Perché un inedito di Pasolini provoca tanto rumore e stranezza di comportamenti? Annunciato il 2 marzo da Marcello Dell’Utri in una conferenza stampa, avrebbe dovuto essere esposto alla Mostra del Libro Antico di Milano il 12 marzo. Ma alla data stabilita l’inedito non c’era. Che le carte di un grande scrittore, conservate a lungo nel segreto di qualche cassa, attirino molta curiosità, è più che naturale. È successo anche con le 11 lettere private di J. D. Salinger. Dopo la sua morte, avvenuta in gennaio, si è deciso di esporle alla Morgan Library di New York, le prime quattro il 16 marzo, le altre il 13 aprile. La notizia ha avuto grande eco sulla stampa internazionale. E il 16 marzo le lettere erano lì. E certo ci saranno anche le altre, alla data prevista. Ma in Italia le cose vanno in un altro modo. Dell’Utri si giustifica così: il clamore sorto attorno alla notizia ha “spaventato” chi gli aveva mostrato e promesso l’inedito. Anche le lettere di Salinger hanno suscitato clamore, ma nessuno si è tirato indietro per questo. C’è anche chi pensa che l’annuncio del senatore Dell’Utri, imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, fosse un avvertimento in codice, rivolto a non si sa chi.

Comunque sono andata alla Mostra di Milano a vedere con cosa avessero rimpiazzato l’inedito. In una teca di vetro, assieme alle prime edizioni delle opere di Pasolini, c’era Questo è Cefis, di cui dirò dopo. E accanto, un libro ancora più strano, intitolato L’uragano Cefis. Autore Fabrizio De Masi, editore non si sa, perché il nome in copertina e sulla costola era coperto di bianchetto. La didascalia diceva “a cura di L. Betti, G. Raboni e F. Sanvitale”. Non poteva essere. Ho chiesto perciò di poter aprire quel libro. Sono andati a cercare il curatore, ma non sono riusciti a trovarlo. Poi mi hanno detto, un po’ imbarazzati, che per ordini superiori quel libro non si poteva mostrare. Ma torniamo all’inedito. Dell’Utri dice che è un capitolo trafugato di Petrolio, l’opera a cui Pasolini stava lavorando al momento della morte. Precisamente quello intitolato Lampi sull’Eni, di cui nell’edizione in volume è rimasto solo il titolo e una pagina bianca. Come si poteva allora pensare che un simile scoop non avrebbe scatenato l’attenzione di tutti i giornali? Pasolini non è meno noto di Salinger, né meno avvolto di mistero. Di Salinger si ignora quasi tutto sulla vita. Di Pasolini si ignora quasi tutto sulla morte. Nonostante siano passati 35 anni, ancora non si conoscono né gli autori del delitto né i moventi.

Esiste, certo, una ricostruzione ufficiale, che parla di una rissa di natura sessuale tra due persone e di cui ci si è accontentati per anni. La riportano anche le storie letterarie. Molti letterati ci hanno ricamato su: la “morte poetica” di Pasolini, il suo “capolavoro”! Una morte “sacrificale”, persino “cercata”. Giuseppe Zigaina, amico di Pasolini, ha scritto per Marsilio ben cinque libri, in cui sostiene che lo scrittore avrebbe “organizzato” la propria morte per “entrare nel mito”. Tutto questo oggi suona grottesco, persino ambiguo. Quella versione, che tanto piace ai letterati, si è rivelata sempre più come una copertura, servita a sviare le indagini e a celare un altro tipo di delitto. Già il tribunale di primo grado condannò il diciassettenne Pino Pelosi assieme a ignoti, lasciando aperte molte domande. Ma poi, nel 2005, scontata la pena, Pelosi ha ritrattato, e ha detto di essersi accusato dell’omicidio perché sotto minaccia. Sono emerse anche altre testimonianze a suo tempo trascurate dagli inquirenti. Sono venute allo scoperto le negligenze e le coperture che hanno accompagnato fin dall’inizio tutta la vicenda.

