Medea vi porta in viaggio a Malta, isola di cavalieri, giganti e strepitosi quadri di Caravaggio

Malta sontuosa, affascinante signora, incede regale, sciogliendo il suo passo nei mille colori che le appartengono: il rosso delle case incastonate in un dedalo di vie chiare e ampie, l’oro del sole, quasi sciolto nell’azzurro cannibale di un tramonto di inizio inverno, le pietre antiche, sgranate dalle vicende della storia e, ancora, un’immensità marina dove scagliare libero lo sguardo, una sfida a cogliere il confine infinito fra cielo e mare. Malta misteriosa, si sente la vita che scorre nei suoi palazzi color crema, dietro la tenda di una gallarija, il caratteristico balcone chiuso, dove chi osserva, in un silenzio che sembra immobile, gode del priviliegio di non essere, a sua volta, osservato. Il tessuto chiaro è smosso dal vento che sembra sussurrarne i segreti, un amore lontano ma ancora appassionato, brace sotto la cenere, dolori e gioie, sicuramente anche la morte, tutti tasselli, inesorabili, di vite che scorrono dalla notte dei tempi. E ancora Malta pingue e annoiata, anche a dicembre rimanda il pensiero a torride giornate estive, la calura si asciuga sulla pelle, cubetti di ghiaccio tintinnanti si sciolgono nel bicchiere portato prima alle labbra e dopo al volto, al collo, per un refrigerio transitorio ma liberatorio al tempo stesso.

Una terra antica

È in questa terra così esotica e contradditoria che cerco le tracce dei miei avi, nella solennità delle chiese sparse un po’ ovunque: Malta è famosa per questo, ha ben 365 fra edifici di culto, basiliche, cupole e campanili che costellano le due isole, praticamente una per ogni giorno dell’anno. Quella che mi colpisce di più è certamente la Concattedrale di San Giovanni, splendida chiesa barocca nel centro de La Valletta. Entrata, mi siedo in fondo, quasi in disparte rispetto all’altare centrale e,  immersa nel silenzio di un raro momento in cui non si sta praticando qualche culto, mi perdo negli ori degli arazzi, nelle sculture sinuose e avvolgenti, nella maestosità degli altari. Sono affascinata dalle tele di Mattia Preti e soprattutto da quelle di Caravaggio: qui infatti sono conservati dell’inquieto Merisi due capolavori come La decollazione di San Giovanni (al pittore fruttò anche la croce di Malta) e San Gerolamo scrivente. E dopo tanta solennità e quiete ho voglia, d’improvviso, di vita e di realtà e così  mi incammino verso Casa Rocca Piccola, una dimora del 1850 attualmente appartenente ad un miserioso Cavaliere di Malta. Attraverso dodici stanze meravigliosamente decorate, giardini fastosi e una rete di tunnel sotterranei e rifugi del periodo della guerra. Nel farlo assaporo atmosfere d’altri tempi, quando fra sale piene di dipinti e accessori, fra gli oggetti quotidiani di una nobiltà non ancora decaduta e mobili che non stonerebbero in un salotto in stile vintage di qualche dimora nascosta in un calle veneziana, vivevano e palpitavano i ricordi e i tesori di dame e cavalieri antichi, sogni  vetusti e moderni.

Una dolce mescolanza

Che straordinaria mescolanza di genti e di stili  e di vita! Sei a meno di cento kilometri dalla Sicilia ma qui, a parte l’aspetto dei siciliani arabi, pelle scura e occhi d’ambra liquida le donne, di brace fulgente  gli uomini, non sono per nulla italiani, anzi! La nostra lingua non la parlano né la capiscono più di tanto, se si pensa che fu parlata solo fino agli anni trenta del secolo scorso e cioè poche manciate di generazioni fa; non ci si capacita. Parlano invece un inglese splendido, gentile, suadente, screvro delle durezze, un poco metalliche, di britannica memoria. Hanno l’aspetto di beduini ma sono dei veri gentleman, che aprono la porta alle signore e che le chiamano, rispettosamente, “lady”. Che finezza rispetto a quell’ingombrante Mrs che ormai si è  diffuso anche in Italia, che appena compiuti diciott’anni sei subito “Signora”; forse più che altro per non incorrere  in qualche garbuglio di legge, se la tua procacità fisica non si rispecchia in quella anagrafica. Qui sei, sempre e  comunque, una Lady con la L maiuscola, apprezzata nelle sue squisite peculiarità  muliebri. Evviva il Mediterraneo! È proprio vero che qui è nata la civiltà!

