Accadeva ogni anno, puntualmente verso la fine di ottobre. Le piogge si facevano più frequenti e i fiumi s’ingrossavano. L’Arno, il Bisenzio e l’Ombrone Pistoiese minacciavano i centri abitati e spesso arrivavano persino ad esondare. Erano catastrofi annunciate e, nella maggior parte dei casi, l’esperienza aveva insegnato ai toscani come gestirle al meglio. Non che la cosa facesse piacere agli abitanti del posto, ma di promesse e di belle intenzioni ne avevano sentite talmente tante, che ormai avevano capito il messaggio: dovevano sbrigarsela da soli. Per questi motivi nessuno sembrava preoccuparsi più di tanto. Quando poi – nella giornata del 3 novembre – le piogge erano aumentate di intensità, la gente del posto si era limitata a cogliere l’occasione per una chiacchierata con i concittadini sulle spallette e sugli argini. In città e nei dintorni ci si preparava a trascorrere in casa il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Grande Guerra, allora festa nazionale. In seguito si dovette ammettere che fu proprio grazie a quella festività che le vittime dell’alluvione furono relativamente poche. Nessuno avrebbe potuto dire cosa sarebbe accaduto se le acque avessero sorpreso i fiorentini che andavano al lavoro, o i contadini all’opera nei campi in un giorno feriale.

Cronaca di una catastrofe annunciata
La sera del 3 novembre giungono le prime notizie allarmanti dal Mugello e dalla provincia di Arezzo dove fiumi, torrenti e fossi in piena hanno rotto gli argini. Verso la mezzanotte l’Arno inizia la sua opera di devastazione tracimando nel Casentino e nel Valdarno Superiore. Nella zona di Incisa in Val d’Arno vengono interrotte l’Autostrada del Sole e la ferrovia per Arezzo e Roma. Le acque dell’Arno invadono Montevarchi, Figline Valdarno, Incisa in Val d’Arno, Rignano sull’Arno, Pontassieve, Le Sieci e Compiobbi. A Reggello, un torrente in piena travolge una casa abitata da sette persone. All’1,00 di notte del 4 novembre l’Arno straripa in località La Lisca, nel comune di Lastra a Signa. Vengono spezzati i collegamenti via terra tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Due ore dopo, alle 3,00 di notte, arriva a Firenze la grande piena dell’Arno. I comuni a monte sono già stati travolti e devastati, l’intera zona è già in ginocchio, ma il peggio deve ancora venire. Il livello del fiume a Firenze ha ormai raggiunto le spallette dei lungarni. Un sottufficiale dei vigili del fuoco, arrivato in Piazza Mentana, vede che l’acqua sta zampillando dai muretti e corre a dare l’allarme: i fiorentini cominciano a capire che in quella piena c’è qualcosa di anomalo, che non si tratta della solita piena dell’Arno. Nel giro di mezz’ora l’Arno sfonda gli argini a Rovezzano. Vengono allagate le zone di San Salvi e del Varlungo mentre, nella riva opposta, l’acqua si fa largo nei quartieri di Gavinana e Ricorboli fino all’acquedotto comunale dell’Anconella. Qui si ha la prima vittima, Carlo Maggiorelli, un addetto alla sorveglianza degli impianti idrici. Stava rispondendo ad una telefonata che lo esortava a fuggire quando la furia delle acqua l’ha travolto e trascinato via. Nel centro storico saltano le fogne e le cantine sono allagate e sommerse. Quella che ormai si configura sempre più come un piccolo diluvio universale non accenna a voler finire, anzi verso le 4,00 le acque dell’Arno invadono il Lungarno Benvenuto Cellini, corrono per Via dei Renai e sommergono una larga parte dell’Oltrarno storico. Finisco sott’acqua i quartieri di San Niccolò, Santo Spirito, San Frediano, l’Isolotto e San Bartolo a Cintoia. Il fiume si ferma solo a Soffiano ed alle porte di Scandicci. L’acqua inizia ad affluire nel quartiere di Santa Croce e salta la luce elettrica. Quasi contemporaneamente inizia il dramma