Riproponiamo da oggi la rubrica “Scopriamo l’Italia” una serie di approfondimenti sull’immenso patrimonio artistico, architettonico e paesaggistico del nostro paese, che accompagneranno le segnalazioni delle mostre, le presentazioni d’eventi, gli incontri pubblici che si svolgeranno sul territorio nazionale. Un modo per imparare a conoscere le bellezze artistiche e naturali che l’Italia possiede, per sviluppare la coscienza che questo patrimonio va protetto, valorizzato, promosso. O più semplicemente un’occasione per organizzare una gita per il fine settimana con la propria famiglia o i propri amici.

Cominciamo oggi parlando del Palazzo Tè di Mantova, in occasione della mostra Gli arazzi dei Gonzaga nel Rinascimento. Da Mantegna a Raffaello e Giulio Romano.

Il Palazzo Tè, costruito tra il 1525 e il 1534 a Mantova su commissione di Federico II Gonzaga, è l’opera più celebre dell’architetto italiano Giulio Romano. Il complesso è oggi sede del museo civico e, dal 1990, del Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te che organizza mostre d’arte antica e moderna e d’architettura.

Da dove viene il nome “Tè”.
Verso la metà del XV secolo Mantova era divisa dal canale “Rio” in due grandi isole circondate dai laghi; una terza piccola isola, chiamata sin dal Medioevo Tejeto e abbreviata in Te, venne scelta per l’edificazione del Palazzo Te.
È possibile che il nome del palazzo derivi dal termine tilietum (località di tigli), dal latino atteggia (capanna) o dal gallico termine teza (tettoia) in memoria delle antiche e modeste abitazioni che erano state costruite nella zona.

La costruzione.
La zona risultava paludosa e lacustre, ma i Gonzaga la fecero bonificare e Francesco II, padre di Federico II, la scelse come luogo di addestramento dei suoi pregiatissimi e amatissimi cavalli.
Morto il padre e divenuto signore di Mantova, Federico, decise di trasformare l’isoletta nel luogo dello svago e del riposo, e dei fastosi ricevimenti con gli ospiti più illustri, ove poter “sottrarsi” ai doveri istituzionali assieme alla sua amante Isabella Boschetti. Abituato com’era stato sin da bambino all’agio e alla raffinatezza delle ville romane, trovò ottimo realizzatore della sua idea di “isola felice” l’architetto pittore Giulio Romano, che proprio a Roma aveva da poco realizzato delle opere decorative in alcune ville. Da canto suo, Giulio Romano, trovò in Mantova e nel suo committente l’occasione migliore per dare sfogo al suo genio e alla sua fantasia, riadattando le scuderie già esistenti e inglobandole nella costruzione, alternando gli elementi architettonici a quelli naturali che la zona offriva, decorando sublimemente stanze e facciate.

La simbologia del Palazzo.
I simboli e gli stemmi riempiono di significati più o meno celati e spesso politici, le pareti del palazzo e del suo voluttuoso proprietario. Il Monte Olimpo, ad esempio, circondato da un labirinto e che sorge dalle acque è un simbolo che spesso si ritrova, viene ripreso in elementi architettonici costitutivi del palazzo come le due ampie peschiere che attraverso un ponte portano al giardino, o come il labirinto in bosso (ormai scomparso) del giardino stesso.
Altro simbolo interessante è la salamandra, che Federico elegge come personale, assieme al quale spesso viene utilizzato il motto: quod huic deest me torquet (ciò che manca a costui mi tormenta); il ramarro infatti era ritenuto l’unico animale insensibile agli stimoli dell’amore, ed era impiegato come contrapposizione concettuale al duca e alla sua natura sensuale e galante, che invece dai vizi dell’amore era tormentato.

La struttura architettonica.
Il palazzo è un edificio a pianta quadrata con al centro un grande cortile quadrato anch’esso, un tempo decorato con un labirinto, con quattro entrate sui quattro lati. L’entrata principale verso la città è una loggia, la cosiddetta Loggia Grande, all’esterno composta da tre grandi arcate su pilastroni bugnati.
Sul lato ovest l’apertura è un vestibolo quadrato, con quattro colonne che lo dividono in tre navate. La volta della navata centrale è a botte e le due laterali mostrano un soffitto piano (alla maniera dell’ atrium descritto da Vitruvio e che tanto ebbe successo nei palazzi italiani del Cinquecento).

Il palazzo ha proporzioni insolite: si presenta come un largo e basso blocco, a un piano solo, la cui altezza è circa un quarto della larghezza. Tutta la superficie esterna è trattata a bugnato (comprese le cornici delle finestre e delle porte) e presenta un ordine gigante di paraste lisce doriche. Gli intercolumni non sono tutti uguali a dare un’impressione di disordine.

