Storia dei dieci mesi che hanno reso celebre l'isola toscana

La storia di Napoleone e l’Isola d Elba inizia il 4 maggio del 1814 a Portoferraio, capitale del minuscolo Impero rimastogli dopo la sconfitta del suo esercito e la sua partenza da Parigi.
Così raccontava il nobile condottiero rispetto al suo soggiorno nell’isola toscana: “Sono arrivato da cinque giorni; faccio accomodare un grazioso alloggio con un giardino e una bellissima aria. Vi sarò tra tre giorni… l’isola è sana, gli abitanti sembrano buoni e il paese è molto gradevole…”
Uomo d’azione, in pochissimo tempo, con una rapidità che ancora oggi risulta incredibile, Napoleone pone in essere una serie di opere pubbliche per dare vita e respiro a questa piccola isola subissata per secoli da continue e diverse dominazioni: costruisce strade, potenzia le attività legate alla pesca e all’agricoltura, seleziona vitigni pregiati, ordina 500 piante di gelso per abbellire i viali d’accesso alla città, ma anche per vendere le foglie ai produttori di seta, organizza la pavimentazione di strade e piazze, riavvia l’attività mineraria imprimendole uno slancio che proseguirà fino ad oltre la metà del XX secolo.
Costruisce la sua piccola reggia nella Palazzina dei Mulini, e la colloca nella parte più alta e fortificata di Portoferraio. Oggi questa Palazzina è diventata un Museo Nazionale visitato da oltre duecentomila persone all’anno.
Napoleone è un esteta: sceglie personalmente stoffe, mobili, arredi, accessori per la sua reggia e per la residenza estiva, la villa di San Martino, anch’essa oggi Museo Nazionale. Egli segue personalmente i lavori di ristrutturazione e a San Martino fa affrescare la sala principale con motivi che rimandano all’antico Egitto, in ricordo della mitica campagna che aveva effettuato in quelle contrade antiche, e realizza una vasca in marmo, al centro del salone, per coltivarvi le piante di papiro.
L’Elba in quei giorni è meta di viaggiatori da tutto il mondo che vogliono incontrare il personaggio di cui parla tutta Europa: Napoleone predispone un complesso apparato di corte il cui cerimoniale, in piccolo, è perfettamente speculare a quello della corte imperiale parigina. Anche la madre si reca dal figlio in esilio, e soggiorna a Marciana Marina, mentre la sorella Paolina abiterà qualche tempo a Portoferraio.
Il suggestivo ricordo di questa bellissima Principessa, immortalata dal Canova, si ritrova oggi sull’isola nello “scoglio di Paolina” uno degli scorci più suggestivi della costa elbana dove si dice la Principessa si recasse a fare il bagno.

