Domenica 1 e lunedì 2 Novembre va in onda su Raiuno in prima serata Pinocchio, la miniserie in due puntate basata sul romanzo di Carlo Collodi per la regia di Alberto Sironi. Una coproduzione Rai Fiction – Lux Vide – Power, prodotta da Matilde e Luca Bernabei.

Una nuova versione della fiaba italiana più famosa del mondo, qui intesa come avvincente metafora del rapporto tra padre e figlio. La tradizione collodiana, dove un burattino, diventato bambino, impara ad essere figlio, si unisce alla moderna chiave ironica, ma profonda di un padre che impara ad essere tale. Un viaggio d’iniziazione dall’infanzia all’adolescenza per scoprire, con Pinocchio e Geppetto, “a cosa serve la vita”.

“Bisogna ammettere che prima di tutto abbiamo sentito che ci tremavano i polsi.” Scrivono Ivan Cotroneo e Carlo Mazzotta, i scenegiattori della miniserie.
“Scrivere oggi un adattamento per la televisione della favola di Collodi, per noi che siamo cresciuti con la meravigliosa versione in sei puntate di Luigi Comencini sceneggiata con Suso Cecchi d’Amico, ha richiesto una bella dose di coraggio. Forse anche d’incoscienza.

Le avventure di Pinocchio è uno dei libri più letti e conosciuti al mondo. È tradotto in un numero di lingue incalcolabile. Se ne conoscono versioni cinematografiche e televisive, film in animazione, serie televisive, strisce a fumetti, adattamenti teatrali, libri pop-up. Probabilmente, sebbene non ne abbiamo conoscenza diretta, esistono anche adattamenti di Pinocchio realizzati con le ombre cinesi. Abbiamo cercato di reinterpretare queste avventure senza tempo secondo la nostra sensibilità, nel rispetto della Favola che tutti (ma proprio tutti in senso letterale) conoscono; così in questo nuovo e antico racconto c’è la Bambina dai capelli turchini, c’è il Grillo, ci sono Mangiafuoco e il Gatto e la Volpe, ovviamente. Ma c’è anche qualche ingrediente fuori ricetta. Come una riflessione sulla scrittura e sul potere della narrazione.

Il nostro racconto si apre nella realtà della Toscana di fine ‘800, con Carlo Collodi e il suo incontro con Geppo, un falegname solo, senza più moglie e figlio. È a lui, a questo uomo distrutto e incupito dalla solitudine, che lo scrittore decide di regalare, nella finzione della scrittura, una nuova vita, un nuovo figlio, una nuova possibilità. E si mette allo scrittoio inventando la storia di un pezzo di legno che diventa bambino. Il nostro Pinocchio non racconta solo la storia di un burattino che impara a diventare bambino, scoprendo i sentimenti e l’affettività attraverso le sue peripezie e un cospicuo numero di sbagli e bugie. È anche la storia di un padre impreparato a fare il genitore, Geppetto, che lentamente scopre quale sia la strada migliore per crescere un figlio e accompagnarlo in un mondo spesso difficile e duro. Un padre che solo alla fine del racconto impara a rispondere alla domanda delle domande: “A che serve la vita?”

Una favola, quindi, come deve essere. Ma una favola solidamente impiantata nella realtà, in cui gli incroci e la sovrapposizioni fra il mondo delle cose e quello della fantasia si sciolgono nell’invenzione immaginifica di Collodi. Tanto da regalarci un finale in cui il potere della Favola diventa talmente grande da cambiare perfino la dura realtà delle cose. In fondo non è per questo che si scrivono le storie?”

Fonte: pinocchio.rai.it

Bisogna ammettere che prima di tutto abbiamo sentito che ci tremavano i polsi.
Scrivere oggi un adattamento per la televisione della favola di Collodi, per noi che siamo cresciuti con la meravigliosa versione in sei puntate di Luigi Comencini sceneggiata con Suso Cecchi d’Amico, ha richiesto una bella dose di coraggio. Forse anche d’incoscienza.”Le avventure di Pinocchio” è uno dei libri più letti e conosciuti al mondo. È tradotto in un numero di lingue incalcolabile. Se ne conoscono versioni cinematografiche e televisive, film in animazione, serie televisive, strisce a fumetti, adattamenti teatrali, libri pop-up. Probabilmente, sebbene non ne abbiamo conoscenza diretta, esistono anche adattamenti di Pinocchio realizzati con le ombre cinesi. Abbiamo cercato di reinterpretare queste avventure senza tempo secondo la nostra sensibilità, nel rispetto della Favola che tutti (ma proprio tutti in senso letterale) conoscono; così in questo nuovo e antico racconto c’è la Bambina dai capelli turchini, c’è il Grillo, ci sono Mangiafuoco e il Gatto e la Volpe, ovviamente. Ma c’è anche qualche ingrediente fuori ricetta. Come una riflessione sulla scrittura e sul potere della narrazione.

Il nostro racconto si apre nella realtà della Toscana di fine ‘800, con Carlo Collodi e il suo incontro con Geppo, un falegname solo, senza più moglie e figlio. È a lui, a questo uomo distrutto e incupito dalla solitudine, che lo scrittore decide di regalare, nella finzione della scrittura, una nuova vita, un nuovo figlio, una nuova possibilità. E si mette allo scrittoio inventando la storia di un pezzo di legno che diventa bambino. Il nostro Pinocchio non racconta solo la storia di un burattino che impara a diventare bambino, scoprendo i sentimenti e l’affettività attraverso le sue peripezie e un cospicuo numero di sbagli e bugie. È anche la storia di un padre impreparato a fare il genitore, Geppetto, che lentamente scopre quale sia la strada migliore per crescere un figlio e accompagnarlo in un mondo spesso difficile e duro. Un padre che solo alla fine del racconto impara a rispondere alla domanda delle domande: “A che serve la vita?”

Una favola, quindi, come deve essere. Ma una favola solidamente impiantata nella realtà, in cui gli incroci e la sovrapposizioni fra il mondo delle cose e quello della fantasia si sciolgono nell’invenzione immaginifica di Collodi. Tanto da regalarci un finale in cui il potere della Favola diventa talmente grande da cambiare perfino la dura realtà delle cose. In fondo non è per questo che si scrivono le storie?

Ivan Cotroneo
Carlo Mazzotta