Via Giorgio Ambrosoli, 1933-1979. In Italia ce n’è sì e no una decina: a Firenze, Palermo e Mantova, più altre in località minori, come San Donato Milanese o Montoro inferiore, provincia di Avellino. A Roma gli hanno dedicato un largo in zona Nomentana, a Milano e ad Alessandria una piazza. Niente a Napoli, niente a Torino, niente negli altri capoluoghi di regione.

E comunque una decina di citazioni in tutto – sugli oltre 8.000 comuni italiani – per un martire civile come Giorgio Ambrosoli non costituisce certo un dato di cui andare fieri. Per questo grazie alla Rete sta crescendo il tam-tam di quanti chiedono ai sindaci italiani – e più in generale a tutti i politici che hanno voce in capitolo nelle questioni toponomastiche – di dedicare una via del loro comune a Giorgio Ambrosoli. Su Facebook è nato un gruppo apposta, mentre si progetta di far partire una raccolta fondi in Internet (attraverso PayPal) per acquistare anche un’inserzione su un giornale cartaceo: magari il “Corriere della Sera”, che tutte le mattine Ambrosoli comprava prima di andare in ufficio.

L’idea è di sensibilizzare tutti i consigli comunali, che magari perdono i giorni a litigare sui nomi delle vie spartendole tra il politico di un partito e quello di un altro partito. Invece Giorgio Ambrosoli non era un politico, anche se per la “polis” ha fatto molto. Anzi, il suo è uno di quei nomi che non dovrebbe proprio dividere la destra dalla sinistra: avvocato di cultura moderata, accettò per senso del dovere l’incarico di commissario liquidatore della banche di Sindona. E una calda sera di luglio fu ammazzato per aver interpretato il suo ruolo con la schiena diritta, senza cedere alle pressioni e alle minacce del banchiere. Insomma era un uomo per bene, un servitore dello Stato. Uno Stato che non si fece nemmeno vedere, ai suoi funerali: non un ministro, non un sottosegretario. Troppo potente, all’epoca, il clan di Giulio Andreotti a cui Ambrosoli si era opposto nel suo tentativo di fare pulizia.

La vicenda umana e civile di Ambrosoli è tornata recentemente alla ribalta grazie a un libro scritto dal figlio Umberto, Qualunque cosa succeda. Storia di un uomo libero (Sironi, 2009). Ma già nel 1995 il giornalista Corradio Stajano aveva rivelato a un’Italia intorpidita e immemore la statura morale dell’uomo, con il suo libro Un eroe borghese (Einaudi), poi diventato un film di e con Michele Placido. Dalla lettura dei libri, ma anche dalla pellicola di Placido, emerge con chiarezza quello che Ambrosoli era. Soprattutto un cittadino onesto, disposto a rischiare la vita in nome di questa onestà: «Pagherò a molto caro prezzo questo incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perchè per me è stata un’occasione unica di far qualcosa per il Paese». Già, il Paese: quello che oggi potrebbe – e forse dovrebbe – ricordarlo un po’ di più e un po’ meglio. Ambrosoli era un uomo riservato, pacato, rispettoso. Figlio di quell’Italia minoritaria che considera un onore servire al meglio la società in cui si vive. Chissà se, passati più di trent’anni dalla sua morte, l’Italia saprà rendergli onore.

[fonte: l’Espresso]