È uno degli argomenti più dibattuti tra gli scrittori, in modo particolare tra gli esordienti o gli aspiranti tali: l’autopubblicazione. Sembra costituire una possibilità vicina a chi ha il desiderio di sentirsi chiamare scrittore e, come direbbe Camilleri, ha prescia d'essere pubblicato

Sebbene si tratti di un mezzo disponibile in Italia da almeno una decina d’anni, e chi scrive questo articolo lo ha testato fin dai suoi esordi con Storia di Geshwa Olers autopubblicato in primis tramite Lulu.com e perciò parla con cognizione di causa, è solo negli ultimi cinque o sei che è entrato in maniera massiccia nell’uso di molti. Da un paio d’anni a questa parte, inoltre, alcuni titoli del tutto autopubblicati hanno raggiunto i vertici delle classifiche di vendita di librerie online come LaFeltrinelli, Bookrepublic e Amazon, ricevendo conseguenti segnalazioni su alcuni quotidiani nazionali. Permettetemi un breve ragionamento circa il concetto stesso di autopubblicazione e un paio di cose che lo concernono.

Se stessi

Inizio col dire che l’autopubblicazione sembra assolvere ad alcuni compiti:

  • dare voce a chi non è stato accolto dalle case editrici
  • dare voce a chi non vuole avere a che fare con le case editrici perché sono il “Mondo Marcio Laffuori”
  • dare voce a chi ha fretta di pubblicare

Insomma, dare voce. Potrebbe sembrare che, facilitata com’è da innovativi strumenti digitali, l’autopubblicazione sia il mezzo più adatto per raggiungere l’obiettivo che un tempo (a dire il vero anche adesso) era raggiungibile solo a costo di considerevoli sacrifici personali. Il principale sacrificio è il ridimensionamento di quella realtà che potremmo chiamare “se stessi”. A ben vedere, “se stesso” è il primo dei principali paradigmi regolativi non solo del mondo contemporaneo, ma pure della scrittura. Non esiste scrittore che, scrivendo, non voglia esprimere la propria visione del mondo, perfino quando nega con tutto se stesso che così sia.
Dal momento che, come direbbe ancora una volta Camilleri, non mi faglia quella che, per lo meno nei Paesi con un briciolo di sale in più zucche, viene chiamata gavetta editoriale fatta di tentativi falliti, tentativi in parte riusciti e tentativi quasi del tutto riusciti, posso parlare con cognizione di causa anche per ciò che riguarda l’altro concetto – simmetrico e opposto al precedente – che va sotto il nome di pubblicazione.

La lunga marcia verso il successo?

Per arrivare alla pubblicazione e all’apprezzamento del pubblico, è necessario un cammino di abnegazione che sa di vera ascesi. Si inizia con la prima stesura, si passa poi alle correzioni che conducono a più di un’ulteriore stesura necessaria a raggiungere un obiettivo stilistico e di pulizia del testo che la maggior parte del pubblico di lettori cui si tende possa considerare civile. Dopo questo processo, che nel caso di un romanzo dura in media uno o due anni, c’è la faticosa ricerca di un editore, con risposte che si fanno attendere per un periodo che va da pochi mesi nel caso di un editore veloce, a più di un anno nel caso di un editore lento o con una enorme massa di manoscritti da aggredire. Tutto questo senza considerare che, nel 95% dei casi, la risposta sarà il silenzio totale, nel 4,90% sarà uno stereotipato diniego e solo nello 0,10% ci sarà disponibilità a incontrare l’autore per discutere di un’eventuale pubblicazione. Nel caso, poi, di firma del contratto, che spesso avviene a editing e/o sviluppo del progetto editoriale ultimato, inizia il primo (sì, avete letto bene: il primo) vero calvario dell’autore con domande capaci di farti venire l’ulcera. Come sarà il prodotto finale? E la copertina? Quando uscirà il mio romanzo? In quali librerie lo troverò? Ci saranno copie sufficienti per tutti? Quante copie stamperanno? E i diritti, quando arriveranno? Come saranno i commenti dei lettori?

La pazienza

Ecco, quando l’autore raggiungerà l’obiettivo di consegnare in mano ai lettori il suo libro, allora comincerà il secondo grande calvario. Se i commenti saranno positivi, potrebbe iniziare una luna di miele, il che non è per nulla detto perché questa particolare luna di miele si ottiene solo con il passaparola e non c’è meccanismo meno controllabile del passaparola. Se invece saranno negativi, apriti cielo! L’ascesi dell’autore troverebbe l’opportunità di trasformarsi in esperienza mistica, perché quando si criticherà il suo romanzo, nella maggior parte dei casi sentirà una feroce critica verso “se stesso”. Da quanto detto noterete come il secondo grande paradigma della pubblicazione sia – ça va sans dire – la “pazienza”. Ecco, forse tutta la differenza tra pubblicazione e autopubblicazione risiede soprattutto lì, in quella parola. Pazienza.

Il prezzo da pagare

Perché il super-provato-dalla-vita-e-incasinato autore di oggi dovrebbe avere la pazienza di seguire tutto l’iter descritto allo scopo di vedere pubblicata la propria opera quando c’è una soluzione meno dolorosa? Tenendo conto del numero elevatissimo di impegni che il nostro mondo ci assegna, sembra a volte quasi impossibile credere che uno scrittore – orariolavorativamente parlando normodotato – riesca a trovare il tempo (parola strettamente collegata al concetto di pazienza) di scrivere. In un mondo fatto di lavoro sempre più inumano e meno gratificante, di famiglia sempre più in crisi, di impegni sociali di piccola/media/grande entità sempre più social e, soprattutto, di computer/cellulari/network vari, dove mai si può trovare il tempo per scrivere in modo decente (a tal proposito non so se ricordate la famosa storia che si debba aver raggiunto la fatidica soglia di un milione di parole scritte invano prima di raggiungere una minima leggibilità…) e la forza per accogliere tutti i rifiuti che possono essere opposti a questa fatica concretizzata in uno scritto più o meno lungo?

Una vigna senza palo

Siamo giunti al punto, al luogo spaziotemporale in cui i paradigmi “pazienza” e “se stesso” si incontrano con la necessità di “dare voce” (ricordate il primo paragrafo di questo strano articolo?) per fondersi nel fantasmagorico e sbrilluccicante fenomeno dell’autopubblicazione. Se ho la possibilità di evitare la lunga e stretta via della pubblicazione tradizionale, che rischia di schiaffeggiare il se stesso dell’autore con tante esacerbanti e insopportabili opposizioni, e posso invece accedere a quella a me più congeniale dell’autopubblicazione donata da veloci e malleabili sistemi digitali, volete che non faccia quel passo? In fin dei conti, è pressoché indolore e se i lettori dovessero criticare quanto hanno letto, gli si potrà sempre opporre la realtà dei fatti: senza un vero e proprio editore alle spalle, come fa una sola persona a sobbarcarsi tutto il lavoro con un risultato sempre all’altezza dell’editoria ufficiale (sempre ammesso che l’editoria ufficiale abbia un’altezza)?
Come si dice dalle mie parti, che per chi non lo sapesse non si trovano nella Sicilia di Camilleri ma a Verona, la vigna sensa palo no sta su!