In questi giorni, mentre le scosse in Emilia purtroppo continuano, i mezzi di comunicazione hanno proposto una sconcertante constatazione: se in questi anni i terremoti sono costati 147 miliardi, per la prevenzione ne sarebbero bastati 25. A questo punto, a molti cittadini può sorgere la seguente domanda: se è vero che si può costruire ex novo secondo criteri antisismici, è però possibile adeguare edifici preesistenti per resistere ai terremoti? A questa domanda, in questo momento, nessun architetto o ingegnere italiano sembra voler risponde sui mezzi di comunicazione. La questione non è facile e merita seri approfondimenti. Valgano queste quattro righe come una semplice introduzione all’argomento.

Le tecnologie di cui disponiamo permettono certamente di adeguare gli edifici storici. Il patrimonio edilizio storico è malleabile e permette di essere adeguato con relativa facilità. Un edificio storico in Italia è quasi sempre in muratura piena, è costituito cioè da pareti di mattoni. Si tratta di un edificio che, nelle sue parti portanti, è costituito da setti che trasmettono omogeneamente gli sforzi. Tagliando l’edificio in parti, aggiungendo cioè giunti di dilatazione ed isolando le diverse strutture conseguenti, è possibile assorbire con più facilità gli sforzi orizzontali di un terremoto. Attraverso questa procedura, di fatto, si divide un solo edificio grande in edifici più piccoli e si diminuisce la rigidità della struttura. E ricordiamoci: la rigidità è la prima nemica di una struttura antisimica. Queste sugli edifici storici, sono tecniche collaudate già dopo il terremoto in Umbria del 1997. Le facciate delle chiese, per esempio, possono essere desolarizzate dal resto dell’edificio, e le navate possono essere divise in più parti, in modo che la copertura (l’elemento di più facile caduta) dipenda dal pezzo d’edificio sottostante e non possa disturbare le altre parti dell’edificio in caso di movimento.

Si tratta però di tecniche applicabili ai monumenti di pregio artistico, dato il valore che è loro intrinseco rispetto alla spesa sostenuta, e risultano più facilmente applicabili ad edifici isolati, cosa assai più frequente in quelli che chiamiamo appunto “monumenti”. Adeguare il tessuto urbano storico diffuso (che in Italia è frequentissimo a differenza di altri paesi) è molto più complicato e dispendioso.

Naturalmente questo discorso sugli edifici storici vale per edifici non danneggiati da un terremoto. Laddove il danno sia già avvenuto, la struttura può risultare irrimediabilmente perduta. In tal caso la cosa più semplice risulta l’abbattimento e la ricostruzione filologica basata sul rispetto delle tecniche storiche.

Il vero problema riguarda però gli edifici moderni esistenti non concepiti attraverso norme antisismiche. Per “moderni” intendiamo gli edifici in cemento armato costruiti a partire dal secondo dopoguerra, ovvero la maggior parte del tessuto edilizio italiano. Questi edifici sono basati su strutture puntiformi in travi e pilastri che, per loro natura, sono indivisibili, se non attraverso complesse e costosissime operazioni di adeguamento strutturale. In più, l’unico modo possibile per rendere antisismiche strutture simili è quello di lavorare sulle fondazioni, attraverso l’inserimento di ammortizzatori per gli sforzi orizzontali (tipici di un terremoto): l’obbiettivo è quello di rendere meno labili le strutture a travi e pilastri che gli sono sopra. Un’operazione simile, nel denso contesto urbano delle nostre dense città, è inimmaginabile.

La maggioranza del patrimonio edilizio italiano è stato realizzato tra il 1945 ed oggi, e per la maggior parte senza strutture antisimiche. La tipica palazzina in cui abita la maggior parte degli italiani, non è fatta per subire terremoti ed è di difficile adeguamento strutturale.  Adeguare la grande quantità dei palazzi e palazzine in Italia è impresa difficilissima: oltre a spese superiori a  di quelle una demolizione/ricostruzione, richiederebbe pesanti lavori di consolidamento delle strutture che obbligherebbero i residenti a spostarsi provvisoriamente altrove prima di tornare nelle proprie abitazioni. Una riedificazione massiccia di buona parte del patrimonio urbano esistente richiederebbe sforzi sovraumani e capacità gestionali quasi utopiche: la sistemazione temporanea della popolazione, l’allestimento di cantieri complessi nei centri urbani o in quartieri densamente popolati, sembrano problemi irrisolvibili.

Ma gli italiani sono un popolo sorprendete. Mai dire mai. I problemi possono diventare opportunità. E una seria riflessione sullo stato dell’edilizia in Italia può portare a soluzioni innovative e aprire nuove possibilità industriali e nuove opportunità per l’impiego. Il dibattito è aperto. Speriamo che, a partire da questa disgrazia, si cominci a perseguire una politica precisa e ragionata, fatta di scelte coraggiose e innovative, una politica soprattutto priva di improvvisazioni che, sul lungo periodo, attraverso interventi continuativi e lungimiranti, sappia mettere davvero in sicurezza il territorio nazionale.