Napoleone: diario di una fuga

Una cosa è certa: Napoleone non intendeva certo rimanere all’Isola d’Elba tutta la vita. Era stato molto cauto, mascherando con abilità il suo disegno di ritornare protagonista in Europa, tanto che la maggior parte dei suoi nemici era convinto che l’imperatore avesse ormai abbandonato i sogni di gloria di ritornare nel vecchio continente.
Ma facciamo un passo indietro: è la fine del 1814, e la frustrazione di Napoleone aumenta di giorno in giorno. La rendita promessa con il Trattato di Fontainebleau non arriva e le sue casse sono vuote. Il timore di poter essere sloggiato dall’Elba per un luogo lontano aumenta il suo nervosismo. Intanto la spartizione del Continente al Congresso di Vienna attraversa una fase delicata, poiché fra gli alleati prevalgono i dissensi e le tensioni e il prode condottiero vede l’occasione per spezzare l’alleanza fra i suoi nemici e compiere il proprio destino. Questo poteva succedere perché Re Luigi XVIII, soprannominato Luigi Il Grassone, si era fatto dei nemici. Appena rientrato dall’esilio in Inghilterra aveva cercato di cancellare due decenni di storia, rinunciando con il trattato di Parigi ai confini naturali francesi, non senza indignazione dei patrioti. Il re aveva poi ristabilito i privilegi fra i i nobili, aveva spogliato la Legion d’Onore dalle sue prerogative concedendola a chi la voleva, e aveva soppresso pensioni e gratificazioni ai mutilati e veterani di guerra creando così un malcontento nel Paese difficile da contenere.
E si arriva a metà Febbraio 1815… quando gli avvenimenti precipitano.
Fleury de Chaboulon, fervente bonapartista passato alla storia come “l’intrepido sottoprefetto”, giunge all’Elba da Parigi travestito da marinaio. Ha un incontro con l’Imperatore e gli confida il malcontento generale presente in Francia. Napoleone freme.
Il 15 febbraio il colonello Campbell lascia Portoferraio per andare a trovare a Livorno la sua amante Bartoli. Napoleone decide che il momento è propizio : ordina di apprestare la sua nave dal profetico nome de « l’Incostant » e di dipingerlo di un altro colore come un brick inglese, approvigionandolo di viveri per 3 mesi. Incarica Pons di noleggiare due grossi bastimenti a Rio. Si procura altre barche.
Subito dopo, diversi corrieri vengono inviati nei villaggi dell’isola per avvertire le autorità di non lasciar partire nessuno: un embargo è imposto su tutti i bastimenti. Nessuna concessione di passaporti, nessun rilascio di biglietti di spedizioni, i cannoni pronti ad affondare qualunque imbarcazione si muova, le truppe consegnate nelle caserme. L’imperatore, che aveva anche ricevuto notizie decisive da Murat sul Congresso di Vienna dice a Drouot: “Sono rimpianto e richiesto da tutta la Francia. Fra pochi giorni lascerò l’isola per obbedire ai voti della Nazione”.
La sera del 25 febbraio Napoleone organizza una gran festa a teatro. La madre Letizia viene informata del progetto di fuga e gli offre i risparmi di cui può disporre. “Il cielo non permetterà che voi moriate qui di veleno, né in un giaciglio indegno di voi, ma solo con la spada in mano. Andate dunque incontro al vostro destino. Voi non siete fatto per morire su quest’isola”.
Tutto è pronto. La mattina del 26 febbraio, domenica, al ricevimento mattutino c’è più gente del consueto. La notizia della partenza ormai si è diffusa in città e la commozione dei presenti è grande. L’imperatore compare con la leggendaria uniforme verde di Colonello della Guardia e la sua redingote grigia.

Signori, vi annuncio la mia partenza. Vi lascerò questa sera stessa. La Francia mi chiama, i Borboni la portano alla rovina. Diverse sono le Nazioni d’Europa che saranno felici di vedermi tornare”.

“Ciononostante, Sire, i vostri sudditi vedranno forse il loro dolore attenuarsi al pensiero che li abbandonate per riprendere la strada della gloria”, risponde il Presidente del Tribunale.

Poi, rientrato a Palazzo, riceve gli ufficiali di questi corpi. Letizia e Paolina lo affiancano, insieme a Drouot e Bertrand. “Signori, vi voglio ringraziare per il vostro affetto e per la vostra fedeltà. Generale Lapi, la nomino Governatore dell’Isola. Se venisse attaccata, difendetela fino alla morte. Amici miei, non vi dimenticherò mai! Vi affido ciò che ho di più prezioso: mia madre e mia sorella. È questa la miglior prova di tutta la fiducia che ripongo in voi!”.

Le lacrime scorrono sulle guance di Paolina. Letizia invece si irrigidisce, nel ruolo di Madre Imperatrice. Napoleone, lui, lotta per rimanere sereno ma in fin dei conti è molto più commosso di quanto non voglia mostrare.

Le cinque della sera. I tamburi rullano per tutta la città. Una folla triste accompagna i militari giù fino al porto. Sono finite le parate e le feste militari. Finite le danze delle signorine con i bei sottotenenti. E terminati pure, almeno per l’alta borghesia, le cene dall’Imperatore e i balli della Principessa. Alcune scialuppe si muovono veloci fra le imbarcazioni e il porto, trasportando ad ogni viaggio un carico di soldati. La maggior parte di loro esprime un’allegria festosa, in contrasto con la tristezza della gente. E del condottiero.
È l’ora.
Dall’alto del Falcone parte un colpo di cannone per segnalare che il Sovrano ha appena lasciato la Villa dei Mulini e si incammina verso la Darsena. Lo segue il gruppo dei fedeli fra i quali l apprezzatissimo valletto di camera. Quest’ultimo regge una valigetta di cuoio nero che contiene parte di quei famosi gioielli Borghese, che Paolina aveva voluto offrire al fratello per finanziare la sua marcia attraverso la Francia. Una sola collana vale almeno mezzo milione di franchi d’oro.
Quando il corteo arriva al porto, scende già la notte. Migliaia di lampade si accendono sopra le mura, dove si accalca la gente accorsa da ogni parte dell’isola. Napoleone la percorre con lo sguardo, lentamente, con la malinconia nello sguardo. All’imbarcadero ci sono tutte le autorità civili e militari. Il sindaco Traditi cerca di leggere un saluto che tiene in mano ma, forse per la troppa oscurità o forse per la troppa emozione, non ci riesce.Napoleone lo abbraccia.
È finita: dopo dieci mesi di prigionia l’Aquila prigioniera finalmente spezza le sue catene e si libra libera e leggera in volo. E si gira un’altra pagina di Storia.

