Marcello Tedesco ha concentrato il suo lavoro sul rapporto che intercorre fra il linguaggio della narrazione contingente e la cornice trascendente della storia.


Studio 1. La Colonna genetica

È venuta al mondo. La Colonna genetica di Marcello Tedesco accade come un’esperienza perturbante. È un’entità Unheimlich: familiare come una madre, straniera come una viandante. Multimorfa, è una, bina e trina. Un’opera, due nature (zoomorfa e biomorfa), tre strutture (basamento, colonna e capitello).

La Colonna sale, trasale: una cosa (basamento), un animale (colonna–caducèo: due serpenti attorcigliati senza bastone), una donna (capitello: volto di donna con elmo). Sale la Colonna perché questa di Marcello Tedesco è un’arte del sollevamento, o meglio un’inchiesta scultorea sugli stati di levitazione.

La storia che fu non è più. La Colonna è un nuovo ricominciamento, un’altra storia alla luce di una nuova visione. Ma cosa è la storia prima della storia: è il mito. E cosa è il mito dopo il mito: la storia. Dove si situa la Colonna genetica se non al crocevia di mito e storia? Qui il testimone anziché passare da un campo dell’essere a un altro campo dell’essere sosta per immaginare un mondo ricreabile–ricreato. Cos’è un mondo dell’essere che sovverte la sequenza mito/storia per collocarsi unitamente in un’a–topia (assenza di luogo) che è u–topia (alterità di luogo)? O di più: un’atopia e un’utopia divenuti finalmente un’ur–topia (un luogo originario).

Concentrati: la Colonna genetica compie il sovrumano sforzo di abitare qualcosa che è un non–luogo, un luogo diverso, un non luogo diverso, che è il primo luogo, il luogo genetico. La Colonna genetica dall’altrove viene al qui, ma venuta a noi desidera il ritorno a un ignoto paese. Sua è una nostalgia del totalmente altro. In ogni luogo, sogna l’altrove e sognando altre terre è presenza atopica. È qui ma agogna il là, è là ma agogna il qui: non è qui e non è là. Più ancora che salire, trasalire significa anche sollevarsi, levitare, sollevarsi per levitare.

Venuta al mondo, atterrata, epifania fenomenica, la Colonna figura uno stato perché è una condizione: veniente e andante. Viene al mondo perché scende, cala sulla terra, e va fuori del mondo perché levita in trasalimento. Lo stato emotivo della Colonna è l’inquietudine. In nessun tempo, in nessun luogo mai: luminaria, la Colonna va e viene tra le ere e i paesi e così sta. Venuta al mondo, è ritornata a noi da un’altra terra, da un’altra lingua, la sua è presenza e testimonianza di primordî. Il ritorno è una parusìa del femminino, viene a noi e reca in dono la vissutezza enigmatica di un ultramondo. Ma venuta al mondo, è come caduta nel nostro mondo. La realtà psicologica della Colonna genetica, perché ogni vissutezza mondana o ultramondana genera pensiero, è di aver vissuto un mondo e di viverne ora un altro, di viverne un altro perché si viene dall’altrove.

Non c’è confine tra là e qui: la Colonna sbarra lo sguardo sull’esistente mondano e fa la prova della voce. Accenna a una parola. Ma più che a un verbo, suo è lo stupore nudo dell’esserci (è a bocca aperta), del ritrovarsi creatura risalita dall’abisso della storia, dagli evi preumani o dai firmamenti estremi, dal confine ultimo del tempo e dello spazio in cui l’idea stessa di tempo e spazio non è, forse non è mai stata o non sarà mai.

Venuta al mondo, la Colonna genetica emana potenza, emana mistero nella potenza, emana potenza nel mistero. Ciò che più di tutto vale è però la corporeità aperta al tempo e diffusa nello spazio. Perché non uno è il tempo della Colonna e infinito è lo spazio che abita. Il tempo è la storia pregressa versata al presente, lo spazio è la capacità di abitare (potenza dell’emanazione) ogni luogo. L’hic et nunc della Colonna non esiste perché la colonna assorbe, beve, nutrendosene, per intero il tempo e per intero beve, nutrendosene, tutto lo spazio: fa così per farsi pura presenza viva.