Mdina, la città silenziosa

Strette stradine pavimentate a ciottoli e un’aura di silenzio e maestosità che avvolge i sensi, ovattando ogni suono. Ecco come appare Mdina (o Medina) in questa giornata assolata di fine dicembre, quasi congelata in un’epoca di eleganza e bellezza atemporale. Pochi abitanti interrompono quest’atmosfera di calma e quiete, anche il Dicembre qui si è fermato e con esso il Natale: non c’è l frastuono delle feste e il viavai della gente che si spinge e strattona per arraffare, all’utimo minuto, questo o quel dono, una frenesia malcelata dal finto spirito di benevolenza che dovrebbe portarci ad essere più accoglienti e solidali col nostro prossimo. No,niente, qui anche il Natale e tutto il chiassoso carrozzone delle feste si è fermato, ha lasciato il passo ad un mix sorprendente di architettura barocca e medievale di vicoli luminosi e preziose stradine, chiese riccamente adornate e preservate, scrigno di palazzi normanni e mura saracene, che trasformano questa città silenziosa in un museo a cielo aperto. Il silenzio è dato anche dal fatto che, concretamente, qui abitano soltanto quattrocento persone, che vivono spesso isolate e raramente si mescolano ai turisti in visita in una delle ultime città fortificate rinascimentali rimaste intatte in Europa, tanto amata dai suoi nobili cavalieri che, durante l’assedio del 1565 fu  difesa persino dai terribili Ottomani, che fortunatamente non riuscirono ad espugnarla.

I megaliti di Ggantija

Non potevo perdermi il sito megalitico di Ggantija, nell’isola di Gozo, a venti minuti di traghetto da Malta. Che emozione e che salto indietro nel tempo a di più di 5000 anni fa! I templi di Ggantija sono un sito archeologico di edifici costruiti tra il 3200 ed il 3600 a.c. circa. È un complesso di templi megalitici protetto dall’UNESCO e dunque fa una certa impressione trovarsi a camminare lì dove antichi esseri umani eseguivano cerimonie religiose e riti con sacrifici sugli altari. Anche il panorama è suggestivo: i templi dominano una vallata con fiori, fichi d’india e agavi fra le quali mi ritrovo a camminare, quasi al calar della sera. Penso alle stranezze del mondo, al fatto cioè che questo sito è stato costruito millenni fa ma che poi è stato restituito dalla Storia allo sguardo umano solo nel 1800, grazie a dei casuali quanto fortuiti scavi archeologici. Anche il suo nome è affascinante: “Ġgantija” infatti, deriva dalla parola ‘ġgant’, in maltese “gigante”, dato che gli abitanti di Gozo credevano che i templi fossero stati costruiti da una razza di giganti. Non è così sorprendente, quando si vede la dimensione dei blocchi di pietra calcarea da cui è costituita. Alcuni di questi megaliti superano i cinque metri di lunghezza e pesano più di cinquanta tonnellate. Ogni tempio, a sua volta, consiste in un numero di absidi che fiancheggiano un corridoio centrale, le cui pareti sarebbero state affrescate e dipinte. Lo si è scoperto grazie a due frammenti di intonaco, contrassegnati con ocra rossa, che sono stati trovati e sono ora conservati presso il Museo Archeologico di Gozo. Ma non è finita qui: i templi hanno una grande terrazza sul davanti che probabilmente era stata utilizzata per incontri cerimoniali, il tutto lo si è capito dai ritrovamenti di resti di ossa di animali che suggeriscono una sorta di rituale che coinvolgeva il sacrificio degli animali e l’uso del fuoco. Interessanti, perché poco visti altrove anche dei grandi fori utilizzati, probabilmente, per la libagione o per l’offerta di doni liquidi alle divinità.