nella periferia occidentale: Lastra a Signa e una parte del comune di Scandicci sono allagate dalle acque di alcuni torrenti. L’Arno straripa anche nella zona del Lungarno Acciaioli e di quello alle Grazie, mentre nel resto della città l’acqua è a filo delle spallette. In mezzo a quest’apocalisse gli orefici del Ponte Vecchio cercano di mettere in salvo i preziosi. Qualcuno, osservando lo scorrere delle acque tra i palazzi della città, comincia a domandarsi se la provincia di Firenze non sia destinata a fare la fine di Atlantide. A San Piero a Ponti il Bisenzio rompe l’argine e le sue acque si riversano su San Mauro a Signa e poi sulla parte sud del comune di Campi Bisenzio. Montelupo Fiorentino è sommersa dalle acque del fiume Pesa, che non riescono a confluire in Arno. Alle 6,50 tocca alla spalletta di Piazza Cavalleggeri: cede e la furia dell’Arno si abbatte sulla Biblioteca Nazionale Centrale e sul quartiere di Santa Croce. Un paio d’ore dopo le acque limacciose dell’Arno irrompono in Piazza del Duomo a Firenze. Quando le acqua cominciarono a defluire si trascinarono dietro una quantità impressionante di fango e nafta: le acque dell’Arno si diressero verso Porta di San Frediano, mentre da tutte le fognature l’acqua defluiva con forza in via Pisana. In alcune zone di Firenze l’acqua raggiungeva il primo piano delle abitazioni e ne minacciava la stabilità. Il sindaco Piero Bargellini, assediato dalle acque in Palazzo Vecchio, manda le prime richieste di aiuto. Nel Viale Edmondo De Amicis saltano le condotte dell’acqua ed è fuori uso anche l’amplificatore di stato. L’Arno rompe anche nella zona di Quaracchi e sommerge i sobborghi di Peretola, Brozzi e la piana dell’Osmannoro nel comune di Sesto Fiorentino. Dato che le disgrazie non vengono mai sole, in Via Scipione Ammirato a Firenze esplose un deposito di carburante e morì un anziano pensionato. L’Arno travolge l’argine strada mediceo a San Donnino, che viene pressoché sommersa. Nella stessa zona tracimano anche il Fosso Reale ed il Fosso Macinante. A mezzogiorno il dramma è in pieno svolgimento. Firenze è ormai irriconoscibile e le prime vittime note (due anziani rimasti intrappolati) sembrano destinate a non rimanere le uniche. La popolazione della zona di Via Ghibellina è impegnata a salvare i detenuti del carcere delle Murate, intrappolati nell’edificio e minacciati dall’acqua nelle loro celle. Si salveranno tutti ad eccezione di Luciano Sonnellini, che muore nel tentativo di raggiungere una delle case in cui si rifugiavano i suoi compagni. Alcuni detenuti particolarmente pericolosi approfittarono dell’occasione per evadere e dedicarsi al saccheggio delle armerie, la gran parte di essi si consegnò alle Forze dell’Ordine o fece spontaneo ritorno in carcere appena passata l’emergenza. A San Donnino, alcuni allevatori della zona mettono in salvo le loro mucche al primo piano della locale Casa del Popolo: la scena delle inconsuete ospiti nelle sale e nel balcone del circolo sarà ripresa dai mezzi di comunicazione e diverrà una delle più popolari e curiose dell’alluvione. Mentre cala la sera, a Firenze, dove le acque hanno raggiunto anche i sei metri di altezza, l’Arno inizia lentamente a rientrare nel suo corso. È l’inizio della fine dell’incubo per la città ma la furia del fiume in queste stesse ore arriva ed Empoli, dove l’Elsa rompe gli argini. Nella notte tra il 4 e il 5 novembre, mentre a Firenze e dintorni arrivano i primi soccorsi, l’Arno prosegue la sua folle corsa, rompendo gli argini a Santa Maria a Monte e sommergendo Castelfranco di Sotto e Santa Croce sull’Arno. Stesso copione a Pontedera mentre Pisa, miracolata, deve lamentare il crollo dello storico Ponte Solferino. Nelle stesse ore, Grosseto viene sommersa dalle acque dell’Ombrone.

