Dopo la pubblicazione della “Ricerca annuale sulla ricchezza delle famiglie italiane, presentata dalla Banca d’Italia il 20 dicembre scorso, molti media nazionali hanno diffuso, amplificandola, la notizia che nel nostro Paese il 10% delle famiglie detiene circa il 45% della ricchezza, come se questo fosse un dato nuovo e inatteso. In realtà questa percentuale (come risulta dalla figura sottostante riportata proprio dallo studio di Bankitalia – clicca per ingrandire) è rimasta praticamente invariata dal 1993.  Nella loro imprecisione i maggiori quotidiani e TG, hanno anche ignorato che lo studio terminava nel 2008 e, quindi, che i risultati non mostravano gli eventuali cambiamenti dovuti alla crisi economica. Per avere i dati del 2010 dovremo aspettare il 2012.

Quello che, invece, avrebbe dovuto preoccupare veramente, non è tanto la percentuale di ricchezza in mano a un decimo della popolazione, quanto il fatto che da noi, come risulta dalla tabella sottostante ( clicca per ingrandire) e relativa ad uno studio dell’OCSE,  è scarsissima la mobilità sociale. Quindi, non solo la ricchezza è molto concentrata, ma è anche difficile accedervi.

Secondo questo studio, nel nostro Paese, difficilmente, i figli riescono a discostarsi dal livello di reddito del loro padre. Questo vuol dire che raramente si creano nuovi ricchi. La nostra classe dirigente è blindata. Per chi non appartiene alle famiglie giuste, è praticamente impossibile farne parte. Da noi il merito, l’inventiva, la qualità e il valore contano meno del cognome e delle conoscenze giuste. Questo a parte l’evidente ingiustizia, crea un danno economico a tutto il Paese, sia perché, molto spesso, siamo guidati dalle persone meno capaci, sia perché senza idee nuove il Capitalismo si inceppa, perde la sua spinta a crescere e a migliorarsi per produrre meglio e a meno.

Se chi ha idee e voglia non riesce ad affermarsi prevalgono l’inefficienza, l’incompetenza e la bassa produttività. Mali che l’economia italiana, purtroppo, conosce molto bene.