È difficile imbrigliare il pensiero creativo di Moshe Safdie, perché l'architetto israeliano non propone uno stile ma un modo di ragionare che si muta in poesia

L’architettura contemporanea ha vissuto gli ultimi tre decenni sotto l’egida delle Archistar,  ovvero una spettacolarizzazione del costruito che già era in nuce nel 1977, anno di inaugurazione del Centre Pompidou, a Parigi. La celebre opera, firmata da Piano, Franchini e Rogers, esprime tutta la potenza positivista (e oserei dire “neo-futurista”) dell’architettura della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI.  Un’altra proposta per il Centre Pompidou, subito abbandonata, porta la firma di Moshe Safdie. Un’idea non meno dirompente, ma declinata in maniera assai diversa: nell’idea di Safdie, la modularità della composizione a cellule che determina l’ossatura portante è la struttura di un edificio che non si autoidentifica come tale, ma che al contrario si protende per inglobare brani urbani, facendosi “urbanità” esso stesso. Non un monolite autoreferenziale, dunque, ma un organismo che pare quasi in grado di crescere, o di contrarsi, o di muoversi, a seconda delle esigenze dell’utenza; di sicuro, un organismo che può essere percepito in maniera differente a seconda dei punti di vista o delle necessità di fruizione.

Tutto fuorché un’Archistar

È difficile imbrigliare in una definizione circoscritta e sintetica il pensiero creativo di Moshe Safdie, perché di fatto egli non propone uno stile, ma un modo di ragionare, che è al tempo stesso rigoroso e flessibile: rigoroso, in quanto fa dello studio delle possibilità aggregative basate sulla modularità un vero e proprio punto di forza, specialmente nella prima parte della sua carriera, così come incarna lo spirito democratico della ricerca di nuovi spazi d’identità all’interno di macro-complessi urbani; flessibile, proprio perché la sua ricerca lo porta ad adattare sempre la sua architettura al contesto in cui si deve collocare. Come di consueto, negli spazi di Medea riservati all’architettura non vogliamo descrivere passo passo la genesi e la crescita di un grande architetto, ma vogliamo offrire spunti di riflessione, chiavi di interpretazione che possano svelare qualche segreto, dare qualche indizio circa alcune personalità complesse. Moshe Safdie è un perfetto case of study. Nato in Israele nel 1938 e poi naturalizzato canadese, Moshe Safdie è autore di alcune delle opere d’architettura più famose al mondo, tra le quali spiccano in particolare lo Yad Vashem Holocaust History Museum of Jerusalem (2005)  e il complesso urbano del Marina Bay Sands Integrated Resort in Singapore (2011). Al contrario di molti architetti nostrani, Moshe Safdie si presenta con un’umiltà disarmante, condita da una profondità di pensiero e una passione che traspaiono chiaramente sia dalle sue stesse opere che nelle sue parole. Tutto, quindi, fuorché un’Archistar.

Una lettera

Ho avuto la grande fortuna di poter ricevere una sua lettera poco dopo l’inaugurazione del gigantesco e spettacolare complesso di Marina Bay Sands; una lettera inaspettata e oltremodo gradita, un ricordo al quale tuttora mi sento particolarmente affezionato, un esempio virtuoso che ha illuminato un bel tratto della mia attività di giovane progettista. Nella sua lettera, in risposta ad alcune mie considerazioni, Moshe Safdie ribadiva in maniera chiara e inequivocabile la sua convinzione che ogni edificio debba essere misurato secondo l’impatto che ha sulla vita di chi lo fruisce. In questo pensiero, traspare tutto l’ambito della sua ricerca, a partire dai suoi primi modelli “Habitat”, nei quali tramite semplici cellule aggregate l’Architetto mira a produrre non tanto degli edifici, ma dei sistemi complessi e dalle declinazioni mutevoli nel tempo, delle “montagne artificiali”, scavate, dalle superfici scabre, tra loro simili eppure mai uguali, con tratti differenti a seconda del luogo in cui si vanno a collocare. Lo scopo di questi sistemi aggregativi è quello di garantire a ogni individuo uno spazio personale, “privato”, anche all’interno di un macro-organismo, senza per questo erodere l’utile spazio dell’aperta campagna. Gli Habitat, dunque, sono come delle città verticali, o brani di città adattabili a qualsiasi territorio e conformazione geografica.

Dall’habitat al grattacielo

La sua proposta per il Centre Pompidou al Beaubourg risente ancora dell’impostazione degli Habitat. Gli Habitat, di fatto, non sono stati realizzati, ma hanno ispirato altre proposte “visionarie” con elementi di similarità. L’importanza di questi sistemi, tuttavia, è quella di aver ispirato altre opere del grande Architetto, non ultima proprio il Marina Bay Sands di Singapore. Nella sua lettera, Moshe Safdie mi scriveva che una delle cose per lui più stupefacenti è che dopo più di un secolo l’uomo sembra non aver ancora preso le misure con la tipologia di edificio a grattacielo. Infatti, questi edifici appaiono quasi sempre come monoliti avulsi dal contesto, simboli che si ergono alteri e distanti, talvolta bellissimi, altre volte meno, poco inclini ad interagire con la piccola scala dell’uomo. Che risposta ha dato Moshe Safdie a questo problema? Ha letteralmente invertito il concetto di grattacielo, negandolo per ben due volte. Nel progetto del Marina Bay Sands, infatti, egli prima apre alla base i tre grattacieli che si elevano sull’intero complesso urbano, creando un grande corridoio coperto, gigantesco per dimensioni ma molto più vicino alla scala umana che le torri nella loro totalità; in secondo luogo, corona le torri con un elemento di congiunzione orizzontale, sul quale si trovano servizi vari tra cui una spettacolare piscina con vista mozzafiato sulla città circostante. L’imponente effetto scenografico, qui, si ricongiunge al contesto e all’uomo contrapponendo sia alla base che in sommità l’orizzontalità alla verticalità e pertanto offrendo agli utenti una fruizione fatta di percorsi in piano, piuttosto che di ascensori.

Dalla macro-scala alla discrezione

Ma l’architettura di Moshe Safdie non si limita a esplorare le possibilità aggregative nella macro-scala. Tra i suoi numerosi progetti, spicca per importanza e valore poetico lo Yad Vashem Museum a Gerusalemme, realizzato nel 2005. Il museo, che commemora le vittime dell’Olocausto di matrice nazista, si pone come un volume incastonato nella roccia, tanto che dall’esterno non è possibile afferrarne completamente l’estensione e la stereometria, che si cela in parte sotto la terra. Segno portante della composizione è il taglio netto della collina, che si apre con una svasatura verso la sottostante vallata, quasi come un simbolo di proiezione verso l’infinito. L’ampia prospettiva, il contatto diretto col cielo, pare voglia vincere con il sublime poetico l’orrore dell’Olocausto: il Museo non si ferma pertanto alla commemorazione, ma si protende verso orizzonti limpidi e puri.
Ci sarebbero molte cose da dire su Moshe Safdie, anche per il suo vastissimo repertorio di realizzazioni in tutto il mondo. Per chi vorrà documentarsi, si segnala la sua pagina; in questo contesto, si è voluto semplicemente mostrare come l’architettura, anche nei suoi risultati più grandi ed eclatanti, non sia costretta a rinunciare al rapporto con l’uomo, che anzi l’architetto possa sempre cercare questo dialogo, questa integrazione. Una lezione che Moshe Safdie insegna magistralmente e che forse potrebbe essere tenuta in considerazione da tanti piccoli o anche affermati progettisti, perfino dalle Archistar.