Il 17 aprile avrà luogo il referendum per l’abrogazione della norma che regola le concessioni alle trivellazioni dei giacimenti di idrocarburi entro dodici miglia dalla costa. Tutto chiaro, sí o no?

Nel web italiano sono già numerosi gli articoli e gli approfondimenti sul referendum del prossimo 17 aprile. Come riportato da molti di essi, la valenza pratica della votazione in sé è decisamente modesta, soprattutto a causa del travagliato percorso subito dall’iniziativa referendaria. I quesiti originalmente proposti erano sei, aventi principalmente l’obiettivo di abrogare la definizione di ‘strategicità’ delle attività di estrazioni di idrocarburi nel territorio Italiano e alcune delle conseguenti modifiche normative (introdotte prevalentemente dai governi negli ultimi tre anni) sulla pianificazione e la gestione delle concessioni ad esse collegate. L’ultima legge di stabilità finanziaria ha modificato nuovamente le norme interessate dai quesiti, lasciando valido solo l’ultimo, in cui si richiede l’abrogazione della possibilità di proroga delle estrazioni di idrocarburi fino all’esaurimento dei giacimenti, solo per le concessioni marittime già rilasciate che distano meno di 12 miglia nautiche internazionali dalla costa (articolo 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152).

Il bilancio energetico italiano

Come mostra Dario Faccini in questo articolo, le autorizzazioni estrattive entro le 12 miglia nautiche dalle coste italiane nel 2015 hanno fornito il 26,6% della produzione nazionale di gas (che corrisponde al 3,2% dei consumi italiani 2014) e il 9,1% della produzione nazionale di petrolio (pari allo 0,8% dei consumi). In caso di vittoria del ‘sì’ tali produzioni cesserebbero alla scadenza dei rispettivi permessi in un arco temporale che va dal 2017 al 2034. Considerando le quantità in gioco e l’ampiezza della fase transitoria, non si dovrebbero avere significative ripercussioni sul bilancio energetico italiano, a parte che nel 2018. In tale anno si verificherebbe la maggiore diminuzione estrattiva, con il termine della concessione D.C 1.AG, che da sola nel 2015 ha contribuito per l’8% della produzione nazionale. Sempre nello stesso articolo sono mostrati i trend di estrazione del gas e del petrolio dalle piattaforme sottoposte a tali concessioni: da essi si evince un chiaro declino, con i valori del 2015 inferiori di 4-5 volte rispetto a quelli che hanno caratterizzato gli scorsi decenni. Probabilmente, anche in caso di vittoria del ‘no’ il contributo al fabbisogno energetico italiano (ma non l’attività estrattiva) da parte di questi stabilimenti si esaurirebbe nel corso di pochi lustri.

Si o no?

Vista l’entità degli impianti in discussione, il referendum avrà verosimilmente un impatto poco significativo anche dal punto di vista occupazionale. Sulle reali cifre coinvolte è in corso un ampio dibattito, considerando anche i posti di lavoro che si genererebbero dall’attività di bonifica e smantellamento delle piattaforme. Sul fronte ambientale l’effetto della vittoria del ‘sì’ sarebbe probabilmente positivo, a patto che l’eventuale deficit di energia dovuto al mancato utilizzo degli idrocarburi nostrani sia compensato da una crescita della produzione da fonti rinnovabili o da una riduzione dei consumi. L’attività estrattiva è penalizzante per la qualità delle acque circostanti (oltre che in termini di subsidenza delle coste); tali impatti evitati sono però secondari rispetto ad altri di ben più rilevanza in Italia (tra cui il consumo di suolo e l’inquinamento atmosferico), per cui sarebbe auspicabile un altrettanto ampio risalto mediatico ed attivismo.

Un approccio globale

In sintesi, l’effetto diretto di ogni risultato del referendum del prossimo 17 aprile sarà probabilmente poco impattante sulle condizioni economiche, energetiche, occupazionali ed ambientali del nostro Paese. Tuttavia, i promotori del quesito sostengono che la vittoria del ‘sì’ avrebbe una maggiore rilevanza politica, in quanto disincentiverebbe ulteriori investimenti pubblici e privati nella produzione di energia da fonti fossili. Questo è certamente auspicabile, soprattutto alla luce degli impegni che l’Italia dovrà assumere per dare il suo contributo al raggiungimento degli obiettivi dell’accordo della COP21 di Parigi. Sarebbe opportuno però che l’interesse dei cittadini verso l’ambiente non si fermi a questo dibattito politico, ma che miri ad una maggiore consapevolezza e diffusione delle corrette abitudini a cui attenersi per mitigare il proprio impatto. Ad esempio, potrebbe essere un buon inizio informarsi su come si potrebbero ridurre le nostre emissioni di gas serra.