceva l’idea di raccontare una storia epica, che abbracciasse un intero mondo e una vicenda che spaziasse lungo un ampio arco temporale.

Come potete immaginare, una storia del genere aveva bisogno di un grosso lavoro pre-scrittura, avendo centinaia di personaggi, un mondo reale e realistico (sebbene fantastico) e tanti altri dettagli che andavano studiati molto prima di cominciare a scrivere.

Fin dagli inizi, infatti, questo è il metodo che mi caratterizza. Che non significa che sia giusto o sbagliato. Ma solo che è il mio. Dopo aver avuto l’idea, infatti, sia essa più o meno complessa, mi prendo parecchio tempo per analizzarla, per valutare pro e contro della possibile trama, per studiare i suoi “tranelli” – e credetemi, ne usciranno sempre fuori, anche quando meno ve lo aspettate – e per preparare il testo.

Quando tutto è più chiaro

Solo a quel punto, quando ho ben chiara la storia, il suo sviluppo e i suoi protagonisti, comincia la parte che più prediligo: quella della scrittura. E là sì che lascio correre l’immaginazione, che do libero sfogo alla fantasia, che mi godo il piacere di scrivere, di vedere i miei personaggi nascere e crescere fino a diventare reali; che vedo il mondo da me creato (e non pensiate che scrivere un rosa ambientato a New York o un giallo a Tokyo non significhi creare un mondo meno che se state scrivendo un fantasy) emergere pagina dopo pagina; che assaporo il piacere dell’eterna gara tra lettore e scrittore a chi intuisce per primo gli sviluppi della trama e li anticipa. E che faccio i conti con gli imprevisti. Perché poi, alla fine, sono sempre i personaggi a fare la storia e a tirare fuori imprevisti e scenari che per quanto ci si ragioni prima, non ci si aspettava proprio.

La fase della scrittura è dunque quella che più adoro. Forse per questo scrivo tutti i giorni. Qualcuno, sbagliando, potrebbe pensare che lo viva come un obbligo, quasi una forzatura. Ma è invece vero l’esatto contrario. Scrivere mi piace a tal punto che quelle tre-quattro ore che mi ritaglio al giorno durante la fase di stesura sono il momento della giornata che prediligo. E se per qualunque motivo non posso farlo, sento che per quel giorno mi manca qualcosa e non vedo l’ora di recuperare il giorno dopo.

Il bello della scrittura

Non c’è un minimo o un massimo di battute, lascio che le dita e la testa vadano da sé. A volte riempio cartelle su cartelle; altre volte poche, pochissime. È il bello della diretta… ehm, della prima stesura. Scrivo infatti tutto quello che mi passa per la testa, cercando per quanto possibile (e logico) di seguire le linee guida che mi sono fissato, con la mente aperta, però, ad accogliere i possibili cambiamenti e le possibili “proteste” dei personaggi. Tanto, ormai l’ho capito, alla fine hanno sempre ragione loro. In quei giorni spengo il cellulare per non essere disturbato e mi “ritiro” nel mio mondo. Il più delle volte ne sono soddisfatto.

Di solito questa piccola oasi di piacere si colloca nel pomeriggio, dopo pranzo, quando la “siesta” dei vicini e più in generale del mondo mi garantisce silenzio e relax. Ovviamente questa cosa è estremamente soggettiva. Conosco autori che scrivono dopo cena, altri in piena notte e perfino alcuni che si alzano all’alba per farlo. Non credo ci sia un orario migliore di altri. Credo invece che ognuno debba capire quando il suo cervello e la sua creatività sono più prolifici e sfruttare quel lasso di tempo.

Trovato il vostro metodo e trovato quel momento della giornata in cui riuscite a fare del vostro meglio davanti al computer, non vi resta che cercare di capire che tipo di storia volete raccontare, se un genere specifico o non piuttosto un romanzo di narrativa generica.

La mia esperienza con il fantasy

Io personalmente mi sono avvicinato al fantasy in maniera molto spontanea. Da piccolo – e per piccolo intendo intorno agli otto-nove anni –, ho cominciato a scrivere le mie prime storie. E siccome all’epoca ero un accanito lettore del ciclo arturiano, le mie prime “opere” erano una riscrittura dei miti di re Artù. Che tanto lontani dal fantasy, lasciatemelo dire, non sono.

Da lì, dunque, crescendo, il passo è stato breve e pian piano mi sono avvicinato a romanzi sempre meno realistici e sempre più fantastici. E come autore ho cominciato a cimentarmi già ai tempi del liceo in fantasy piuttosto improbabili. Che sono però stati un’ottima palestra in cui forgiare metodo e storie. E nel mostrarmi quanto la revisione fosse importante tanto, se non più, della prima stesura.

Che vi piaccia o no, infatti, una volta finita la scrittura, un testo non può dirsi completo se non si è prima riletto. E non una, ma due, tre, quattro e a volte anche più volte. Per il mio ultimo romanzo sono arrivato a dieci. Non è una gara e forse ho esagerato, ma credetemi, rileggere il proprio romanzo a mente fredda, dopo un certo lasso di tempo, è più importante anche della fase di scrittura. Perché è in quella fase, magari con l’aiuto di un editor professionista, che escono fuori tutte quelle imperfezioni che durante la prima stesura, sotto la spinta dell’istinto e della folgorazione artistica, non si sono notate. È in quel momento che si può porre rimedio alle proprie sviste e che si può davvero tirare fuori il meglio dal proprio testo. Io l’ho imparato da tempo e sebbene la fase di editing non sia la mia preferita, non ne sottovaluto mai l’importanza. Se accettate un consiglio, non fatelo neppure voi.