Napoleone fra storia e realtà

Ma chi era davvero Napoleano ? Un po’ di storia: la famiglia dei Buonaparte vantava nobili origini toscane, anche se si era trasferita in Corsica, allora genovese, già nel 1567. Lo stesso Napoleone confessò: “Io sono italiano o toscano, piuttosto che corso”. Il grande condottiero raccontava dunque di essere italiano, ma dell’Italia diceva peste e corna: come ogni politico badava al sodo, a quello che poteva tornargli utile. La familiarità linguistica (in Corsica l’italiano era lingua ufficiale) gli rendeva congeniale l’Italia e probabilmente è vero che ci metteva piede con piacere, dato che vi si era affermato come militare e politico.

Passiamo ora alle leggende e ai falsi miti che gli vengono attribuiti:
– Non era basso! A dispetto di quanto sempre ritenuto, Napoleone non era un nanerottolo. Gli storici concordano sul fatto che fosse alto circa 168 cm, ben tre centimetri in più della media dei francesi della sua epoca e tre in più dell’ex presidente francese Nicolas Sarkozy. La sua proverbiale bassezza sarebbe opera di una maldicenza degli inglesi per sminuirne la fama sui campi di battaglia.
– Non rubò la Gioconda. Nonostante gli italiani lo ricordino soprattutto per i numerosi capolavori sottratti durante la Campagna d’Italia, in nome di un grande sogno, quello napoleonico del Museo Universale del Louvre, non fu lui a «rubare» la Gioconda. Fonti storiche situano il dipinto in Francia già dal 1517, dove era stato portato dallo stesso autore, Leonardo Da Vinci.
– Lo dipingono con la mano dentro il gilet. Napoleone non aveva alcun tic né tanto meno soffriva di feroci mal di stomaco. Semplicemente era questa l’usanza dei generali quando si facevano immortalare sulla tela nel diciottesimo secolo.
– Fu fra i primi consumatori del cibo in scatola. È grazie a lui se oggi abbiamo il cibo in scatola. Durante le sue campagne Napoleone fece sperimentare le invenzioni ingegnose del pasticciere Nicolas François Appert che ideò un metodo di cottura del cibo in vasetti di vetro a chiusura ermetica.
– Ritrovamenti archeologici. È a lui, o meglio a Pierre-François Bouchard, capitano nella Campagna d’Egitto di Napoleone nel 1779, che dobbiamo la scoperta della Stele di Rosetta: una tavola di granito sulla quale sono incisi geroglifici e a fronte c’è il testo tradotto in greco. Grazie alla stele i linguisti sono riusciti finalmente a tradurre i geroglifici.
– Non dategli del… maiale. Secondo una leggenda, ancora oggi in Francia è vietato dare a un maiale il nome Napoleone. Ma in realtà nessun articolo del codice napoleonico ne parla.
– Gatti sì, gatti no. Non è vero che Napoleone avesse paura dei gatti. Secondo la storica Katharine MacDonogh, autrice del libro “Storia dei cani e gatti a corte dai tempi del Rinascimento”, Napoleone era solo superstizioso e per questo si teneva alla larga dai gatti neri.
– Responsabilità della sconfitta a Waterloo. C’è una ragione perché Napoleone Bonaparte si sentì disorientato sul campo di battaglia di Waterloo: stava usando una mappa sbagliata. Secondo il documentarista francese Franck Ferrand, sarebbe anche questa la spiegazione alla base della sconfitta finale dell’imperatore, destinata a portarlo all’esilio sull’isola di Sant’Elena. Tesi che ridimensiona l’eroismo dei britannici sul campo di battaglia e soprattutto i meriti del loro comandante, il Duca di Wellington. Come in altri casi nella Storia è stata quindi una mera casualità a incidere sugli eventi. In particolare la mappa di cui disponeva Napoleone, e sulla quale aveva elaborato i suoi piani, mostrava il punto strategico della fattoria di Mont-Saint-Jean a un chilometro di distanza dalla posizione reale. Una differenza sostanziale, dal momento che un chilometro corrispondeva proprio alla gittata dei suoi cannoni.
Si può proprio dire che più che l’onor… avrebbe potuto google maps!!!