"Occupy Wall Street" ha rappresentato per molti la presa di coscienza del fallimento del Liberismo, il Primo Maggio potrebbe riconfermare quella conclusione

L’11 novembre del 1887, a Chicago quattro operai, quattro organizzatori sindacali e quattro anarchici vennero impiccati per aver organizzato una protesta dei lavoratori il 1 maggio dello stesso anno. Chiedevano condizioni di lavoro più dignitose, un orario di lavoro più umano, il riconoscimento della loro dignità di persone e il riconoscimento del fatto che i lavoratori non sono macchine di proprietà dei padroni. La polizia ha soffocato nel sangue le manifestazioni di quella terribile stagione di lotta sindacale. Una parte (la peggiore) delle forze dell’ordine, in determinate circostanze, ha sempre avuto un certo tipo di inclinazione all’uso della violenza.

Molti lavoratori oggi, per uno strano rovescio della storia e dell’economia, si trovano a dover riscoprire – volenti o no – l’importanza della lotta sindacale. Stretti nella morsa della crisi economica i lavoratori sono messi alle strette. Tutto diventa negoziabile per gli imprenditori (o meglio, solo per i peggiori imprenditori), cade qualsiasi rispetto per i diritti dei lavoratori. L’orario di lavoro giornaliero di otto ore al massimo, i diritti delle donne, le malattie, le ferie, i giorni di festa e quelli lavorativi, i contratti, i contributi per la pensione, nella lurida visione del liberismo moderno si parte da zero: io ho i soldi e comando, tu sei il mio schiavo e obbedisci. E i tecnici al Governo, non legittimati da investitura elettorale, difendono questa visione del mondo.

Oggi molti guardano all’Europa, alla Germania, alla Danimarca come modelli di mercato del lavoro funzionanti. In molti casi queste nazioni hanno dimostrato di saper gestire un sistema produttivo efficiente, ricco e rispettoso dei diritti di tutti. Molti, più autorevoli di me, hanno sottolineato l’anomalia delle aziende italiane che chiedono aiuto allo Stato (cioè ai contribuenti, cioè anche ai loro lavoratori) poi delocalizzano la produzione all’estero per comprimere i costi. A queste aziende non dovrebbe essere garantito alcun vantaggio sul mercato italiano, soprattutto non dovrebbe essere permesso l’uso del marchio Made in Italy se i loro prodotti non sono al 100% creati in Italia. Invece queste cose succedono e chi le paga? I lavoratori.

Non è la prima volta che su questo magazine sottolineiamo l’andamento alla rovescia di questo Paese che continua, nonostante tutte le evidenze, a privilegiare la finanza e i ricchi (cioè la minoranza) a discapito della produzione e dei lavoratori (cioè la maggioranza). Avanti di questo passo, come dicono in tanti anche osservando l’Italia dall’estero, si va alla rovina e non ci sono manovre che tengano. Si può stringere la cinghia, si possono racimolare i soldi tassando ogni cosa, ma a tutto c’è un limite. E questo limite oggi lo devono stabilire i lavoratori. Li aspetta una stagione calda di lotta e di protesta, inutile illudersi del contrario. Non ci sono più scappatoie e nemmeno mezze misure, non c’è più spazio per i mezzucci diplomatici e i tentativi di ingraziarsi i padroni: o si lotta o si diventa schiavi. Festeggiamo il lavoro e prepariamoci a difenderlo con le unghie e con i denti.