Molti le hanno raccontate: Gianni Borgna e Carlo Lucarelli nel saggio Così morì Pier Paolo Pasolini (‘Micromega n. 6, 2005); Gianni D’Elia in L’eresia di Pasolini e Il petrolio delle stragi (Effigie, 2005 e 2006); Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza in Profondo nero (Chiare lettere, 2008). Dopo la ritrattazione di Pelosi il Comune di Roma, con Veltroni sindaco e Borgna assessore alla Cultura, si è costituito parte offesa. Ma la Procura non ha ritenuto necessarie nuove indagini. C’è stato un appello lanciato dalla rivista Il primo amore (n. 1, 2006) per chiedere la riapertura del processo, firmato da un migliaio di persone in Italia e all’estero, e presentato al presidente della Repubblica. E nel 2009 una nuova istanza è stata depositata alla Procura di Roma dall’avvocato Stefano Maccioni e dalla criminologa Simona Ruffini. La storia d’Italia è piena di capitoli oscuri: bombe, omicidi, finti suicidi, sparizioni, finti incidenti, Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Rostagno, Ilaria Alpi, D’Antona, Biagi, Michele Landi, Ustica… A ogni morte un fascicolo distrutto, un memoriale scomparso, un computer manomesso. Anche l’omicidio di Pasolini è uno di quei capitoli bui? Lo strano caso del manoscritto annunciato e ritirato si inserisce in questo quadro.

Petrolio uscì postumo da Einaudi nel 1992, 17 anni dopo l’omicidio, un ritardo solo in parte giustificato dall’incompiutezza del manoscritto. A curarne l’edizione furono Graziella Chiarcossi (erede di Pasolini, e moglie dello scrittore Vincenzo Cerami), Maria Careri e Aurelio Roncaglia. Secondo la Chiarcossi (intervistata da Paolo Mauri su Repubblica del 31 dicembre 2005) Pasolini ha lasciato in bianco quel capitolo. Eppure in una pagina di Petrolio quel capitolo viene richiamato come se fosse già scritto: “Per quanto riguarda le imprese antifasciste (.) della formazione partigiana guidata da Bonocore (Enrico Mattei, nella finzione del romanzo) ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato Lampi sull’Eni, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria” (p. 97). Nico Naldini, cugino e biografo di Pasolini, intervistato il 5 marzo su il Giornale e l’Avvenire, ribadisce la negazione: “Per quanto ne so, non esiste alcun capitolo scomparso di Petrolio, con risvolti inquietanti sull’Eni”. Eppure della scomparsa di quel capitolo si sospetta da tempo, anche perché, stando alle dichiarazioni di Pasolini, Petrolio avrebbe dovuto essere molto più lungo di quello che ora abbiamo. Ma quel che stupisce è la frettolosità, anche da parte di alcuni giornali, nel negare che questo inedito possa esistere, e nell’irridere chi chiede spiegazioni.

Mentre la convinzione che il capitolo esiste si fa strada tra molti (anche il curatore dell’esposizione pasoliniana alla Mostra, Alessandro Noceti, su il Giornale del 4 marzo dice che quelle pagine “erano all’interno di una cassa. La cassa apparteneva ad un Istituto che ne è anche proprietario”), Walter Siti, curatore dell’Opera omnia di Pasolini (Meridiani, Mondadori), intervistato da Francesco Erbani su Repubblica del 4 marzo, non pare scosso da dubbi: “La stessa idea di un capitolo mancante contrasta con la struttura di Petrolio, un testo già di per sé così lacunoso”. Giusto, di lacune ce ne saranno diverse. Ma cosa pensa il curatore di quella in particolare? L’edizione sua e di Silvia De Laude, molto accurata nelle note filologiche, non nota niente sul perché Pasolini rinvii il lettore proprio a quel capitolo in bianco.

Ma le stranezze non finiscono qui. Se quelle pagine esistono, da chi e come sono state prese? Graziella Chiarcossi nega che ci sia stato un furto di carte nella casa di Pasolini, in cui viveva con il cugino. E lo nega anche Naldini. Ma un altro cugino, Guido Mazzon, sostiene che il furto ci fu. Ne aveva già parlato D’Elia nel suo libro. E ora Mazzon lo riconferma a Paolo Di Stefano sul ‘Corriere della Sera’ del 4 marzo. “Nel ’75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì, pensai: ‘Accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa’. E pensai anche: ‘Strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?'”.

Ma cosa ci sarebbe di tanto inquietante in quelle pagine? Appena uscito, Petrolio suscitò un grande dibattito e molta attenzione tra i critici. Io stessa, assieme a Maria Antonietta Grignani, gli dedicammo nel 1993 un convegno all’Università di Pavia. Si trattava di un’opera assai insolita, sia per la forma sia per il contenuto. Non è scritta come lo sono normalmente i romanzi. Non c’è un narratore che racconta una storia, ma un autore che costruisce man mano il progetto di un romanzo da farsi. Ed è in questa forma che Pasolini pensava di pubblicarlo. Egli aveva del resto già sperimentato questa peculiare forma-progetto in opere cinematografiche come Appunti per un film sull’India e Appunti per un’Orestiade africana. E anche nella Divina mimesis, data alle stampe poco prima della morte. Quanto al tema, a me è sempre apparso come un’opera sul potere, che cerca di renderlo visibile in tutte le sue forme, attraverso visioni. Vi si parla anche di stragi, di bombe alla stazione, dell’Eni, che Pasolini considera “un topos del potere”. E anche della morte di Mattei.

