In questi giorni di metà estate, male non fa fermarsi e riflettere un poco sulla nostra vita. E, crediamo, sulla nostra comunità. Per mesi, medeaonline ha parlato della comunità in cui si riconosce (per ragioni culturali e politiche, o semplicemente perché con la lingua di questa cultura abbiamo imparato a leggere e scrivere): quella italiana. L’Italia, paese grande, di antiche tradizioni, con un recente passato di affascinanti luci e vergognose ombre, con un presente così piccolo e infimo da far impallidire i padri fondatori (quelli risorgimentali e quelli costituenti del ’48). Abbiamo parlato molto dell’Italia, con le critiche che l’attuale gestione necessariamente richiede -se abbiamo un poco di coscienza e informazione- e con la speranza di un futuro più giusto e prosperoso. Per questo, proponiamo qui una riflessiome di Claudio Magris apparsa sul Corriera della Sera del 10 Agosto. Un modo per riflettere sulla nostra comunità, sulla considerazione che abbiamo d’essa e di noi. Uno sprono per cominciare a lavorare insieme per uscire da uno dei momenti più tristi della storia del nostro paese.

“L’autodenigrazione, si sa, è un radicato vizio italico, che fiorisce non solo in agosto; parlare dell’Italia, per un italiano, significa quasi sempre parlarne male, magari compiaciuto di sentirsi capace di dire verità dolorose. È difficilmente immaginabile un altro Paese in cui un ministro — che è stato ed ha chiesto di essere eletto a rappresentare il proprio Paese— saluti l’inno nazionale con un gestaccio scurrile, più adatto alle goliardate adolescenziali nei cessi della scuola durante l’intervallo fra le lezioni.
D’altronde è ingiusto scandalizzarsene, perché ognuno di noi fa sempre esattamente quello che può, secondo i talenti ricevuti dall’imperscrutabile disegno divino, che li distribuisce in misura sorprendentemente diseguale; se ad esempio una persona sa fare solo pernacchie, non le si può chiedere di scrivere L’Infinito, di scoprire il modo di sconfiggere il cancro o di creare la pace in Medio Oriente.
Una forma di autolesionismo è costituita dal disprezzo indiscriminato nei confronti dell’università italiana, proclamato da professori universitari italiani, soddisfatti di svilirla a paragone di istituzioni accademiche di altri Paesi e specialmente degli Stati Uniti. Indubbiamente una dura critica all’attuale università italiana è più che giustificata dalla sua degradazione avvenuta negli ultimi lustri ad opera dei governi e ministeri di centrodestra e centrosinistra, caso raro di politica bipartisan. Ad esempio il volume
Tre più due uguale a zero (Garzanti), cui ho collaborato anch’io, è una denuncia senza sconti dei disastri provocati da contraddittorie e paradossalmente complementari riforme, col loro pasticcio di demagogia sociologizzante, mercato applicato fuori luogo e smania di imitare modelli di altri Paesi senza creare le premesse per farli funzionare.
Ragioni di critica, dunque, l’università italiana ne offre anche a chi non è nazionalmente masochista. Ma è sempre il tono che fa la musica e troppo spesso il tono col quale vengono formulati giudizi anche giustamente aspri è un tono supponente. C’è chi — magari per aver avuto occasione di insegnare all’estero, cosa che accade a molti di noi nel nostro mestiere di docenti, quasi come il sigaro e la croce di cavaliere che Vittorio Emanuele II non negava a nessun galantuomo — si sente immune da quelle pecche, estraneo a quelle difficoltà e a quei mali che dovrebbe sentire come propri. Siamo sempre partecipi e in parte pure responsabili dei mali del nostro Paese; ognuno di noi dovrebbe sentirsi operaio della vigna — di quella vigna che per ognuno di noi è il nostro Paese — e non altezzoso turista o visiting professor (talora c’è poca differenza) che fa lo schizzinoso davanti a quel vino. Ciò vale in ogni campo: ad esempio pure il tono di arida superiorità col quale alcuni muovono critiche all’attuale governo — critiche che esso merita e che condivido con passione — le rende sterili ed inefficaci. Chi, come me, considera una sventura il risultato delle ultime elezioni, non può guardare con sufficienza chi ha votato per gli attuali imbarazzanti vincitori, ma deve chiedersi perché non ha saputo convincere altri a votare altrimenti.