Il cortile segue un ordine dorico anch’esso ma su colonne di marmo lasciate quasi grezze; è visibile una trabeazione dorica perfetta se non fosse per un triglifo sui lati est e ovest che sembra scivolare verso il basso al centro di ogni intercolumnio, come fosse un concio in chiave d’arco; su questi due lati anche gli intercolumni, come all’esterno, non sono tutti uguali. Questi dettagli spiazzano l’osservatore e danno una sensazione di non finito all’insieme.

Pare che il palazzo fosse anche dipinto, in origine, ma i colori sono scomparsi e le pitture sono visibili solo negli affreschi delle preziose stanze interne. Oltre agli affreschi le pareti erano arricchite da tendaggi e applicazioni di cuoio dorate e argentate, le porte di legni intarsiati e bronzi e i caminetti costituiti di nobili marmi.

Le sale del palazzo.
* Sala dei giganti: l’affresco della Caduta dei Giganti fu dipinto fra il 1532 e il 1535 ricoprendo la sala dalle pareti al soffitto con l’illusionistica rappresentazione della battaglia tra i Giganti che tentano di salire all’Olimpo e Zeus
* Sala grande dei cavalli: con i ritratti in grandezza naturale dei sei destrieri preferiti dei Gonzaga era la sala destinata al ballo. I cavalli, spiccano in tutta la bellezza delle loro forme su un paesaggio naturale che si apre dietro un colonne corinzie dipinte e che alternano i purosangue a figure di divinità mitologiche in false nicchie. Il soffitto in legno a cassettoni e rosoni dorati accoglie il monte Olimpo e il ramarro, i simboli del duca e il suo schema è ripreso dal pavimento donando simmetria all’ambiente (il pavimento non è rimasto l’originale del tempo).
* Sala di Amore e Psiche: è la sala da pranzo del duca. Interamente affrescata, ogni parete raffigura lussuriosa la mitologica storia di Psiche, è il simbolo dell’amore del duca per Isabella Boschetto.
* Sala delle aquile: camera da letto di Federico ornata al centro della volta con l’affresco della caduta di Fetonte dal carro del sole, è finita da scuri stucchi di aquile ad ali spiegate nelle lunette agli angoli della stanza e affreschi di favole pagane.
* Sala dei venti o dello zodiaco
* Sala delle imprese
* Sala di Ovidio
* Camera del Sole
* Sala dei bassorilievi e Sala dei Cesari
: sono salette chiaramente omaggianti l’imperatore Carlo V da cui Federico ottenne nel 1530 il titolo di duca.
* Loggia d’onore: è la loggia che si affaccia alle pescherie, parallela a quella “Grande” che segna l’ingresso del palazzo e mostra l’incantevole visuale del giardino che si chiude a nord con l’esedra. La volta è divisa in grandi riquadri con cornici di canne palustri nei quali è rappresentata storia biblica di Davide. Colonne e statue nelle nicchie completano il loggiato.

Tutta questa parte della villa elogia, attraverso le pitture e i simboli dell’arte romana e del paganesimo dei miti dell’Olimpo, la figura dell’imperatore Carlo V, ma ecco palesarsi uno dei “segnali” celati di stampo politico, in tutte le vicende rappresentate l’attenzione posta sulla forza e l’importanza del grande Giove pare offuscarne il prestigio.

Il giardino segreto.
L’appartamento della grotta venne edificato verso il 1530 nell’angolo est del giardino vicino all’esedra che conclude lo spazio della villa. L’appartamento è composto da poche stanze di dimensioni molto più modeste rispetto a quelle del corpo del palazzo; una loggia che si apre in un piccolo giardino mostra ciò che rimane di un ambiente allora decorato ed affrescato.

Dal giardino si accede alla Grotta, stanzetta utilizzata come bagno, dalla realizzazione davvero insolita. L’apertura è realizzata come a dare l’idea si tratti di un ambiente naturale, di una caverna, non ci sono i marmi e i materiali ricercati del resto del palazzo, gli interni erano tappezzati di conchiglie (oggi scomparse) e giochi d’acqua dovevano allietare il visitatore e stupirlo al tempo stesso.

Storia: da caserma a museo.
Le occupazioni spagnole, francesi e austriache e le varie guerre fecero si che nel corso degli anni il palazzo venisse utilizzato come caserma e i giardini come accampamenti per le truppe depauperando le sale e distruggendo alcune sculture (sulle pareti della sala dei Giganti rimangono tutt’oggi visibili i graffiti e le incisioni con nomi e date di un passato poco glorioso per il monumento).

Dopo parecchi restauri il palazzo restituisce oggi, con le sue sale e i giardini, un’incantevole tuffo nella creatività di Giulio Romano e nell’importanza della corte dei Gonzaga, ma offre anche spazi per mostre grazie al riassestamento dell’orangerie, dove venivano coltivati arance e limoni, ora adibito a luogo di esposizione temporanea, e allo spazio espositivo permanente ricavato nelle sale al piano superiore (collezioni di quadri di Spadini e Zandomeneghi, sezione gonzaghesca di medaglie e monete, quella egizia e quella mesopotamica). Il palazzo è oggi sede del Museo Civico.

Fonte: wikipedia