Mentre la classe politica italiana è impegnata a lanciarsi penne nei corridoi del parlamento e ad occuparsi delle vicende di scarso interesse di un oligarca poco illuminato, medeaonline cerca, come ogni buon cittadino, di capire come stanno veramente le cose nel Bel Paese. Chissà, magari studiando un poco i fatti, si capirà meglio come agire nei prossimi anni.

Come rivela la Rivista di Statistica dell’OCSE, relativa al 2009, la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il 43,5% divenendo la terza del mondo. Prima di noi ci sono Danimarca (48,2%) e Svezia (46,4%). Paesi, però, dove esiste un evolutissimo sistema di Welfare che giustifica l’entità di tali prelievi. Il terzo posto ci è stato lasciato dal Belgio, che è riuscito a ridurre la pressione fiscale di 1 punto percentuale. Noi, invece, nonostante la crisi abbiamo avuto, rispetto al 2008, un aumento dello 0,2%.

La nostra pressione fiscale, a dispetto dei proclami elettorali, sembra inarrestabile. Ma non è sempre stato così. Come si vede dalla tabella sottostante, riportata dallo studio dell’OCSE (clicca sull’immagine per ingrandire), nel 1965 era uguale al 25,5% (in linea con gli Stati Uniti, dove era del 24,7%). Un decennio dopo, nel 1975, era, addirittura diminuita toccando il 25,4% (tanto per fare il solito esempio, negli USA era il 25,6%). Nel 1985, però, raggiungeva il 33,6%, per arrivare al 43,5% del 2009 (Gli USA sono al 24%). Durante questi anni di crisi, molti Paesi, per sostenere la domanda interna e favorire la competitività delle proprie industrie, sono riusciti a ridurla. Nel periodo 2007 – 2009, la Francia è passata dal 43,5% al 41.9%, gli USA dal 27,9% al 24%, il Regno Unito dal 36,2% al 34,3%, la Spagna dal 37,3% al 30,7%, la Norvegia dal 43,8% al 41%, ecc …

Dal Bollettino statistico della Banca d’Italia N° 44, poi, apprendiamo che il totale delle entrate (espresse in percentuale del Pil – guarda immagine sottostante; clicca per ingrandire), non è il terzo del mondo, come dovrebbe essere, e come ci si aspetterebbe, ma il settimo. Questa incongruenza dipende con ogni probabilità dall’entità della nostra evasione fiscale, che secondo le ultime stime, dovrebbe aggirarsi intorno ai 120 miliardi di euro. Questo nostro “vizio” è uno dei fattori chiave per capire: 1) la difficoltà ad investire per rinnovare il nostro apparato produttivo, 2) i continui tagli di spesa fatti per contenere il debito pubblico. L’evasione, inoltre, è particolarmente odiosa perché causa una sperequazione di trattamento fra i cittadini e compromette la realizzazione di una efficace redistribuzione della ricchezza.

In linea con le entrate troviamo le uscite. Come si vede dallo schema riportato sotto (anch’esso della Banca d’Italia – clicca per ingrandire), siamo al sesto posto per quanto riguarda la spesa pubblica (espressa come percentuale del Pil). Ora, a prescindere dall’efficienza e dall’utilizzo di tale spesa, questo vuol dire che paghiamo più di quanto riceviamo. Chi paga le tasse, elargisce una fetta di ricchezza  da terzo posto, per riceverne una da sesto. Danimarca e Svezia, invece, che sono rispettivamente la prima e la seconda in termini di pressione fiscale, mantengono queste posizioni anche sul lato delle entrate e della spesa.

Alla luce di questi risultati e soprattutto della nostra pressione fiscale da record ci chiediamo che benefici abbiano portato le privatizzazioni della grande impresa pubblica. La riduzione della presenza dello Stato nel sistema produttivo avrebbe dovuto rendere il Paese più efficiente e competitivo, arginare la spesa, migliorare i servizi, creare uno Stato che costasse di meno e ridurre il debito pubblico. Dal 1992 al 1999 le privatizzazioni hanno portato nelle casse dello stato 178.000 miliardi di lire (ai prezzi del 1992), ma vantaggi sulla nostra vita e su quella del Paese non si sono visti.

Il sistema produttivo e finanziario pubblico è passato ai privati. Lo Stato ha rinunciato al controllo sul settore bancario – assicurativo, su quello delle telecomunicazioni, dell’energia, della siderurgia, dell’editoria e su quello alimentare (vai QUI per maggiori dettagli), ma la nostra economia non ha ottenuto i miglioramenti sperati. La pressione fiscale che nel 1985 era il 33,6% del Pil nel 2000, raggiungeva il 42,2%. Non è aumentata né la produttività, né l’efficienza, né la competitività, e il debito pubblico ha continuato la sua corsa (vedi figura sotto clicca per ingrandire).

Come si vede, fatta eccezione per una flessione nel 1992, il trend è, in pratica, costante.

Rincorrere i principi neoliberisti non ha portato nessuna trasformazione positiva. I ceti medi, che hanno sposato e sostenuto queste trasformazioni, sono quelli che sono andati peggio. Il loro lavoro è diventato meno sicuro e per i loro figli e nipoti si prospetta precariato e incertezza.  I vantaggi sono stati solo per il capitale monopolistico della grande finanza. Che si è impadronita di buona parte delle risorse del Paese, senza avere l’obbligo di adoperarle per sostenere sviluppo economico e politiche sociali e occupazionali. Per adesso, questo grande cambiamento ci ha reso più vulnerabili alle crisi finanziarie e ai capricci della speculazione e del mercato.