Di fronte ai risultati scoraggianti che quotidianamente assistiamo in relazione al destino del sistema Italia, crediamo sia arrivato il momento di proporre delle alternative, anche, magari, per sollecitare coloro che attualmente ricoprono posti di rilievo, affinché possano reagire e agire. Segnalamo così un’articolo di Angelo Raffaele Meo su La Stampa. Il titolo è emblematico: “La vera emergenza è la cultura”, un articolo che riassume le due più grandi malattie italiane: la deindustrializzazione (a favore dei facili guadagni della finanza – spesso creativa-) e l’assenza della ricerca, i tagli continui e costanti all’università. Un esempio su tutti: i telefonini. L’italia è un paese dove il cellulare conta 108,4 utenze per 100 abitanti, una cifra molto elevata dunque. Un mercato completamente al di fuori dal dominio italiano: i cellulari si progettano altrove e si producono altrove. Ergo: per ogni cellulare comprato c’è uno straniero più ricco, un italiano che ha speso ed un ricercatore che ha preso un aereo per andare a lavorare all’estero sullo sviluppo del telefonino. Poco incoraggiante no? Dunque leggete e riflettete. E se siete tra chi può decidere (politici, imprenditori, sindacalisti), pensate a cosa fare al vostro ritorno dal mare e, tanto che ci siete, trascorrete gli ultimi giorni di sole con la coscienza sporca. Almeno che a voi del destino dei vostro paese non ve ne freghi nulla.

“Nell’attuale crisi economica mondiale il nostro Paese appare fra i più esposti. Infatti, oltre alla terribile minaccia rappresentata dal pauroso debito pubblico, il nostro sistema produttivo sta attraversando una gravissima crisi di competitività. Gli impietosi rapporti del World Economic Forum, l’organismo internazionale a cui partecipano i ministri dell’Economia dei paesi più ricchi e i rappresentanti delle imprese più importanti, ogni anno ci retrocedono di alcune posizioni; l’ultimo rapporto colloca l’Italia in 46ª posizione, dopo paesi come Tunisia, Malesia, Nuova Zelanda, Estonia, Lituania, Sud Africa, Thailandia. Quel giudizio, ed altri dati ben noti, come la crescita del Pil che è sempre inferiore a quella degli altri paesi europei e il reddito medio del cittadino italiano che è terzultimo in Europa, confermano una verità molto semplice: il nostro sistema economico produttivo è stretto nella morsa della concorrenza di paesi ove il costo del lavoro è molto più basso del nostro, e di altri paesi che possono contare su livelli tecnologici più elevati.

Le classifiche del World Economic Forum sono costruite su un ampio spettro di valutazioni relative a vari aspetti dell’organizzazione politica, sociale, industriale, economica. Ne sconsiglio la lettura prima del sonno a quanti hanno a cuore il destino del nostro Paese. Ci difendiamo in pochissime classifiche, come quella del numero di telefonini per abitante (ottava posizione), che per altro induce a riflessioni pessimistiche perché i telefonini non li produciamo noi e perché amiamo il consumismo sprecone.

Al fine di evidenziare gli aspetti tecnologico-industriali che a mio giudizio sono i motivi fondamentali della crisi (non le questioni come flessibilità, liberalizzazioni, privatizzazioni, e via discorrendo), propongo di aggiungere ai parametri del World Economic Forum anche un «indice di competitività tecnologica» definito come il rapporto fra il contributo percentuale alle esportazioni dei prodotti «science based» e il contributo percentuale alle esportazioni dei prodotti tradizionali. Se effettuiamo i calcoli sui dati consolidati, scopriamo che il nostro indice è la metà del corrispondente valore spagnolo, un quarto di quelli francese e tedesco, un quinto dell’inglese. Di conseguenza, penso che il futuro del nostro Paese dipenda soltanto da una precisa scelta di politica industriale. In assenza di tale scelta, i meccanismi del mercato costringeranno ad una drastica riduzione del costo del lavoro e un conseguente drammatico impoverimento della maggioranza dei nostri concittadini. L’alternativa può essere rappresentata soltanto dalla scelta di onorare l’impegno che il nostro Governo prese in quel di Lisbona alcuni anni or sono: portare al 3 per cento del Pil l’investimento in ricerca e sviluppo al fine di elevare il livello tecnologico delle imprese e spostare verso l’alto il loro baricentro produttivo.

La questione, di importanza fondamentale per il futuro del nostro Paese, è lontanissima dagli interessi dei politici. Infatti essa non è comparsa né nel dibattito, né nel programma elettorale di nessun partito o schieramento, ove hanno trovato posto solo alcune generiche e rituali affermazioni sul ruolo della ricerca oppure alcune propostine di poca rilevanza concreta. Da questo punto di vista, mi pare emblematica la decisione congiunta di Prodi e Berlusconi, quella che potrebbe essere interpretata come l’ultimo atto del vecchio governo e il primo atto del nuovo, ossia, prelevare i 300 milioni di euro per Alitalia dal già poverissimo fondo dedicato a innovazione e sviluppo. Ancora più significativa, anche se riguarda soltanto il mondo dell’Università che rappresenta soltanto uno dei motori dell’innovazione, è il decreto legge del 25 giugno così severamente valutato dalla Conferenza dei Rettori. Quel decreto rappresenta probabilmente il più duro attacco all’Università mai sferrato nella sua lunga storia, prevedendo, fra l’altro, non soltanto una drastica riduzione del finanziamento ordinario e del numero dei professori e ricercatori, ma anche una riduzione del loro stipendio, in contraddizione con l’intenzione più volte dichiarata di contrastare la fuga dei cervelli.

Appare chiaro, a mio giudizio, che oltre all’emergenza rifiuti e a quella energetica, il nostro Paese deve affrontare anche l’emergenza culturale della classe dirigente. Non si è compreso che senza ricerca si va al disastro. Perciò l’obiettivo prioritario del nuovo governo Berlusconi dovrà essere il raddoppio immediato dell’investimento annuo in ricerca e sviluppo, al fine di portarlo a quel 2% che rappresenta la media europea e che è comunque molto inferiore all’impegno di Lisbona e agli investimenti dei paesi leader. Nel quadro dei provvedimenti per realizzare quell’obiettivo, sarà necessario ritirare o, quanto meno, ridimensionare il citato decreto che porta il nome di Tremonti.”

Fonte: Angelo Raffaele Meo – lastampa.it