Enrico Berlinguer trent’anni fa così parlava della situazione politica italiana: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei programmi della società, della gente; idee, ideali e programmi pochi o vaghi, sentimento e passione civile zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune».
È disarmante quindi chiederci quale sarebbe oggi la sua opinione sulla disperata deriva presa dalla politica contemporanea, eppure ne avremmo così bisogno. Queste parole ci raccontano un uomo la cui caratura morale sembra ormai un ricordo di un tempo lontano in cui la politica era fatta di scelte ideologiche e passione, di senso civico e impegno sociale.
Sebbene Berlinguer non divenne mai Presidente del Consiglio – ne ebbe mai nessuna carica istituzionale e per tutta la sua carriera politica militò tra i banchi dell’opposizione – seppe ugualmente guadagnarsi la stima e la fiducia del leader del partito che alle urne gli si contrapponeva, quell’Aldo Moro che ha pagato con la vita l’intenzione (che all’alba di quel fatidico sedici marzo 1978 sarebbe divenuta realtà) di giungere a un compromesso storico che avrebbe cambiato il volto del nostro Paese per sempre.
Nella lungimirante intelligenza di questa breve citazione s’intravede la sua personalità lucida e brillante, l’alto senso dello Stato inteso come perseguimento di un bene comune, evidente è il richiamo a una moralità a misura d’uomo, non più cristianamente venuta dall’alto ma vicina alla vita reale, vicina alla gente.
Infatti fu proprio la gente comune che l’undici giugno di venticinque anni fa paralizzò l’intera penisola per raggiungere Roma ed essere presente al suo funerale, non soltanto l’addio ad un uomo politico, per alcuni un leader per altri un avversario, ma l’ultimo caloroso saluto ad una persona a cui si aveva davvero voluto bene.