Inanimata, è la Colonna viva. E vive. Farsi un giro attorno alla Colonna venuta al mondo è un cammino di andata, un’escursione nel mai più e nel per sempre, perché mai più la Colonna sarà ciò che è stata, per sempre inizia a essere ciò che sarà: venuta, la Colonna è la negazione di ogni possibile sosta.

Abbiamo quindi una sola verità: che qui e ora la Colonna non è. Passato e futuro collidono nel presente, ed è il presente a neutralizzare tutto il passato e tutto il futuro della Colonna, a decretare che al presente è solo una cosa: una presenza. Inanimata, la Colonna nasconde un’anima, presente è senza un presente, ma è presenza di cose avvenute, presenza di cose che avverranno, vissutezza venuta a rivelarsi, vissutezza venuta a stupirsi del nuovo cielo e della nuova terra del dove è.

Nomade, la Colonna è cometa, una luminaria tracciante. Se è qui è perché è di passaggio. Visiting angel? Chi è la donna–animale, l’animale–donna della Colonna? È un angelo caduto, un angelo cadente, un visitante? Più che l’insondabile domanda di chi essa sia, da dove venga e dove vada è la domanda da porsi, non per capire, ma per abitare l’essere della Colonna genetica. Viene dall’origine perché è l’origine, non va da nessuna parte se non dove l’origine è e si manifesta: va verso se stessa: è qui che va.

Perturbante ed enigmatica, umana e transumana, la Colonna sembra cercare e cercarsi nella fissità spettrale di uno sguardo che vede, di uno sguardo che sente, che vede e sente perché si vede e si sente. Verso se stessa, quindi, la Colonna ancorché immobile nella sua raggelante presenza, in realtà è in cammino. Perché l’impressione ultima della Colonna è che si sia anzitutto ritrovata, che si sia rintracciata come corpo pronto a rientrare nel proprio perduto corpo, che si sia scovata in una zona del mondo, un nuovo mondo dove è possibile ricercarsi cercando sé come esemplare di un mondo nuovo. Anzi, rivedendosi come si era e sarà, finalmente come un sé vivente alla maniera di un mondo nuovo di mondo.

Studio 2. Serpente colonna

Due sono i tradimenti palesi che il Serpente colonna infligge alla convenzione di pensiero. Uno riguarda la forma sinusoidale per la forma retta, l’altro l’azione a pelo di terra per la forma verticale, e–retta. Il serpente è “incolonnato”, non si erge da sé, è colonna di se stesso perché è stato reso per sempre colonna. Non più una figura terrestre, il Serpente colonna è già una figura celeste. La testa svetta oltre ogni costrizione terrestre, è un serpente aereo, e solo per un residuo d’arcano, poiché colonna appare inchiodato alla terra.

Retto ed e–retto, il serpente è al massimo d’estensione. Le spire dilatate, la pelle assottigliata, la testa al cielo, a un cielo estremo, tale è il visibile sforzo d’“incolonnarsi” per toccare il cielo dove più alto è tutto resto di cielo. Qui si trasvaluta la storia e nella storia la mitologia, non solo nella forma–serpente svettante. La trasvalutazione più rivoluzionaria è l’immagine del serpente che anela a ciò che per sempre ha perduto, tutto un cielo per sé.

Riscrivere il mito biblico e ancora di più: revisionarlo. Non più una caduta verso il basso, un innalzamento, non più precipitazione, sollevamento, non più condanna, risarcimento. Proteso ai cieli, il serpente colonna compie il sovranimale sforzo di ricongiungersi con la propria mitologia originaria, così com’è proteso a riconquistare in corpore vili la beatitudine perduta: rincamminare la via che da bestia riporta all’angelico. Non stupirebbe se d’improvviso al rettile spuntassero un paio d’ali, se s’involasse curando in volo la propria nostalgia d’assoluto. Brama un ritorno, desidera il cielo di un tempo, sua è una libido delle sfere superiori. E così anela l’alto come detesta il basso, sogna il cielo già lontano dalla terra.

Come la Colonna genetica, il Serpente colonna viene e va verso un altro mondo, la terra è soltanto un approdo temporaneo. Non è una creatura di qui, il “là” o qualunque possibile altrove è la sua sola patria, purché ogni altrove resti tale, non si configuri cioè come geografia di una vita stanziale, ma il transeunte, il liquido destino di una creatura che agogna vivere oltre ogni tempo. Perché la natura più profonda del Serpente si coglie guardandovi come a una creatura dell’intermondo, transtorica e ultratemporale, “zingara” come un pianeta, vagabonda che sale in alto per cercarsi volendo trovarsi a un ancora innominato ma intuibile altro mondo.

