In questi momenti di violenza, di attentati e di guerra, come deve comportarsi un Cristiano? Che cosa deve fare per continuare a sperare di entrare nel Regno di Dio?

Un’indicazione precisa ce la fornisce direttamente Gesù nel “discorso della montagna” attraverso quelle che noi chiamiamo “le Beatitudini Evangeliche”:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.
Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli
(Matteo 5, 3-12)

È evidente che coloro che saranno “beati”, e che forse lo sono già nella vita presente, sono quelli che non si ribellano, che accettano ogni cosa che il Signore manda loro, che si rimettono completamente nelle Sue mani. Le “Beatitudini” rappresentano l’autoritratto di Gesù stesso e, quindi, anche quello del Padre. Infatti, Gesù dice: «Io e il Padre siamo uno» (Giovanni 10, 30-38) e «Chi ha visto Me ha visto il Padre» (Giovanni 14, 6-14).
Cristo con le “Beatitudini” e con la sua vita, ci insegna esplicitamente a non ricorrere alla violenza e a sottomettersi con cuore mite e umile. Ad essere come Lui che è l’Agnello che, con mansuetudine, accetta la croce senza difendersi, senza protestare. Egli dice: «Beati i miti, perché erediteranno la terra… Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia… Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio». Eppure nonostante questo, non riusciamo a seguire questi suoi insegnamenti. Per noi uomini sono irraggiungibili, sono una meta cui tendere ma alla quale non arriveremo mai. Tuttavia anche se sappiamo che non raggiungeremo mai questa perfezione, nulla ci vieta di tentare.

La “guerra giusta” di Sant’Agostino d’Ippona

I singoli possono cercare di emulare Gesù, ma uno Stato può rinunciare a difendersi e a difendere i propri cittadini? Come deve, e può, comportarsi uno Stato a maggioranza cristiana, che (nonostante l’omissione della costituzione europea) affonda le proprie radici nel Cristianesimo, davanti a una minaccia concreta? Come può giustificare un intervento armato e il ricorso alla guerra? Questa domanda non è certamente nuova.
I primi padri della chiesa, basandosi su alcuni brani del Vangelo e credendo di interpretarne lo spirito, ritenevano che la guerra andasse sempre condannata e che ogni guerra fosse sempre illecita. Il buon senso, e l’esperienza, però, mostravano che perseguire la pace non fosse sempre possibile e che vi erano situazioni in cui bisognava reagire.
Sant’Agostino d’Ippona gettò le fondamenta per risolvere la questione. Il santo, infatti, introdusse l’idea della “guerra giusta”. Per lui la guerra è ingiusta solo se fatta contro popoli inoffensivi, per desiderio di nuocere, per sete di potere, per ingrandire un impero, per ottenere ricchezze e acquistare gloria. In tutti questi casi la guerra va considerata un brigantaggio in grande stile.
Per sant’Agostino la guerra è l’extrema ratio per risolvere una controversia tra Stati. Affinché la guerra non sia inhonesta si devono rispettare tre condizioni:

  1. che la guerra sia dichiarata dalla “legittima autorità” (legitima auctoritas)
  2. che si debba attaccare solo per legittima difesa o per scongiurare un male più grande della guerra stessa
  3. che sia dichiarata con retta intenzione.

La filosofia Scolastica e in particolare San Tommaso d’Aquino ripresero le posizioni di sant’Agostino e aggiunsero altri due criteri:

  1. la guerra deve essere dichiarata come ultima ratio (solo dopo aver esperito tutti i tentativi di trovare soluzioni per via diplomatica)
  2. deve essere combattuta in debitus modus, ossia con dei mezzi legittimi e assicurando la protezione dei civili

Grazie all’opera dei due grandi santi, il problema della definizione dei conflitti ha trovato una sua sistemazione. La possibilità di fare la guerra non è più lasciata all’arbitrio e al desiderio di prevaricazione, si pensi ai grandi conquistatori del passato come Alessandro Magno o, molto più vicino a noi, come Hitler. E, inoltre viene contrastato anche quel pacifismo totale che, rifiutando ogni guerra e ogni tipo di difesa, assume un carattere utopico e impraticabile e che, se attuato fino alle sue estreme conseguenze, causa la rassegnazione alla violenza e dell’ingiustizia.
La “guerra giusta” diviene una sorta di linea mediana, di sintesi in grado contrastare sia l’idea di guerra come fattore naturale della storia dell’umanità ed elemento in grado di portare sviluppo e crescita, sia la rassegnazione al male procurato dagli uomini a gli altri uomini.