Sono molte le vittime delle ingiustizie. Poche, però, reagiscono ai torti subiti.

E siccome “chi tace acconsente”, assistiamo a industriali che licenziano per portare le loro fabbriche all’estero, dove sfruttare i lavoratori è ancora più facile. A imprenditori che acquisiscono aziende solo per impossessarsi dei Tfr, incassare le fatture ancora esigibili e poi fallire. A un mondo del lavoro oramai senza futuro. Fatto di  licenziati,  cassaintegrati, disoccupati cronici, di lavoratori a progetto, interinali, a somministrazione, ripartiti e precari di ogni tipo.

In questo silenzio il tessuto produttivo italiano si sta sgretolando: la disoccupazione aumenta, il Pil è diminuito, la povertà avanza, la ricerca italiana è inesistente, l’istruzione annaspa, la politica industriale è assente, l’evasione fiscale equivale a 100 miliardi di euro l’anno mentre per risparmiare, si riducono anche i parti cesarei.

In questa “educata” accettazione dell’incompetenza del Potere, chi ci governa non deve neanche sforzarsi di ricercare delle soluzioni, ma può limitarsi a dire che è tutta colpa della crisi economica internazionale. Oppure che sono le regole del “mercato”, o che è la perfida Europa a  imporci  maggiori sacrifici.  Così i politici possono tranquillamente continuare a godersi i loro privilegi e ad accordarsi l’un l’altro per sostenersi in una girandola di finte liti e di finto dissenso.

Assistiamo a inutili scontri per riforme istituzionali, costituzionali, giudiziarie, come se interessassero la maggioranza dei cittadini e fossero veramente in grado di risolvere i reali problemi del Paese. Le nostre menti e i nostri giudizi sulla reale situazione economica e sociale vengono anestetizzati da un’informazione fatta di auto e furgoni (Escort e Trans) che entrano ed escono dalle case dei politici, appartamenti a Montecarlo, scandali calcistici, delitti efferati, discussioni spazzatura sulla Tv spazzatura, finte crisi di governo e finti dibattiti per farci conoscere una finta realtà. Seni prosperosi e petti virili popolano i programmi televisivi come un tempo popolavano l’arte delle dittature del Novecento.

Medea, al contrario reagì alle ingiustizie subite con una veemenza e una forza alla quale non siamo abituati e per questo il nostro magazine ne riprende il nome. Noi, certo, rispetto alla grandezza di questa tragica figura mitologica siamo poca cosa. Ma da cinque anni ci sforziamo di denunciare alcuni mali del nostro Paese, con la speranza di contribuire a stimolarne la reazione, la ripresa o, meglio ancora la Rinascita.