Studio 3. Eva dei Serpenti

L’origine del femminino è Eva ed Eva è l’origine. Eva dei Serpenti ricolloca ogni risalimento possibile, l’esistenza di ogni possibile segnavia storico alla non storia del mito. Ma la mitologia di Eva è fissata nell’archetipo narrativo primordiale. Un archetipo però tradito, riscritto, ripensato. Un segno palmare viene dal numero: non uno, due i serpenti: perché Eva è Eva–dei–serpenti. Ecco un segno scalfito nella sospensione onirica della madre primordiale: non dialoga con il serpente, assorta ascolta il verbo uno e bino.

Non è l’occhio a vedere, è l’orecchio ad ascoltare la parola dei serpenti. Eva solleva per aria i due rettili, e il suo è un sollevamento volontario, volontario al punto da esprimere un significato: sollevo per ascoltare: così sembra di sentire nell’atto di Eva.

Ma quale storia i serpenti di Eva potranno mai raccontare se non la cancellazione di ogni storia? Ogni cancellazione – come ogni fenomeno di distruzione – impone una duplice occorrenza: la prima è la distruzione senza alcun dopo, la seconda, che non è distruzione di minore potenza, con il dopo. Se l’ascolto dei serpenti è l’assorta metafora del verbo tramandato, anche i serpenti sono metafore. Non annunciano parole di inganno, non si donano come tentazione, non sono il male. Soprattutto però non tendono un agguato a Eva, è Eva a volerne ascoltare il sibilo–parola, a volere forse convertire l’inganno in sincerità, la tentazione in dono, il male in bene, nella bontà di una storia nuova a se stessa.

Non un’apocalisse annunciano, non la rivelazione di una distruzione senza speranza, i serpenti testimoniano un’apocatastasi, una distruzione che presagisce una fine relativa, non assoluta, presagisce quindi una rinascita post–apocalittica, un ricominciamento dallo zero terrestre, una nuova forma del mondo.

Sotto le palpebre di Eva dei Serpenti scorrono le immagini di un film inedito, il film di una storia narrata – come direbbe Benjamin – contrappelo, non narrata secondo l’ordine noto, ma rivissuta percorrendo la filigrana nascosta, le venature segrete, camminando lungo il crinale di un paesaggio memoriale sconosciuto, una terra “irraccontata” in cui lo stesso volto del mondo riappare di una mondanità inattesa e insperata perché insperato e inatteso è il film che le parole dei serpenti generano in nuova storia.

Marcello Tedesco

Dopo aver intrapreso un percorso da regista, Marcello Tedesco ha concentrato il suo lavoro sul rapporto che intercorre fra il linguaggio della narrazione contingente e la cornice trascendente della storia. Le sue sculture si propongono infatti come elementi architettonici, legami materici e strutturali tra ciò che l’oggetto racconta di sé e la realtà astratta che esso genera, giustifica e quindi sostiene.

Sito: www.marcellotedesco.it

L'autore dell'articolo

Neil Novello (Oslo, 1969) vive a Bologna. Si occupa di poesia, narrativa e saggistica europea. Nel 2013 pubblica il cineromanzo Nostàlghia. In poesia scrive Falò de’ rosarî (2011) e Rosa meridiana (2004). È autore di un film, Mutterland (2006). In ambito saggistico, scrive Jean Genet. Epopea di bassavita (2012). Nel 2014 cura Tràgos. Pensiero e poesia nel tragico, nel 2008 cura Apocalisse. Modernità e fine del mondo. Nel 2007 pubblica Pier Paolo Pasolini e Il sangue del re. L’opera di Pasolini, cura un commento al Principe di Machiavelli. Nel 2007 cura anche Da Caino a Hitler. Il diavolo e Finisterrae. Scritture dal confine. Nel 2005 cura Età dell’inumano. Saggi sulla condizione umana contemporanea, nel 2004 L’aurora immortale. Le arti e il cinema e La sfida della letteratura. Scrittori e poteri nell’Italia del Novecento. Nel 2002, Eversori e martiri. Attraverso Artaud, Conrad, Genet, Nizan.