C’erano la povertà, le carestie e le pestilenze. C’era la Riforma luterana e il sangue delle guerre. Ci fu l’invasione dei Lanzichenecchi. Eppure, nel ‘500, Roma, almeno dal punto di vista culturale e artistico, poteva considerarsi come il centro di riferimento di tutta l’Europa. Era la città del Rinascimento, e sotto la guida di papi illuminati e lungimiranti, mèta di artisti provenienti da ogni parte della penisola e del continente. Basti pensare a  Michelangelo, ad esempio, che lavorava alla Sistina, e Raffaello che dipingeva invece le stanze di Giulio II in Vaticano e la Loggia di Amore e Psiche a Villa Farnesina per il ricchissimo Agostino Chigi.  E solo per citare i maestri più grandi, perché accanto a loro, poi, gravitava un intero universo di botteghe e allievi che avrebbe fatto di Roma, nel giro di poco tempo, la città dei Papi.

Di questo clima esuberante e fecondo si fa portavoce, fino al 12 gennaio 2012, la mostra organizzata dalla Fondazione Roma “Il Rinascimento a Roma nel segno di Michelangelo e Raffaello”, attraverso circa 180 opere che includono non solo sculture e dipinti, ma anche medaglie, disegni, incisioni e preziosi oggetti d’arredo che provengono da importanti musei italiani e internazionali come il Bargello e gli Uffizi di Firenze o l’Hermitage di San Pietrogurgo e l’Albertina di Vienna.  La retrospettiva, curata da Marco Bussagli e Maria Grazia Bernardini, vuole illustrare sia gli aspetti artistici e architettonici che quelli urbanistici registratisi a Roma a partire dall’alto Rinascimento, sotto Giulio II e Leone X Medici fino all’arte dei decenni successivi, con la morte del grande Michelangelo (1564) e gli anni della Controriforma, facendo luce su uno dei periodi più felici della storia dell’arte. Eppure, nonostante il ricco comitato scientifico (che vede, fra gli altri, Cristina Acidini, Silvia Danesi Squarzina, Anna Lo Bianco, Antonio Paolucci, Vittorio Sgarbi, Rossella Vodret), l’obiettivo non sembra pienamente centrato e il visitatore si muove, tra ritratti e piante, quasi spaesato in un percorso dal tema senza dubbio accattivante.

Certo, trattare in poche sale l’immensa stagione del Cinquecento romano non è cosa facile, per questo lo scopo dell’esposizione appare ambiziosissimo ma, inevitabilmente, fallimentare. Almeno in parte. Questo si evince già dalla prima delle sette sezioni in cui è suddivisa la mostra, dove ad accoglierci sono i volti dei sommi Raffaello nel celebre Autoritratto degli Uffizi, e Michelangelo, immortalato da Sebastiano del Piombo in un dipinto del 1520. Sono proprio loro i protagonisti assoluti del primo ventennio del secolo, affiancati da altri artisti come Giulio Romano, Baldassarre Peruzzi e Perin del Vaga, di cui è esposta la deliziosa Sacra Famiglia proveniente dall’Australia. L’illuminazione poco felice, l’allestimento e la presenza di un gran numero di opere quasi sconnesse fra di loro, sono dei difetti che si incontreranno, potenziati, lungo il corso alquanto disarticolato della mostra. Seguendo, il corridoio adiacente si popola di tele di minore qualità, fino alla sala incentrata sul rapporto tra Roma e l’antico (comune, del resto, a tutte le epoche a partire almeno dal Medioevo), che espone opere ad un’altezza non favorevole alla piena fruizione.

Verso la fine del faticoso percorso, quando si tratta di portare a compimento l’assunto critico della mostra, ci si accorge di come l’esposizione faccia acqua da tutte le parti: su tutte, la sfilata di opere dalla discutissima attribuzione al grande Michelangelo come il Crocifisso di Oxford o la Pietà di Buffalo. Infine, dopo l’interessante sezione dedicata alla più grande impresa architettonica della città con il modello ligneo dell’abside di S.Pietro e la pianta, celeberrima, disegnata e acquerellata da Donato Bramante su pergamena, le enormi tele delle sezioni finali sembrano soffocare sulle pareti della sala. E’, ad esempio, il caso dell’imponente “Adamo ed Eva” di Salviati, stretta tra le finte architetture della scenografia, o il bellissimo trittico di Siciolante da Sermoneta “Madonna con Bambino, S.Andrea e S. Caterina d’Alessandria” della romana Galleria Colonna.

La mostra prosegue idealmente quella del 2008 dedicata alla rinascita quattrocentesca della città. Rientra quindi in un disegno più ampio che vede la Fondazione Roma coinvolta in prima linea nello sviluppo culturale della città e del suo territorio. Resta lodevole, certo, il fatto di diffondere e valorizzare la nostra storia grazie a queste manifestazioni artistiche. Peccato, però, che mostre del genere non aggiungano nessuna discussione o riflessione nuova sull’argomento, e forse, per questo, se ne possono fare anche a meno.