In libreria c’è un libriccino che ogni trentenne dovrebbe leggere e tenere in tasca. Si intitola Non è un paese per giovani (Marsilio, collana I Grilli), sottotitolo «L’anomalia italiana: una generazione senza voce». Gli autori sono Alessandro Rosina, 40 anni, docente di Demografia all’università Cattolica di Milano e collaboratore del sito Lavoce.info e la giornalista trentaquattrenne Elisabetta Ambrosi. Il libro si basa sui risultati di una ricerca realizzata da Rosina ed è una sorta di impietosa, lucida, acuta fotografia della generazione dei trentenni di oggi, che vivono compressi da una sorta di «tappo» che impedisce loro di emergere, prendere il volo e raggiungere posizioni di comando e autonomia.
Primo elemento del «tappo»: i (troppi) vecchi al potere, che malgrado i raggiunti limiti di età non vogliono lasciare le loro posizioni. Scrivono Ambrosi e Rosina: «Solo da noi un over 30 è considerato un sub-adulto. “Sei ancora giovane” è il leitmotiv più frequente per chi aspira a competere con le sole armi del merito a qualche ruolo di rilievo sociale e professionale. “C’è ancora tempo, aspetta il tuo turno”. Ecco allora che il prolungamento della giovinezza diventa funzionale al blocco generazionale». Insomma: se i vecchi professori, politici, giornalisti, avvocati, medici non si levano fisicamente di mezzo, e se le nuove leve continuano ad accettare di attendere pazientemente il loro turno – anche se in altri Paesi nessuno si sognerebbe di definire un trentenne “giovane”! – come potrà avvenire il necessario ricambio generazionale?
Secondo elemento del «tappo»: le famiglie d’origine, accanto alle quali i giovani vivono in un’«inverosimile pace sociale». Il conflitto generazionale, la ribellione ai padri, le fughe da casa non esistono più: i trentenni resistono grazie al cordone ombelicale con i genitori, non per “bamboccionismo” ma nella maggior parte dei casi per pura necessità. Mamma e papà sono gli unici ammortizzatori sociali su cui si può contare per arrivare alla fine del mese, per sopravvivere prima nel tunnel degli stage e poi tra un contratto precario e l’altro.
Terzo elemento del «tappo»: la sfiducia nel futuro, la rassegnazione di fronte alla difficoltà di trovare un buon lavoro e un buon stipendio. «Gli attuali trentenni» sintetizzano gli autori «hanno assistito al drammatico deterioramento di garanzie e prerogative rispetto alle generazioni precedenti e ai coetanei europei», e sono stati «costretti a rivedere progressivamente al ribasso le proprie aspettative nel loro percorso di transizione alla vita adulta». Il che è chiaramente deprimente: «Una depressione giovanile specificamente italiana. Una condizione che crea un più o meno sottile disagio, scetticismo, inquietudine»; il riferimento non è alla patologia psichiatrica, bensì a «una modalità di essere, una paradossale forma di espressione e di protesta insieme» che però purtroppo non porta a nulla, non permette di superare il problema. Questa speciale depressione è insomma «l’esito di un soffocamento delle più intime motivazioni. È l’impossibilità di esprimere il proprio desiderio; è insomma, una speranza abortita, è il divieto di futuro».
Un divieto di futuro – e qui si arriva al quarto e più importante elemento del «tappo» – che ogni trentenne vive però in solitudine. «Il drastico cambiamento di valori, dal pubblico al privato, dal collettivo all’individuale, è sicuramente uno dei motivi per i quali i giovani – e non solo in Italia – non aprono contestazioni pubbliche, non scendono più in piazza, non inventano forme di mobilitazione contro l’esistente, anche laddove l’esistente è cattivo e dannoso come spesso accade», si legge nel libro: «Lo sguardo è rivolto, al contrario, verso il privato». In questo «privato», al sicuro nella propria casa, con gli amici, gli amori, i familiari, gli oggetti, i giovani cercano rassicurazioni. Come una tana, un posto dove rifugiarsi per proteggersi dalle delusioni e dalle frustrazioni del mondo esterno. Il problema è che nella tana si è soli. Non ci sono coetanei e colleghi con cui condividere gli stati d’animo ed elaborare idee, strategie di riscossa, rivoluzioni. Ognuno, insomma, è solo e isolato con le sue frustrazioni, solo a combattere per ottenere un pezzetto di visibilità, di riconoscimento, di indipendenza economica, un contratto decente, una prospettiva magari non a lungo ma almeno a medio termine. In più, oltre che soli si è anche contrapposti, tutti contro tutti, mors tua vita mea, della serie “arraffo questo contratto da niente, accetto questo stage gratuito, perchè altrimenti qualcuno potrebbe prenderlo al posto mio, e magari cavarci qualcosa di buono”.
Ma da soli non si arriva a nulla: e allora i venti-trentenni italiani farebbero bene a uscire dalla tana e ritrovare, come i loro padri e zii sessantottini, «l’arrogante audacia di lottare senza timori reverenziali, il creativo coraggio di riattivare un conflitto generatore di cambiamento, la lucida determinazione di rompere una volta per tutte la lunga tregua generazionale che blocca in un abbraccio soffocante le energie più vigorose del nostro paese».  Un libro da leggere. E poi rileggere. E poi agire, ognuno a modo suo, per cambiare il corso delle cose.

[fonte: Repubblica degli Stagisti]