Si teme un attacco speculativo sul nostro Paese innescato dall’instabilità politica. Ma se l’economia italiana ha, veramente, reagito meglio di altri Stati alla crisi e se realmente la nostra situazione, come spesso ci dicono, è tra le migliori d’Europa e forse del mondo perché corriamo questo rischio?

Istintivamente direi perché quello che viene continuamente affermato dalla politica e diffuso dai media non è esattamente la verità. Qual è, allora, la vera situazione economica italiana? Come siamo posizionati nel mondo?

Chiariamoci le idee e prepariamoci ad ogni eventualità perché quanto sta accadendo nella politica italiana di questi giorni, evidentemente caotica e priva di reale coscienza di quello che può scatenare, può avere conseguenze gravi per l’assetto già delicato dell’economia italiana.

  • DEBITO PUBBLICO

Cominciamo con il considerare il voto (rating) che Standard&Poor’s ci assegna. Questo giudizio esprime la capacità di pagare il proprio debito pubblico. Noi abbiamo un modesto A+. Al pari con Corea e Repubblica Slovacca. Tanto per fare un paragone, l’Irlanda ha subito un attacco speculativo quando è passata da AA ad AA- (valutazione superiore a quella attualmente attribuita all’Italia). La Spagna, che a volte viene indicata come un Paese a rischio, ha AA. I Paesi considerati affidabili hanno AAA. Tra essi troviamo: Austria, Canada, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Norvegia, Stati Uniti d’America, Australia, Finlandia, Germania, Olanda, Svizzera.

Il nostro debito pubblico sta continuando a crescere. Siamo al 118,4% del Pil. Trent’anni fa, nel 1980, era il 57,59%, nel 1990 aveva raggiunto il 94,7% e nel 2000 era il 109,26%. Peggio di noi c’è solo il Giappone. In Irlanda che, ricordo, ha di recente subito un attacco speculativo, il debito pubblico è pari al 77,1% del Pil, mentre in Portogallo, designato come il prossimo Paese a essere attaccato dalla speculazione internazionale, è uguale all’83,3% del Pil. E in Spagna, altra Nazione considerata a rischio, è pari al 62,5% del Pil.

  • LA CRESCITA DEL PIL

Nel 2010 il Pil italiano è cresciuto solo dell’1%. La crescita media nella Zona Euro (EA16) è invece pari all’1,9%. Mentre nell’Unione Europea, EU27, (considerando, quindi, anche i paesi che non aderiscono all’Euro) la media è pari al 2,2%. La nostra crescita, quindi, è all’incirca uguale alla metà degli altri Stati europei. Se poi prendiamo in considerazione solo alcune Nazioni, ci accorgiamo che la posizione italiana e ancora più drammatica. In Germania il Pil cresce del 3,9%, nel Regno Unito del 2,8%, negli U.S.A. del 3,2%, in Giappone del 4,1% e nel tanto bistrattato Portogallo dell’1,5%.
Guardando fuori dall’Europa il paragone diviene ancora più scoraggiante. In Turchia il Pil cresce dell’8%, in Cina del 10,3% , in India del 9,4%, in Brasile del 6,7%, in Indonesia del 6,1%.

  • OCCUPAZIONE

Molto spesso si sente che la disoccupazione italiana è al disotto della media europea. Infatti, la nostra disoccupazione è pari all’8,6%, mentre la media nella Zona Euro è uguale al 10.1%, e quella della Comunità Europea ammonta al 9,6%. Questo dato è oggettivamente vero. Ma, nonostante la crisi economica mondiale, molti Paesi hanno una situazione molto migliore della nostra.

Come si vede dal grafico sottostante (fonte Eurostat – clicca per ingrandire), in Olanda siamo al 4,4%, in Austria al 4,8%, in Germania al 6,7%, in Romania al 7,1%, in Danimarca al 7,3, in Slovenia al 7,6, nel Regno Unito al 7,7 %.

Bisogna sottolineare che il calcolo della disoccupazione in Italia è effettuato su basi statistiche; l’indice di disoccupazione è definito quindi da un campione rappresentativo, a differenza di molti altri paesi (Francia e Germania in primis) in cui il “campione” è dato dalla differenza tra gli occupati e i disoccupati, registrati alle liste di collocamento, che recepiscono un sussidio di disoccupazione generalizzato ed automatico (in italia inesistente). Nel caso di questi paesi il campione è dunque costituito dal 100% delle persone attive, in età da lavoro; in Italia no. Aggiungiamo che in Italia i cassaintegrati non vengono calcolati come disoccupati e nel resto dell’Europa sì.

Il caso dei giovani è fondamentale in questo calcolo statistico “all’italiana”. Nel campione utilizzato dall’Istat non rientrano infatti i giovani che non cercano lavoro, cosa assai frequente in Italia, dato che molti di loro intraprendono lunghi studi che li rendono “giovani” e quindi “non interessanti” per il calcolo della disoccupazione anche fino ai 30/35 anni. Mediamente, i nostri vicini europei entrano nel mondo del lavoro tra i 20 e i 24 anni (e rientrano immediatamente nelle statistiche ufficiali). Aggiungiamo che non rientrano nel calcolo della disoccupazione italiana i precari che lavorano qualche mese all’anno, raccimolando redditi intorno ai 10/12.000 euro annui – quando non inferiori (sia che si tratti di contratti a progetto o del cosidetto “popolo delle partite Iva”) – .  Infine, senza contare le dinamiche del lavoro nero, e sapendo che la disoccupazione giovanile è intorno al 30% (fonte Istat), viene da supporre che, alla luce di tutte queste variabili, il dato ufficiale italiano è ingenuamente ottimistico, non rispecchia la realtà e fatica a garantire un effettivo confronto con i nostri vicini europei.

La fragilità della nostra economia non è certo attribuibile solo all’attuale governo. Le colpe di questo esecutivo, sono quelle di aver tentato di aggirare il problema. Di aver nascosto la realtà. Di aver utilizzato i media per ipnotizzare le coscienze e farci credere che tutto procedeva per il meglio.

Inoltre il Cavaliere non è riuscito a creare una forte coscienza nazionale, e a compattare gli italiani in vista di una nuova possibile drammatica sfida. Anzi ogni suo gesto, ogni sua affermazione ha portato ad un’ulteriore spaccatura, a una più netta contrapposizione.

Per finire Berlusconi ha creduto (o ha fatto finta di credere) che la crisi italiana, dipendesse solo da un problema di fiducia, superabile con il suo sano sorriso ottimista. In Italia, invece, la crisi dipende dall’arretratezza della struttura produttiva, dall’assenza di innovazione tecnologica e di conseguenza dalla bassa produttività. A rendere i nostri prodotti poco concorrenziali non è il salario degli operai, che è il più basso d’Europa, ma l’arretratezza dei nostri prodotti e dei nostri impianti.