La storia della Mivar comincia nel 1945 da Carlo Vichi che si mette in testa di costruire e vendere radio prodotte in Italia

Nel 1963 il salto nel buio: l’azienda decide di puntare tutto sulle potenzialità commerciali della televisione. Entra in concorrenza diretta coi produttori stranieri e Vichi capisce subito che l’unico modo per spuntarla, è quello di competere sui prezzi. Con una parsimoniosa gestione delle spese pubblicitarie riesce nell’impresa di mantenere i televisori Mivar a prezzi bassi. Negli anni 90, forte di una posizione di mercato faticosamente consolidata, la Mivar inaugura ad Abbiategrasso un nuovo stabilimento di 120.000 metri quadri, una struttura che è stata definita simile a un campo di concentramento. I pregi indiscutibili dei prodotti Mivar sono la robustezza, la longevità e la semplicità d’uso. Le linee severe e rigorose dei televisori dell’azienda suggeriscono molto della personalità complessa del patron Vichi che usa sfoggiare, appuntata sulla giacca, la spilla col fascio littorio.

La legge della concorrenza

Ma i suoi sforzi non bastano, il mercato è cambiato e non è più quello degli anni ’60. La produzione di televisori Mivar scende dalle migliaia dei tempi d’oro a 200 pezzi al giorno. La concorrenza straniera ha imparato la lezione e non abbocca più ai trucchi di Vichi; inoltre il ritardo tecnologico accumulato dalla Mivar appare sempre di più incolmabile.

Hitler è un eroe. Il mio eroe.

Carlo Vichi

La risposta dei sindacati

La situazione era critica: secondo Beppe Viganò (rappresentante sindacale Cisl dei lavoratori Mivar) nel 2008 l’azienda registrava perdite per quasi 4 milioni di euro. Il 3 settembre 2008, nella sede del ministero del Lavoro a Roma, è stato approvato il ricorso alla nuova cassa integrazione sino al 2010, evitando così 350 licenziamenti. Finisce così il sogno di una televisione made in Italy.

La cattedrale nel deserto di Abbiategrasso

Il 7 marzo 2014 Mivar chiude i battenti, la fabbrica ideale costruita da Vichi è tutto ciò che rimane di un sogno imprenditoriale finito male. La testardaggine di Vichi è stata la fortuna e anche la sfortuna dell’azienda che ora tenta, perlomeno nelle intenzioni del suo fondatore, di rilanciarsi nel settore delle forniture. Vichi vuole produrre tavoli e scrivanie. La sua cattedrale nel deserto ha deciso di affittarla gratis a chiunque voglia rilanciare la produzione di televisori in Italia a patto che si assumano 1200 operati e che siano tutti italiani.

Un uomo accecato dal suo ego

Si è fatto avanti Umberto Rosinsvalle, del gruppo Fondia, che però ha desistito dopo un incontro con Vichi. Rosinsvalle, che nella sua storia di famiglia ha parenti deportarti ad Auschwitz, è scappato di fronte al fanatismo delirante di Vichi che non ha mancato di definire “stupidi e ingoranti” gli asiatici che, negli ultimi decenni, hanno schiacciato la sua fabbrica. Rosinsvalle ha liquidato Vichi definendolo: «Un piccolo uomo bieco accecato dal suo ego smisurato». E questo, a quanto sembrerebbe, è l’epilogo definitivo di Mivar.