Il mistero che seguì la catastrofe: il numero delle vittime
Uno dei principali quesiti rimasti insoluti dell’alluvione fiorentina è sempre stato il numero delle vittime: la segretezza ed il riserbo delle autorità sull’argomento fin dai primi giorni contribuirono a far diffondere macabre leggende metropolitane come quella di decine di fiorentini che avevano trovato una morte orribile per essere stati sorpresi dalle acque nel sottopasso di Piazza della Stazione. Solo recentemente, l’associazione Firenze Promuove è riuscita a trovare e pubblicare un documento ufficiale della Prefettura del novembre 1966 che fissò in 34 il numero delle vittime, di cui 17 a Firenze e 17 nei comuni della provincia. Persero la vita in quei drammatici giorni, per cause più o meno dirette dovute all’alluvione.

Gli angeli del fango e i bagnini della Versilia
L’alluvione non aveva interessato solo la città di Firenze, ma di fatto, con varia intensità, tutto il nord e centro Italia. Solo in Firenze furono trascinati dalla piena circa seicentomila metri cubi di fango. L’acqua aveva distrutto una innumerevole serie di ponti, reso inagibili molte strade (rendendo assai difficoltosa l’opera di primo soccorso). L’alluvione fu uno dei primi episodi in Italia in cui si evidenziò l’assoluta mancanza di una struttura centrale con compiti di protezione civile: le notizie furono date in grande ritardo e i mezzi di comunicazione tentarono di sottacere l’entità del disastro. Per i primi giorni gli aiuti provennero quasi esclusivamente dal volontariato, o dalle truppe di stanza in città. Per vedere uno sforzo organizzato dal governo bisognò attendere sei giorni dopo la catastrofe. I famosi “angeli del fango” furono un esercito di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità che volontariamente, subito dopo l’alluvione, arrivarono a migliaia in città per salvare le opere d’arte e i libri, strappando al fango e all’oblio la testimonianza di secoli di Arte e di Storia. Questa incredibile catena di solidarietà internazionale è una delle immagini più belle nella tragedia. L’unico aiuto finanziario del governo fu una somma di 500mila lire ai commercianti, erogata a fondo perduto e finanziata aumentando il prezzo della benzina. La Fiat ed altre case automobilistiche offrirono, a chi aveva perso l’auto, uno sconto del 40% per comprarne una nuova e una supervalutazione di 50mila lire per i resti della macchina alluvionata. Un grande merito nell’opera di sensibilizzazione si dovette ad un documentario del regista fiorentino Franco Zeffirelli, che comprendeva un accorato appello in italiano dell’attore inglese Richard Burton. Giunsero così presto nel capoluogo toscano i primi aiuti, in veste più o meno ufficiale. Un grande contributo fu dato da alcune città toscane come Prato e dai comuni della Versilia che, in soccorso agli alluvionati, inviarono anche i propri famosi bagnini e le loro attrezzature per il salvataggio, da altri comuni e città italiane, e da moltissime altre parti. È inevitabile che i più duraturi nella memoria siano i danni al patrimonio artistico: migliaia di volumi, tra cui preziosi manoscritti o rare opere a stampa furono coperti di fango nei magazzini della Biblioteca Nazionale Centrale, e una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, Il Crocifisso di Cimabue conservato nella Basilica di Santa Croce deve considerarsi, nonostante un commovente restauro, perduto all’80%. La gente comune, con gli esperti al lavoro, non perse tempo per ripristinare le abitazioni e le attività economiche. Il proverbiale umorismo dei fiorentini però non s’era fatto abbattere da quella tragedia: alcune trattorie devastate esposero cartelli con scritto “oggi specialità in umido” e negozi sventrati annunciavano cartelli con frasi del tipo “ribassi incredibili, prezzi sott’acqua!”, “Vendiamo stoffe irrestringibili, già bagnate”. Si può dire che Firenze ritrovò una sorta di normalità in poche settimane, tanto che fu possibile addobbare il centro storico per le feste di Natale con alberi decorati con residuati dell’alluvione. A Natale giunse in visita Papa Paolo VI, che celebrò la Messa Natalizia nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. Secondo la tradizione dell’Epifania i fiorentini appesero su Ponte Vecchio una grande calza piena di carbone, dedicandola all’Arno che in quell’anno era stato molto cattivo. Una importante conseguenza socioeconomica dell’alluvione fu il definitivo colpo di grazia alle attività agricole e dell’allevamento nella Piana, già in crisi per il trend economico generale: molti contadini ed allevatori della zona, avendo perso tutto il materiale e le mandrie sotto le acque, decisero di non riavviare le proprie attività e di impiegarsi nell’industria o di aprire piccole attività artigianali o commerciali.

