«Ogni mese mi veniva proposto un altro contratto. Ogni contratto prevedeva sempre meno giorni». «Mi sveglio alle quattro e un quarto del mattino, faccio quattro lavori diversi al giorno e vado a letto all’una e mezza di notte». «Faccio il pastore a tempo pieno. Ho duecento pecore. Sono un lavoratore autonomo con partita Iva». «Mi chiamo Roberta, ho quarant’anni, guadagno 250 euro al mese».

Queste e altre storie sono raccontate nel libro di Aldo Nove (Einaudi – Stile Libero, 12.50 euro, 178 pagine). Un libro che parla di lavoratori e di lavoratrici precarie, che racconta le storie di una intera generazione che si percepisce senza futuro, quella dei giovani tra i trenta e i quarant’anni, “manovalanza intellettuale riciclabile come plastica”. Aldo Nove racconta il loro lavoro e la loro vita, le loro ambizioni e le loro speranze, soprattutto racconta le loro frustrazioni e le loro paure. Le racconta senza mistificazioni, nel modo più semplice e al tempo stesso più duro, facendole raccontare a loro, nella loro quotidiana esperienza del fallimento e della disillusione.

Sono insegnanti e programmisti, registi, grafici e operatori di call center, uomini e donne alle prese con un mercato del lavoro asfittico, disillusi tra agenzie di lavoro interinale e contratti a progetto, mortificati dall’umiliazione ripetuta di chiedere aiuto ai genitori. Sono loro la cifra del nostro mercato del lavoro e parlano assai più di qualsiasi dato e di qualsiasi statistica. Sono l’esperienza stessa della precarietà, quella di chi lavora senza la certezza di essere pagato e di chi non sa cosa farà tra tre mesi; quella di chi non sa come pagare l’affitto e di chi pensava che bastasse studiare per avere un lavoro sicuro; quella di chi non si può permettere un figlio, né tanto meno un futuro.

E’ tutto un mondo quello che viene raccontato, quello della insicurezza e del ricatto, quello della precarietà. Il significato del termine precarius – come ricordava Gallino qualche tempo fa su La Repubblica – allude a qualcosa che si pratica soltanto in base a una autorizzazione revocabile, qualcosa che è stato ottenuto non per diritto ma per preghiera. Precari sono coloro che debbono pregare qualcuno per ottenere un lavoro, pregare per conservare il lavoro, pregare per vedere rinnovato il proprio contratto. Riccardo, Roberta, Cilia, Fabio, Maria, Alessandra e gli altri pregano. Pregano tutti i giorni per lavorare. E sopravvivono, che – ricorda uno di loro – è diverso da vivono. Leggere le loro storie non lascia scampo, ferisce e colpisce al cuore, perché “si tratta semplicemente di fatti, di cose del tutto normali. Ne sento tante, di storie così”.