Conosco Andrea Lo Pumo lo scorso aprile, al barcamp Working Capital nell’università di Catania: un ragazzino smilzo di ventuno anni, zainetto in spalla e felpa con cappuccio. Andrea è un matematico, appena laureato a pieni voti. Con l’espressione svagata e a tratti fissa nel vuoto, sembra un mash-up tra un hacker svedese e il premio Nobel John Nash, ma con sano accento siciliano e una grande visione che ha chiamato Netsukuku.

«Netsukuku non vuol dire niente, in realtà: è la storpiatura della parola giapponese che significa rete», mi dice Andrea. «Mi è piaciuta perché quando l’ho cercata non esisteva su Google: il suo potente motore non riusciva a trovare neppure una pagina con quella parola. L’idea mi è venuta nel 2004 ed è nata dai dibattiti che facevamo all’interno di Freaknet, una libera associazione di Catania di cui sono socio da quando ho 13 anni, attiva nella divulgazione della cultura informatica e nella valorizzazione dell’hardware storico».

Freaknet è un centro di aggregazione, probabilmente qualche telegiornale lo etichetterebbe come “centro sociale”: una realtà nata negli anni prima di internet che fin da subito si presentò come Bbs (Bulletin board service) indipendente, sganciata dal circuito mondiale Fidonet. Dal 1998 è il primo hacklab nato in Italia: un laboratorio di informatica aperto a chiunque, che utilizza solo software libero. Si interessa anche di trashware (cioè la pratica di recuperare vecchio hardware e rimetterlo in funzione installandoci software libero) e sta realizzando a Catania il “Museo dell’informatica funzionante”, con lo scopo di recuperare, classificare e riparare computer vintage rendendoli nuovamente operativi: vero modernariato della tecnologia come l’Eclipse Data General, il Pdp-11 o il Commodore 64. «Freaknet è un polo di attrazione per sviluppatori e appassionati di tecnologia come me», continua Andrea: «Discutiamo di file sharing, peer to peer, digitalizzazione dell’informazione e uso delle reti wireless. Alcuni anni fa concentrammo la nostra attenzione sul fatto che l’enorme diffusione del wi-fi e di tecnologie simili rende disponibili sul pianeta milioni di piccole reti wireless locali a larga banda. Potremmo immaginarle come centinaia di “bolle di connettività” intorno a noi». Erano gli anni in cui nascevano le prime community wireless indipendenti come Funkfeuer a Francoforte, la Metropolitan Area Network di Seattle, Ninux a Roma, Amsterdam Wireless. Un fenomeno che conta ormai centinaia di reti locali in tutto il mondo.

«Una sera, durante un dibattito, nacque un’ipotesi: sfruttando le tecnologie peer to peer e i dispositivi wi-fi, è possibile affrancarci dagli internet provider per rendere l’accesso al web completamente libero e aperto a tutti? Si può costruire una rete locale e anonima in grado di mettere in collegamento tutti i nostri oggetti wireless e di reggersi anche senza il collegamento alla “grande internet”?». La risposta, in teoria, è semplice: serve una rete che si regga esclusivamente tra gli stessi utenti, una rete p2p nella quale non ci siano server centrali di smistamento del traffico, i cosiddetti router. «Cioè una rete distribuita, autogestita e autoconfigurante», spiega Lo Pumo. «Ma che preveda il supporto e la possibilità di collegamento alla “grande internet” e sia in grado di utilizzarne gli stessi protocolli e gli stessi servizi. Ogni bolla, così, potrebbe diventare una rete internet indipendente perfettamente funzionante. Facendo quattro calcoli a mente, però, è emerso chiaramente che, utilizzando le tecnologie disponibili, una rete di questo tipo non era possibile». Le tecnologie del momento, infatti, sono in grado di supportare solo fino ad alcune centinaia di nodi, mentre ogni nodo della rete Netsukuku che Andrea ha in mente deve essere in grado di collegarsi a miliardi di altri e di indirizzare verso di loro le sue informazioni. Occorre che ogni punto della rete possa smistare il traffico verso tutti. Leggere una mappa così vasta richiede, però, un computer troppo potente.

Ma Andrea non si rassegna e questo diventa il suo chiodo fisso. All’epoca studia al liceo scientifico Principe Umberto e così, a soli diciassette anni, inizia a esplorare i sistemi di routing, buttandosi sui libri per studiarne i fondamenti teorici. «Mi ha sempre entusiasmato la possibilità di dare libero sfogo alla creatività scrivendo software, ma più andavo avanti e più mi rendevo conto che per risolvere il problema dovevo approfondire notevolmente le mie competenze matematiche e così, finito il liceo, ho deciso di iscrivermi alla facoltà di Matematica dell’università di Catania. In questo modo, mentre esploravo gli algoritmi sui libri, rilasciavamo su web la versione beta del programma». Netsukuku è quello che nel linguaggio tecnico viene chiamato meta-protocollo. Un sistema che, utilizzando alcune teorie del caos e dei frattali, riesce a far funzionare ogni nodo mantenendo la mappa della rete entro pochi kilobyte di memoria. «Il nostro software gira su Gnu/Linux ed è rilasciato come free software (con licenza Gnu/Gpl): chiunque può liberamente scaricarlo, usarlo, modificarlo e ridistribuirlo». Una volta installato Netsukuku, ogni computer può eseguire le operazioni necessarie per creare una rete autoconfigurante, autonoma e ampia quanto internet. Il protocollo è in grado di supportare fino a un miliardo di nodi teorici grazie alla sua mappa molto leggera, ma non è mai stato testato su larga scala. Ha un suo sistema di nomi di dominio alternativo che rimpiazza i mitici Domain name server (Dns) di internet. Si chiama Andna (A Netsukuku domain name architecture), acronimo che in Wikipedia è stato ribattezzato Abnormal Netsukuku Domain Name Anarchy.

