Riprendiamo l’attività di Medeaonline per il 2008 proponendovi un interessante articolo di Giuseppe Genna pubblicato su Carmilla. Interessante perché con estrema lucidità e rigore fa il punto sulla situazione allarmante dell’Italia puntando l’attenzione sull’ultima e più eclatante pietra dello scandalo: le recenti, spudorate pressioni, da parte della Chiesa, per abrogare “dall’alto” la legge della repubblica italiana (la 194) sull’aborto.

Dunque, nell’avanguardia della decadenza italiana, nella culla della sua dissoluzione, cioè nella Milano che guida il mostro lombardo, ci si prepara a “nuovi limiti all’aborto terapeutico, vietato dopo la 21esima settimana (o, tutt’al più, dalla 22esima e 3 giorni). Non solo: l’interruzione di gravidanza per motivi di salute della donna vincolata al via libera di un’équipe di specialisti (tra cui, eventualmente, anche uno psichiatra). E il divieto dell’aborto selettivo in una gravidanza gemellare in assenza di reali problemi fisici o psichici della paziente” (così il Corsera di oggi 5 gennaio).
Una Regione che è stata occupata nei ruoli chiave da Comunione e Liberazione, con particolare metodica nei settori della sanità e dell’educazione, annuncia cosa sta per scatenarsi nel Paese: la revisione dall’alto della legge 194, una conquista di civiltà che, secondo il cardinale Ruini, siccome data trent’anni, dovrebbe “essere rivista”. Rivista: si tratta infatti del più pernicioso revisionismo. Poiché il referendum sulla Repubblica data cinquantun anni, a maggior ragione andrebbe rivisto. Si torni alla monarchia…
C’è poco da ridere, in realtà: è la vigilia di un abominio, che si sta preparando con scientezza da anni e che si realizza nella fase di più grave crisi civile, sociale, politica e di ideali di tutta la storia democratica italiana. Sia chiaro: a confronto di quanto sta accadendo in questi anni, qualunque scossa pregressa alle fondamenta del Sistema italiano ha l’intensità di una carezza rispetto a quella di un sisma del decimo grado.
Le libertà collettive stanno subendo un processo di revisione a partire dal Parlamento (o dalle giunte regionali che, non essendo autonome, si comportano come se lo fossero), nello spregio della Costituzione e delle conquiste popolari che hanno sancito referendum decisivi e storicizzati, dai risultati acquisiti nel segno della libertà di coscienza. Ciò significa concretamente: le coscienze sono in pericolo, la vita civile è al collasso, la violenza invisibile retaggio del passato è alle porte. Hanno cominciato dall’economia, hanno travolto la pedagogia, e adesso minacciano direttamente i diritti della donna.
La legge 194 sull’interruzione di gravidanza è l’ultimo bastione dell’eventuale esistenza di una collettività orientata alla libertà e alla garanzia degli ideali democratici.
Siamo prossimi al crollo definitivo della nazione che abbiamo conosciuto e per la quale sono state condotte lotte e raggiunte conquiste di ineliminabile progresso.
Ciò che sta accadendo in questi giorni, in questi mesi, in questi anni, sancisce la prossimanza a questo drammatico punto di non ritorno. Prima di affrontare il problema della revisione della legge 194, ecco uno specchio sommario, a volo d’uccello, della situazione italiana – contesto indispensabile per comprendere cosa è accaduto e cosa sta per accadere:
– La politica è in fase paradossale: non esiste più una differenza consolidata e certa tra destra e sinistra, e il parlamentarismo sta mostrando il suo lato più debole, corrotto, interessato all’autopreservazione; al tempo stesso, non è mai esistito un desiderio tanto intenso, da parte dei giocatori parlamentari, di intrudersi nella vita vissuta del popolo italiano, mediante continui richiami a riforme radicali, che sfigurano l’identità della libera circolazione delle coscienze e dello spazio decisionale comunitario e individuale.
– Ciò è dovuto alla sciagurata decisione del medesimo popolo italiano che, non capendo assolutamente un cazzo di sistemi elettorali, votò nel ’92 sull’onda dell’emozione mediatica il “rinnovamento” elettorale proposto da Mariotto Segni col suo referendum, ingollando la pillola bipolarista della riforma uninominale, che ha condotto all’attuale situazione. È lì, nel 1992, che si pone lo snodo decisivo di quella che non esito a chiamare “decadenza italiana”, nonostante abbia da sempre in disprezzo le istituzioni del Paese in cui vivo e le modalità con cui esse hanno obbligato a viverci. In quella fase viene eliminata la Democrazia Cristiana, sotto la spinta delle inchieste legate a Mani Pulite (su cui bisognerà intervenire con ricerche storiche, a partire dal fatto che nell’87 inchieste equivalenti erano state insabbiate). L’eliminazione della Dc lascia la Chiesa senza referente politico: maturerà, la Chiesa stessa, la decisione di intervenire direttamente nella vita del laico Stato italiano. È nel 1992 che il freno politico al berlusconismo trionfante, cioè il politico Craxi, viene gioiosamente fatto fuori, per l’esultanza delle sinistre, che nemmeno immaginano cosa succede di lì a poco: tolta la maschera, Berlusconi ci mette direttamente la faccia. Con danni abnormi per il vivere collettivo. È lo stesso problema dell’intrusione della Chiesa: senza referente politico, è essa stessa a esprimere e pressare; senza referente politico, è Berlusconi stesso a governare.
– L’Italia cade in un declino economico e in una stagnazione di mercato per i quali sono imputabili politiche di privatizzazione scellerata nei Novanta: una svendita a basso prezzo dello Stato. Penetra, tuttavia, l’idea paradossale che un Paese equivalga a un’azienda.
– Si recepiscono senza discutere le politiche comunitarie più abiette, quali quelle relative alla flessibilità e all’intensificazione del precariato, con l’innalzamento esponenziale dell’ansia collettiva. Ciò non accadde dopo la sconfitta al referendum sulla scala mobile: semplicemente perché fu Craxi, ottenuta la vittoria sul Pci, a fermarne l’applicazione, che fu invece introdotta dal governo Amato, a Craxi pencolante.
– Cresce a dismisura la spettacolarizzazione: categoria politica che contagia la sinistra, grazie a un sistema elettorale che si sostenta di quella, sia su scala nazionale sia su scala locale. La sinistra diviene riformista e tutto ciò che non va nella direzione vorace e speculativa delle “riforme” è tacciato di massimalismo, come se il massimalismo fosse un insulto.
– Con le destre al potere, non esistendo più il freno politico dato dall’equilibrio Dc-Psi, mutano i costumi, vengono adottate politiche sempre più restrittive della libertà di espressione (si veda l’apparato legislativo sulla diffamazione e l’incremento di cause derivatene: si tratta, si badi, di reati di opinione). Tutto l’irrisolto nazionale, cioè almeno un decennio e mezzo, è sottoposto a un feroce revisionismo, che sfiora la sete di vendetta. Il revisionismo attacca addirittura le fondamenta dello Stato. si revisiona la storia partigiana, si revisiona il referendum sulla democrazia. Vengono occupati posti chiave e le “riforme” prendono corpo: a partire da quello che da sempre è stato il laboratorio di prova italiano, cioè la Lombardia, dove, sotto il governo ormai eterno di Roberto Formigoni, si occupano strategicamente i settori della sanità, con una riforma che fa sì che a Milano diventi quasi impossibile curarsi col sistema pubblico, e le scuole si mutino, oplà, in aziende, con crollo relativo dei livelli di educazione.