Che cosa si è fatto
Nel tentativo di evitare il ripetersi di un evento simile, nel corso degli anni, sono stati realizzati alcuni interventi tra cui la creazione di alcune casse di espansione nel letto del fiume, l’abbassamento delle platee dei ponti nei tratti urbani del fiume e il rimboschimento di vaste aree montane a monte del bacino del fiume Arno e Sieve. Nonostante questi interventi però, da più parti, permangono dubbi. Secondo molti le misure prese non sono sufficienti ad evitare una esondazione con situazioni di maltempo paragonabili a quelle del 1966. Sono in molti a sostenere che, se si ripetessero simili condizioni, l’Arno tornerebbe ad alluvionare Firenze .Tutto il centro storico della città – che si trova a livelli di quota relativa molto bassi – verrebbe sommerso da diversi metri d’acqua esattamente come quarant’anni fa. Un intervento di grande respiro è stato la realizzazione del cosiddetto Lago di Bilancino, nel Mugello, che dovrebbe controllare il regime del fiume Sieve, forse il maggiore contribuente alle piene dell’Arno ed allo stesso tempo realizzare una riserva d’acqua utile per le ricorrenti siccità. La creazione del lago è stata molto criticata, anche a causa del vertiginoso aumento dei costi ed alla tendenza ad un rapido interramento che, dagli studi condotti da parte di istituti specializzati, nel volgere di poco più di un secolo lo farà diventare una zona paludosa. Inoltre il lago, anche al 100% del suo potenziale, è comunque troppo decentrato rispetto all’asta principale dell’Arno e non potrà che esercitare un effetto assai limitato su eventuali piene catastrofiche. Nei comuni della periferia fiorentina, le amministrazioni locali hanno intrapreso una seria manutenzione degli argini dei corsi d’acqua, soprattutto dopo le alluvioni del 1991 a Campi Bisenzio, Bagno a Ripoli e Quarrata e del 1992 a Poggio a Caiano. Alcuni comuni si sono ulteriormente impegnati con la realizzazione di opere idrauliche come impianti idrovori e casse di espansione.

Cosa resta ancora da fare
Da subito dopo la grande alluvione, molti hanno chiesto a gran voce il trasferimento della sede della Biblioteca Nazionale Centrale, situata in posizione pericolosa (a pochi metri dalle spallette dell’Arno e sotto il livello del fiume). Si sono fatte numerose proposte di possibili sedi come Pozzolatico, Castello (quartiere di Firenze), Sesto Fiorentino o addirittura Prato ma per ora siamo rimasti al livello delle parole e delle proposte. Si è pure notato che un eventuale replica dell’alluvione del 1966 sarebbe oggi immensamente più catastrofica: si è calcolato che oggi il livello delle acque, esondate con le stesse modalità di allora, supererebbe di due metri quello del 1966. Oltretutto in questi quaranta anni molte zone al quel tempo deserte o a conduzione agricola sono state trasformate in quartieri densamente abitati o in aree industriali. Un recente calcolo ha dimostrato che se un’alluvione come quella del novembre 1966 colpisse Firenze e le zone limitrofe, essa provocherebbe danni per circa 20 miliardi di euro, ossia quanto il valore medio di una legge finanziaria e pertanto le sue conseguenze sarebbero catastrofiche non solo per la città ma per tutta l’economia nazionale. Da Roma però, esattamente come quarant’anni fa, tutto tace.