Una mattina del febbraio 1960, a Milano, l’architetto Antonio Dorigo, di 49 anni, telefonò alla signora Ermelina.
“Sono Tonino, buongiorno sign…”
“È lei? Quanto tempo che non si fa vedere. Come sta?”
“Non c’è male, grazie. Sa in questi ultimi tempi un mucchio di lavoro e così… senta potrei venire questo pomeriggio?”
“Questo pomeriggio? Mi faccia pensare… a che ora?”
“Non so. Alle tre, tre e mezza”
“Tre e mezza d’accordo”
“Ah senta, signora…”

Antonio Dorigo, affermato scenografo cinquantenne, si innamora di una ragazzina conosciuta in una casa d’appuntamenti, Laide. Si consuma e si annulla lentamente per quell’amore che lo ridicolizza agli occhi degli altri, che lo priva della sua dignità di uomo, ma che è pur sempre una salvezza. Dietro le estenuanti attese, dietro i dubbi, i tormenti e la gelosia, c’è comunque il bisogno della persona amata, quindi è un’angoscia positiva, che deriva dall’Amore, grazie al quale Dorigo ha potuto cancellare il pensiero della Morte. Dorigo si rende conto del marcio che c’è in quella storia, in quell’amore che è malattia, infezione, dolore, male orrendo, stregoneria, maledizione. Laide è croce e delizia, è fiorellino e peccato, e l’Amore per lei è ciò che scongiura il pensiero della Morte, che inesorabilmente si avvicina. Perché per Dorigo gli anni sono passati, e con essi le occasioni e le speranze, porte ormai chiuse, che si perdono nel buio e nella desolazione che si è lasciato alle spalle. Laide è diventata per lui la concentrazione in una persona sola dei desideri cresciuti e fermentati per tanti anni e soddisfatti mai, per via delle sue insicurezze e della sua debolezza.

Questi aspetti della psicologia di Dorigo rivelano quanto, dietro quel cambiamento stilistico funzionale al tipo di vicenda narrata, permangano nel romanzo le tematiche care al primo Dino Buzzati, al Buzzati del Deserto dei Tartari. In primo luogo l’attesa: come Giovanni Drogo che consuma la sua giovinezza nell’attesa di un grande evento che non arriverà mai, è destinato all’attesa anche Dorigo, è destinato all’attesa anche il più comune degli uomini innamorati, che trova un senso nel mondo che lo circonda solo nella figura di “lei” o nel suo vagheggiamento. Perché altrimenti non apparirebbero così belli la spiaggia, il lume della luna, le piste di neve, il Natale, il barlume dell’alba.

Molto intenso è il capitolo XVIII, nel quale il sentimento di Dorigo trova appunto la sua corrispondenza nella natura. Chiuso nella sua automobile, in viaggio verso Modena dove ad attenderlo c’è Laide, il paesaggio che si offre alla sua vista gli appare mutato: alberi, prati, campagne, nuvole, si caricano di nuovi significati. Questo capitolo, numericamente centrale nel romanzo, risulta tale anche perché segna il cambiamento definitivo di Dorigo, alla luce del suo nuovo modo di vedere la natura.

Impossibile non ricondurre Antonio Dorigo all’Humbert Humbert di Vladimir Nabokov, che aveva pubblicato il suo scandaloso Lolita pochi anni prima di Un amore. Buzzati utilizza proprio il neologismo di Nabokov per descrivere Laide, definita, come la Lolita del geniale scrittore russo, una ninfetta.