«In pratica il mio algoritmo è costruito per vedere la rete come un frattale», spiega Lo Pumo, con linguaggio da matematico. «I frattali sono strutture matematiche che hanno la caratteristica di poter essere compresse all’infinito, perché ogni loro parte è formata dal frattale stesso. L’indirizzamento dei pacchetti di dati si basa su una particolare topologia della rete, a struttura cosiddetta gerarchica, a differenza di quella attuale di internet che è una topologia piatta». Con questa architettura, Netsukuku riesce a costruire una rete internet locale perfettamente funzionante tra oggetti che hanno un dispositivo wireless, collegandoli tra loro. «I pacchetti di dati sono indirizzati tramite uno speciale metodo di calcolo che ho inventato e che si basa sulla casualità, chiamato Qspn (Quantum shortest path Netsukuku). L’agire della casualità gli consente di trovare le rotte più efficienti per raggiungere il destinatario».

La visione di Andrea è quella di una internet a banda larga wireless creata e gestita direttamente dagli utenti, senza bisogno di un operatore di telecomunicazioni in mezzo. È sufficiente che il software sia attivo e che gli oggetti wireless entrino in prossimità: a quel punto si crea tra loro una di quelle “bolle” di internet che Andrea aveva in testa da tempo. Queste bolle si autocreano, si assestano e indirizzano i dati di tutti sulle rotte giuste. Una bolla Netsukuku è quindi una piccola internet, locale e wireless, perfettamente funzionante. Ed è sufficiente che uno qualunque degli utenti di questa bolla sia collegato al web per mettere tutti in comunicazione con la grande rete. In Netsukuku viene meno la differenza tra reti private e reti pubbliche, poiché automaticamente, se abbiamo il software attivo, entriamo in comunicazione con gli altri. Le bolle si propagano e si collegano ad altre. È la democrazia applicata a internet.

Ma c’è di più. In linea teorica, una rete di questo tipo non può essere né controllata né distrutta, perché è totalmente decentralizzata, anonima, distribuita. Tutto funziona in modo autonomo. Andrea e gli sviluppatori della community di Netsukuku che hanno realizzato il codice (rigorosamente con licenza free software) assicurano che il programma può essere eseguito anche su computer a basse performance, netbook, access point, dispositivi embedded e telefonini, perché usa una quantità minima di risorse e di memoria. L’idea di Netsukuku, se realizzata su larga scala, potrebbe contribuire a portare internet in molti più luoghi, riducendo significativamente il digital divide. Se non è democrazia questa…

L’uscita in rete della notizia si è diffusa rapidamente al di fuori di Freaknet, in molte altre community, suscitando un grande interesse tra blogger, sviluppatori ed editoria specializzata e nel 2006 viene anche citata in un report dell’Itu, l’ente mondiale per la standardizzazione degli aspetti tecnici e operativi delle telecomunicazioni. Andrea è in contatto con diversi sviluppatori e ne coordina il lavoro: alcuni, per esempio, hanno condotto una tesi di laurea sul sistema Netsukuku, altri ne stanno analizzando il codice rigo per rigo, contribuendo così a debuggarlo. La community di centinaia di cracker e sviluppatori ha già prodotto 47mila righe di codice C, 7500 di linguaggio Python e 6800 di documentazione. Esistono, a oggi, solo pochi sistemi di rete scalabile ad hoc, come viene definita Netsukuku. Sono progetti ancora in fase di studio in alcune università e la maggior parte di loro ancora lontani dall’avere applicazioni pratiche. Netsukuku ha già superato con successo alcuni test e simulazioni, che hanno evidenziato le potenzialità del sistema e fornito risultati apprezzabili e di qualità. Andrea si è laureato lo scorso luglio e il suo sogno è di portare a compimento il lavoro di questi anni per renderlo disponibile a milioni di persone.

Così decide di inviare il suo progetto a Working Capital, il programma di Telecom Italia a sostegno dell’innovazione italiana. Quando con Salvo Mizzi, responsabile del programma, presentiamo la storia di Andrea Lo Pumo al comitato di investimenti, sappiamo di essere in una casistica nuova. Un progetto estremamente interessante e di grandissimo profilo (ancor di più per chi, come Telecom, è nel business dell’accesso a internet) ma non finanziabile: Netsukuku non è una startup ma un progetto ancora in fase di prototipo. Ma quello che Andrea vuole veramente è la possibilità di completare le proprie ricerche. Così si decide comunque di portare il dossier Netsukuku all’attenzione del comitato presieduto da Franco Bernabè. E il Comitato delibera: Andrea Lo Pumo è ammesso a settembre all’università di Cambridge e sta iniziando il master in Advanced Computer Science, finanziato da Telecom Italia. Sulla scia del suo esempio il gruppo Telecom decide di assegnare altre 32 borse di studio a progetti simili da scovare nel prossimo anno e mezzo. Netsukuku potrebbe cambiare internet come la conosciamo oggi, oppure no. La storia e le statistiche del venture capital insegnano che ci sono molte più probabilità che questo non succeda, a dire il vero. Ma di una cosa possiamo essere certi: di gente come Andrea Lo Pumo la nostra penisola abbonda e non c’è ragione per cui la prossima Google non possa nascere da un barcamp di Catania.

[fonte: Wired.it]