Quando supererà la crisi l’Italia? Difficile dirlo. Però, possiamo prevedere che lo faremo dopo gli altri Paesi industrializzati. I nostri salari sono fra i più bassi dell’Europa occidentale. La nostra produttività, già in seria difficoltà, ha perso nel triennio 2007-2009 il 2,7% (ma l’industria perde il 3,9%). Non siamo competitivi e c’è poca innovazione. In questa condizione non possiamo contare né sulla domanda interna, né su quella estera.

Secondo uno studio dell’Ocse, fra i 33 Paesi più industrializzati, i nostri salari reali sono al 23° posto. Se, poi, consideriamo la sola Europa Occidentale peggio di noi c’e solo il Portogallo. I salari coreani, tanto per fare un esempio, superano i nostri del 50%. Il Centro studi di Confindustria evidenzia come la produttività italiana non sia cresciuta neanche durante il periodo pre–crisi. E, soprattutto, che, come mostra la tabella riportata sotto, la nostra posizione, sia peggiorata sensibilmente. Infatti, mentre tutti gli altri principali Paesi hanno avuto un consistente aumento della produttività, in Italia è diminuita.

Questi dati confermano l’assenza di una seria politica industriale italiana. Da noi, infatti, si è cercato di competere sui mercati internazionali mediante una politica salariale fortemente deflattiva. Così, mentre i principali Paesi industrializzati, e quelli che un tempo chiamavamo emergenti, investivano in Ricerca e Sviluppo, noi cercavamo di rimanere concorrenziali abbassando i salari. Questa forma di stupida miopia industriale ci ha condotto verso un preoccupante arretramento competitivo.


L’esperienza ha evidenziato come gli investimenti e l’innovazione, permettano: aumento della competitività duraturo, crescita dell’occupazione e maggiori salari. Come mostra la tabella sottostante (clicca per ingrandire), invece, l’Italia investe in Ricerca e Sviluppo meno degli altri Paesi industrializzati. I Paesi che hanno recuperato più in fretta le perdite inflitte dalla crisi economica sono quelli che maggiormente hanno investito in R&S. Questo perché le economie dotate di maggior conoscenza e innovazione agiscono in segmenti di mercato meno concorrenziali.

L’Italia è molto debole nei settori ad alta tecnologia. E tale inferiorità si è accentuata nel tempo. Nella produzione dei beni strumentali, ad esempio, passiamo dal 29,33% del 1965 al 18,74% del 2006.

Gli accordi di Lisbona prevedevano che i Paesi europei investissero il 3% del Pil in R&S entro il 2010. L’Italia è ferma all’1,2% ed è al sedicesimo posto, dopo Portogallo,  Spagna, Irlanda, Slovenia, Repubblica Ceca, Lussemburgo, Paesi Bassi, Regno Unito, Belgio, Francia , Germania, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia. Gli unici ad aver rispettato gli accordi sono questi ultimi due Stati.

La tabella sottostante è forse quella che meglio spiega la nostra reale debolezza economica. Appare evidente come l’Italia sia cresciuta meno degli altri Paesi Europei ed abbia fronteggiato peggio la crisi. Dal 1997 al 2009, infatti, la crescita del nostro Pil è stata di almeno un punto al disotto della media europea (UE 27). Mentre la crisi ha da noi provocato una caduta del 5,3% contro il 3,5% della media UE.

Dagli anni Settanta il nostro Pil continua inesorabilmente a rallentare, tanto che il Centro studi di Confindustria parla di “lunga frenata”. La tabella sotto, illustra questa nostra inesorabilmente contrazione (clicca per ingrandire).

I nostri ritardi in termini di produttività, salari, crescita, investimenti in Ricerca e Sviluppo, controllo del debito pubblico non sono migliorati neanche durante quest’ultimo decennio caratterizzato dai Governi guidati da un imprenditore di successo come Silvio Berlusconi (XIV legislatura 2001-2006 e XVI legislatura dal 2008 e ancora in corso). L’Italia non è progredita di una virgola. Ha continuato ad arretrare e a perdere posizioni. Il Pil ha continuato a crescere poco, la produttività è rimasta piatta, i salari reali hanno continuato a scendere, gli investimenti sono sempre risicati, il debito pubblico ha mantenuto la sua naturale tendenza al rialzo. Insomma, non è migliorato niente.
Anzi, a giudicare da quest’ultima tabella fornita dal Centro studi di Confindustria, intorno al 2005 il nostro Pil Pro Capite è sceso sotto la media europea. Ognuno di noi è diventato relativamente il più povero d’Europa.