I misteriosi giganti

La cosa che sinceramente mi colpisce di più sono le leggente sui giganti che avrebbero trascinato fin lì le grosse pietre necessarie all’edificazione dei templi. Sorrido all’idea che nel passato l’uomo proprio non poteva trovare altre risposte o soluzioni logiche di fronte alla maestosa presenza, in quel luogo, dei megaliti, e se lo era spiegato con l’esistenza di fantasmagorici giganti capaci di poter trascinare tanta solenne “massiccità”. In realtà l’uomo moderno ha ritrovato delle pietre sferiche che molto probabilmente venivano usate come nastri trasportatori per le altre pietre più pesanti e dunque, come si dice: “di necessità virtù”. E così, persa nei miei pensieri, mi sento un po’ come una di quelle viandanti che, in tempi antichi, viaggiavano nelle terre lambite dal Mare Nostrum, il nome affettuoso con cui veniva chiamato il mar Mediterraneo. Penso che quanto ho appena visto, e cioè l’architettura di queste grandi pietre, può essere considerata, in un certo senso, il biglietto da visita, anche se ingombrante, di una civiltà evoluta e il fatto che sia così diffuso sul pianeta (Stonehenge, le Piramidi, ecc) rappresenta una conferma implicita del grado culturale avanzato a cui erano giunte. In questo luogo sento che forse le risposte sulla provenienza dei loro costruttori, sulla loro conoscenza, sulla religione, sulle loro vite e su quale rapporto stabilivano con l’ambiente che li circondava rimarranno per sempre sigillate nel cuore di queste grandi pietre. Ma forse le risposte possono essere trovate dentro ognuno di noi: basta ascoltare il richiamo di Madre Terra che silenziosamente ha lasciato loro in custodia il suo più affascinante segreto.

Gozo e le chiavi di casa

Gozo, a soli 30 minuti di traghetto dalla zona nord di Malta, è una piacevolissima sorpresa. Già il fatto che sia molto meno popolata rispetto alla “sorella maggiore” ti fa immergere nella pace e nell’atmosfera di un paesaggio rurale di rara bellezza, nell’eleganza che hanno quei luoghi di poco o quasi per nulla  toccati dalle ingiurie del tempo moderno: la tecnologia porta grandi vantaggi ma anche molta più  frenesia. Qui molti sono i luoghi di importanza storica, soprattutto nei pressi della Citadella. A Gozo tutto ruota intorno all’importanza degli elementi naturali: la terra, l’acqua, il fuoco. Ci sono luoghi meravigliosi per passeggiate ed escursioni, anche se l’isola conta solo 67 km² di superficie. La campagna  esplode, anche ora in inverno, con una rigogliosa fioritura di hibiscus, oleandri, mimose e bouganville, mentre la costa sembra senza tempo grazie all’instancabile assalto delle onde del Mediterraneo che, con i suoi flutti celebra, benigno, la fertilità  di queste terre. I centri storici sono tranquilli e si trovano persone sempre molto cordiali e accoglienti. Mi colpisce una strana  usanza: nelle abitazioni, nella toppa di molte porte, è inserita la chiave. Per quale motivo ci sarà questa fiducia così  indefessa nei confronti del prossimo? Me lo spiega un signore che sta uscendo dall’uscio proprio in quel momento, per nulla sorpreso dal trovarsi  una perfetta sconosciuta davanti alla porta di casa: “qui ci conosciamo tutti,” spiega in un perfetto inglese dalla cadenza dolce e intensa, propria di chi nella sua casa ci vive profondamente  bene, “ma un tempo i pirati assalivano le nostre terre e le nostre genti, e capitava che rapissero dei familiari che venivano poi venduti come schiavi in luoghi lontani. Ma noi non perdevamo la speranza”, conclude, “di poterli, un giorno rivedere e così, da allora, lasciamo sempre la chiave nella toppa della porta, per lasciare che il loro cuore, oltre che il loro passo,  possa sentirsi subito di nuovo a  casa.”
Mi sa che lascerò  anche io un pezzo di cuore a Gozo…