Era di crisi economica. Era di cambiamenti globali. Perché? Perchè il futuro vedrà cambiare l’ordine economico mondiale. E con lui tutti i rapporti di forza. Lo dice da un paio d’anni il “Global Trends 2025 – a Transformed World” (testo pdf – in inglese), del National Intelligence Council, il centro per gli studi strategici che funge da advisor per l’amministrazione e per il capo dei servizi segreti Usa.

“Un trasferimento di ricchezza globale e potere economico dall’Occidente all’Oriente senza precedenti nella storia del mondo”. Non usa mezzi termini il rapporto, un testo di 121 pagine, che proviene dalla stanza dei bottoni del Paese più potente del mondo. Una sorta di sfera di cristallo in formato cartaceo che probabilmente determinerà le politiche americane nei prossimi anni. Per gli analisti del Council non ci sono dubbi: il vecchio ordine mondiale lascerà il posto a uno nuovo, multipolare, in cui gli Stati Uniti resteranno il Paese più forte – soprattutto militarmente – ma non egemone, soppiantato soprattutto economicamente da Cina, Russia, India e Brasile.

Il graduale spostamento del baricentro economico mondiale ha due ragioni: primo, la crescita dei prezzi del petrolio e delle materie prime che favorisce Russia e Stati del Golfo; secondo, il trasferimento di manifatture e servizi dall’Occidente all’Asia. In base alle proiezioni, nel  2040-2050 il cosiddetto Bric (Brasile, Russia, India e Cina) rappresenterà una quota del Pil mondiale equivalente a quella dei Paesi del G7. Non si esclude che all’orizzonte 2050 il sorpasso sarà ormai una realtà.

Sarà soprattutto la Cina a fare passi da gigante: nel 2025 sarà la seconda economia mondiale e anche la seconda “potenza”, sulla base di un indice che considera Pil, spese per la difesa, popolazione e tecnologia.
Lo sviluppo della Russia dipenderà invece dalla sua capacità di diversificare la propria economia e di investire maggiormente sul capitale umano. Troppo rischioso fare affidamento solo sui volatili prezzi del petrolio e delle materie prime.

Nella valutazione dei futuri successi
delle economie emergenti c’è anche un parziale riconoscimento del “capitalismo di stato”: “un sistema di gestione economica che da un ruolo preminente allo Stato” e che, ammette il rapporto, accomuna non solo Cina e Russia ma anche Sud Corea, Taiwan e Singapore.

L’Europa e il Giappone manterranno
un vantaggio sulle nuove economie emergenti in quanto a ricchezza pro capite, ma dovranno inventarsi nuove soluzioni per garantirsi un’accettabile livello di crescita, dato il graduale invecchiamento della loro popolazione e conseguente riduzione della forza lavoro disponibile.
In questo senso, gli Stati Uniti costituiranno una parziale eccezione: l’immigrazione garantirà infatti forze fresche sul mercato del lavoro.

Niente di nuovo dall’Africa (soprattutto subsahariana): sarà il “continente dimenticato” anche nel 2025.

Fonte: virgiliosito del Atlantic Council of  the United States