I cortei di protesta che attraversano il centro di Milano corrono sempre uguali da anni. Ero alle superiori quando partecipavo con entusiasmo alle manifestazioni contro l’insensata guerra all’Iraq. Ci si dipingeva con i pennarelli il simbolo della pace sulle guance e si sfilava uniti, con un elettrizzante senso di onnipotenza sul futuro, sventolando la bandiera multicolore che allora si vedeva appesa a tanti balconi milanesi. E poi le sfilate per il 25 aprile, i comizi dei sindacati, i sit-in a favore dell’università pubblica per tutti. Si partecipava e si aveva la sensazione di essere padroni del domani, ma anche degli alieni tra gli studenti che invece ne approfittavano per rimanere a casa o che restavano a guardare ai bordi della strada.

Sabato 31 marzo, mi sono trovata dall’altra parte: per caso, seduta su un marciapiede ai margini del corteo degli indignados che attraversava via Torino. Il corteo si dirigeva verso piazza Affari, emulo del movimento Occupy Wall Street, con l’intento di contestare il sistema speculativo della finanza mondiale e dare al contempo una scossa al dibattito italiano sulle responsabilità nella crisi. La folla del centro non si è unita, rimanendo stupita a guardare quei ragazzi, quegli uomini e quelle donne come fossero bestie di uno zoo e entreneur circensi, facendo foto con gli smartphone.

Ho deciso di fermarmi, ritagliandomi un posto di osservatrice in questo teatro dell’assurdo che vede protagoniste le opposte forme della mobilitazione politica degli italiani. Due sono le possibilità: o gli italiani hanno un’infinita capacità di sopportazione, oppure continuano – volontariamente o meno – a vivere nell’inconsapevolezza di ciò che accade intorno a loro. Stupisce vedere come l’indignazione rispetto ai risvolti della crisi e alle politiche di austerità sia un fatto tutto fuorché italiano. Coloro che protestano oggi, sono coloro che hanno sempre protestato: studenti d’area, antagonisti, sindacalisti appassionati, no global e no tav. E gli altri? Gli studenti non militanti? Gli impiegati e le casalinghe? I pensionati? Dove sono gli italiani medi, quelli che pagano le tasse regolarmente, che hanno un mutuo sulle spalle e fanno sacrifici per mandare i figli all’università?

Sbaglierò forse, ma io li trovo persi nei centri commerciali e nei locali dell’aperitivo, che foraggiano in modo scellerato l’illusione di benessere e consumismo in cui si sono cullati per anni, incapaci di vedere che il sogno è finito per sempre. Altrove, ci si è bruscamente svegliati; qui, spegniamo l’allarme e ci rigiriamo dall’altra parte, continuando a dormire sui cocci di un sistema economico e sociale che sta dimostrando di non poter più funzionare. In Grecia e in Spagna abbiamo visto delle anziane signore contestare gli agenti in tenuta antisommossa e gli studenti accamparsi nelle piazze sfidando il freddo e i manganelli.

Il malcontento popolare in Italia non è assente: tuttavia non trova un unico, ampio spazio per esprimersi.La nostra democrazia dimostra di essere immatura se il malessere sociale e la frustrazione dei disoccupati non vengono incanalati in un movimento culturale e di protesta efficace e trasversale. Che vada oltre i soliti linguaggi antagonisti e gli slogan usurati: una mobilitazione che sappia interpretare quello che, sotto sotto, tutti gli italiani percepiscono come un declino nazionale, europeo, occidentale. Il movimento degli indignati italiani deve ripartire da coloro che stanno pagando il prezzo più alto della crisi, impegnandosi nel coinvolgere le fasce della popolazione che non hanno alcuna alternativa alla mobilitazione: pensionati, colletti bianchi, stagisti iperspecializzati, lavoratori migranti.

Se non si riesce a trovare un canale di dialogo tra manifestanti e società vera, l’Italia continuerà ad essere una democrazia intorpidita, sonnolenta. La precondizione per il coinvolgimento nella protesta è l’abbandono dei discorsi da vecchia politica, che trascinano il dibattito in una dimensione nazionale, senza liberarla verso la globalità, come globale è la crisi e il suo impatto. Nel corteo che si dirigeva verso piazza Affari ho visto un tripudio di bandiere con la falce e il martello, un esubero di citazioni marxiste e di inni all’esproprio proletario: al di là della condivisione ideologica di tale precisa strategia politico-economica, il ricorso ad un simbolismo così schierato rischia di dividere più che di unire. Il revival comunista non può appropriarsi di una protesta che appartiene a tutti, ma deve accantonare i propri simboli in favore di parole che sappiano interpretare il malcontento di chiunque senta di dover dire no senza necessariamente portare avanti rivendicazioni neomarxiste. Il movimento degli indignados europei ha avuto successo perché ha creato forme di mobilitazione politica inedita, capace di coinvolgere le fasce più diverse della popolazione distaccandosi dalle ideologie del passato.

Si rischia che il movimento italiano perda l’occasione di parlare ad una platea più vasta, quella rappresentata dall’intera opinione pubblica. Guardando il corteo, ho però avuto la sgradevole sensazione che per qualcuno fosse auspicabile che la protesta rimanesse appannaggio di pochi contestatori antagonisti; che sfondare le vetrine fosse più importante di fare informazione su ciò che sta realmente accadendo; che l’indignazione debba continuare ad essere monopolizzata da certe bandiere. È ingiusto: non facciamoci privare da nessuno, tantomeno da noi stessi, il diritto ad indignarci per ciò che la crisi e il sistema che l’ha provocata ci stanno togliendo.