Umberto Bossi sale in cattedra il giorno prima dell’arrivo dei Re Magi e ci fa dono di perle di saggezza, solidarietà, raffinatezza, svelando tutta la sua conoscenza della storia patria. Al Corsera ha rilasciato un’intervista che riassume le fondate ragioni  per cui il paese che si chiama Italia non corrisponde alle sue ben più alte aspirazioni nazionali (che – lo diciamo per i leghisti abituati ad esprimersi nel loro nobile dialetto – significa “dove sei nato”). Vi presentiamo qualche citazione di questa interessantissima intervista: anche noi ci emozioniamo, trascrivendola, a sentire cotali arguzie.

«Sto con i veneti che non festeggiano. L’Italia è divisa in due. Chi sente che è una cosa positiva la festeggia, gli altri non la festeggiano (…). Il Veneto è una storia a sé. È una lunga storia. Viene dalla repubblica veneta che ha fatto cose che sono rimaste nella testa dei veneti (…). I veneti hanno fatto il referendum cinque anni dopo il resto d’Italia, nel 1866, quindi è chiaro, che fa storia a sé (…) L’Italia l’ha voluta il Savoia e il Savoia non era certamente un federalista. L’unico federalista era il buon Cavour che invece l’hanno fatto fuori. E il re non è andato nemmeno al funerale quando è morto. Della banda attorno al re l’unico che si salvava, però, era proprio Cavour. Altri non ne vedo. (…) L’unico federalista era il buon Cavour che invece lo hanno fatto fuori e il re non è andato nemmeno al funerale: una banda quella intorno al re, l’unico che si salvava era Cavour, altri non ne vedo».

Strana versione della storia d’Italia, non trovate? Il buon centralista Cavour è diventato federalista. Forse il Professor Bossi parlava di Gioberti, noto torinese, o di Cattaneo, deviato milanese. O chissà, forse parlava di Daniele Manin, il cattivissimo Manin, veneto degenarato, protagonista dell’unità di quel terribile paese che si chiama Italia. Un uomo che Mori’ nel 1868, solo due anni dopo quel terribile referendum che permise un secolo dopo alle imprese venete di fregiarsi di un certo made in Italy, etichetta che, purtroppo, deve molto al prestigio di Roma capitale.