Un aspetto comico dell’autodenigrazione accademica riguarda l’infatuazione per le università americane; comico perché sembra un remake dei film in cui Alberto Sordi si sforza di mangiare hamburger invece degli amati spaghetti. Pure questa ammirazione è fondata, perché i risultati mondiali della ricerca coltivata nelle università statunitensi sono sotto gli occhi di tutti. Ma chi ha un minimo di esperienza accademica negli Stati Uniti sa che, anche in quel grande Paese, c’è una bella differenza fra i cosiddetti centri di eccellenza e le università di medio livello e che la cultura di un Paese è data dal suo livello medio. E può capitare che in un prestigioso college come il Bard College, in cui insegnò Hannah Arendt, su trentanove studenti di un corso ci sia solo uno il quale sappia chi era il maresciallo Tito e più della metà ignori quale sia la capitale della Polonia, cosa che non succedeva al mio liceo triestino.
Altro luogo comune mitizzato e sbattuto in faccia ai poveri provinciali italiani è il giudizio di valore identificato con il numero di citazioni che un autore o una ricerca ottengono nelle riviste scientifiche considerate di maggior prestigio. Pure in tal caso, una constatazione ovvia (Einstein è naturalmente stracitato) scade a banale stereotipo se viene proposta come una verità assoluta. Anzitutto è patetico supporre che le riviste top siano sacrari di purezza immuni da quei rapporti personali, da quelle casualità e coincidenze che vengono ad incidere nella selezione dei valori. Inoltre, a tutti noi è capitato di leggere (anche di scrivere) decorose banalità in riviste top e di leggere, in riviste di modesta fama, contributi notevolissimi, che ci hanno aperto nuove prospettive.
Analogamente, pure nei templi del sapere si trovano grandi scienziati e pomposi retori, così come in tante università o dipartimenti che non salgono agli onori dei media si trovano mezze calzette e studiosi e docenti di prim’ordine il cui lavoro, pur non collocato sotto i riflettori, fa progredire il Paese più dei Soloni che trinciano giudizi generici e quindi per definizione ascientifici. Ogni critica deve essere analitica, articolata, differenziata, anche se ciò è ostico all’urgenza mediatica che ha bisogno di formule totalizzanti e sempliciste. Allo stesso modo, ogni tanto si parla degli Istituti di Cultura in modo indiscriminato, ora tutti eccellenti ora tutti scadenti. Pure in questo caso, chi ne ha conoscenza concreta sa bene che la situazione è diversa da caso a caso e merita giudizi differenziati; per citare qualche esempio recente di esperienza negli Stati Uniti, l’Istituto di Los Angeles come qualche tempo fa quelli di Washington o San Francisco mi ha dato un’impressione di reale creatività e ovviamente si potrebbero citare anche casi opposti in varie parti del globo.
Il numero di citazioni contribuisce a procurare maggiori finanziamenti alle Istituzioni citate. Questo criterio, ora divenuto Vangelo, può assumere aspetti ridicoli. Mi è capitato, come a tanti miei colleghi, di essere invitato a tenere lezioni o corsi presso alcune Istituzioni di grande fama e pensavo, ovviamente, che fosse semmai il mio cosiddetto prestigio a venire accresciuto da quegli inviti. Ma due volte — negli Stati Uniti e in Olanda — al momento del congedo i presidenti di quelle Istituzioni mi chiesero di nominarle sui giornali ogniqualvolta ne avessi avuto l’occasione, perché, aumentando così il numero delle volte in cui compariva il loro nome, avrei contribuito ad incrementare i loro finanziamenti. È stato inebriante scoprirsi fonte seppur modesta di finanziamento di gloriosi Centri di Ricerca. Per non cedere a questa tentazione di volontà di potenza, mi sembra giusto mortificarmi e non fare quei nomi.”

Fonte: corriere.it -Claudio Magris – 10 agosto 2008