Non potevano del resto mancare questi ingredienti in un libro intitolato Petrolio, il vello d’oro di oggi, per il quale si fanno le guerre e viaggi in Oriente, come li fece Mattei, come un tempo li fece Giasone con gli Argonauti (altro tema del libro). All’Eni avrebbero dovuto essere dedicati dieci appunti, dal 20 al 30, tutti però mancanti, eccetto il 22 e il 23. Ne è rimasto però uno schema riassuntivo finale. Si intitola ‘Storia del problema del petrolio e retroscena’, che contiene uno specchietto e questa annotazione: “In questo preciso momento storico (.) Troya (nome nella finzione dato a Cefis) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei)”. E poco dopo scrive: “Inserire i discorsi di Cefis”. Quindi Pasolini spiega il delitto Mattei in modo diverso da quello più accreditato. Non chiama in causa gli interessi americani, le sette sorelle, l’Oas, i servizi segreti. No. Mattei è stato ucciso per far posto a Troya, cioè a Cefis. Chi prese quelle carte doveva essere a conoscenza del contenuto. Ma non lavorò alla perfezione. Forse per la fretta lo schema gli sfuggi?

Nel gennaio 2001 lessi su la Stampa un articolo sulla morte di Mattei. Parlava di nuove indagini del giudice Vincenzo Calia della Procura di Pavia. Con un lavoro di anni aveva ricostruito questo scenario: Mattei fu fatto fuori da un’oscura regia politico-istituzionale tutta interna all’Italia, di cui Cefis teneva le fila. Le stesse conclusioni di Pasolini 25 anni prima. E probabilmente le stesse a cui era giunto Mauro De Mauro, il giornalista scomparso a Palermo nel 1970, a cui il regista Francesco Rosi chiese di indagare sugli ultimi giorni di Mattei per il film che stava girando. L’articolo parlava di Petrolio e per questo attirò la mia attenzione. Il magistrato aveva inserito nell’istruttoria la pagina con lo specchietto.

Ho incontrato il giudice Calia a Roma nel 2003 a un convegno su Pasolini. Tra i relatori c’era anche il senatore Giovanni Pellegrino, ex presidente della Commissione parlamentare sulle stragi, che sottolineò l’esattezza delle conclusioni di Pasolini in Petrolio riguardo alla duplice natura delle stragi. Finito il convegno ci fermammo a parlare con Calia, seduti a un tavolo, con Borgna, D’Elia, e altre due persone di cui non ricordo. Quella conversazione andò avanti per ore. Calia aveva portato uno strano libro, Questo è Cefis: proprio il volume che ho visto alla Mostra di dell’Utri. Pubblicato nel 1972 con lo pseudonimo di Giorgio Steimez dall’Agenzia Milano Informazioni, di Corrado Ragozzino. Finanziato da Graziano Verzotto, amico di Mattei, con funzione di avvertimento o di minaccia nei confronti di Cefis, il libro fu fatto subito sparire dalla circolazione. La moglie di Calia l’aveva trovato per caso su una bancherella.

E ci spiegò, testo alla mano, che nell’Appunto 22 (Il cosiddetto impero dei Troya), le informazioni di Pasolini su Cefis venivano da lì. Ricordo la serietà e la sobrietà del magistrato, da cui traspariva un’alta statura umana. Io dissi qualcosa sulla Divina Mimesis, il cui autore si dà per “morto, ucciso a colpi di bastone a Palermo”. La sua reazione fu di voler andare immediatamente in libreria a comprare quel libro, che non conosceva. Ma erano già le dieci di sera. Era convinto che si riferisse a De Mauro (non al Gruppo 63, ostile a Pasolini, e riunitosi a Palermo, come leggono molti critici). A un certo punto posi al magistrato una domanda diretta: “Ma è possibile che facciano fuori uno scrittore?” La risposta fu: “Possibilissimo. E se vuole la mia opinione, io ne sono convinto”. Quelle parole mi lasciarono un segno e un senso di vertigine. Se quelle pagine venissero recuperate, non sarebbero solo un prezioso ritrovamento letterario. Finché l’assassino siede sul trono di Danimarca, il fantasma del re ucciso non ha pace. E nemmeno il figlio. Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo.

[fonte: l’Espresso]