Una delle principali ricchezze dell’Italia, come è noto, è la sua capacità di attirare il turismo internazionale. E’ così da sempre e – si spera – sarà così per sempre. Però c’è un problema che ha angustiato in passato il buon Rutelli (all’epoca dei fatti ministro ministro per i beni e le attività culturali) e ora tormenta il ministro del turimo, la vulcanica Michela Vittoria Brambilla: l’Italia non ha un proprio logo. Chi se ne frega, penseranno molti, e invece no, è essenziale che il nostro paese – al pari degli altri – abbia un proprio logo riconoscibile all’estero. Perché? Bah! Chi lo sa, è importante e basta. Del resto se lo fanno tutti quanti, vogliamo forse noi essere da meno? Sì, ma  come fare? A chi domandare? Indire un gara a livello nazionale tra i professionisti della grafica? No, che banalità! La risposta – come sempre – in realtà esisteva già in nuce nel sovrumano cerebro del nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Non sappiamo bene come e cosa abbia fatto, ma stando a quanto dice l’ha fatto: possiamo solo immaginarlo a tarda notte alle prese con Photoshop e con la propria creativita. Così, come dalla testa di Zeus un tempo nasceva Atena, da quella di Silvio Berlusconi è venuto fuori il marchio: Magic Italy. Alla maggioranza degli italiani è piaciuto subito, agli altri – soprattutto a chi capisce qualcosa di grafica – dall’orrore si è gelato il sangue nelle vene. L’Aiap per esempio, l’associazione italiana che riunisce i più importanti designer grafici del nostro paese, non l’ha presa molto bene. Sul suo blog commenta così il marchio Magic Italy:  «La valanga di critiche avanzate dalla comunità dei grafici hanno almeno permesso di rimettere al giusto ordine la sequenza nazionale del verde bianco rosso che, nella versione divulgata dal Giornale della famiglia Berlusconi, era rovesciata rispetto alla logica e all’uso. Da sottolineare invece come anche in quest’occasione, non si sia venuti a conoscenza di alcune informazioni che avevamo chiesto al presidente del consiglio con le nostre dieci domande, a cui, né allora né ora, si è data risposta». E ancora: «Non sappiamo chi ha disegnato il logo, non sappiamo quale ne sia la logica progettuale. Ci sorprende soprattutto (se non vogliamo dare per buona la ridicola e consueta asserzione berlusconiana, “questo l’ho fatto io!”), che il progettista, o lo studio dei progettisti, non si senta in dovere di alzare la mano e assumersi la paternità del marchio. Questo, non solo per amor di polemica, ma per dare una controparte dialettica alle critiche, per conoscere il pensiero tecnico che sta alla base del lavoro e approfondire, se si può in maniera sensata, il problema. L’idea che il presidente Berlusconi, tra un piano di ricostruzione dell’Aquila e il design delle farfalline e tartarughine si sia anche occupato del marchio dell’Italia ci sembra francamente ridicola, anche se da un tal “vulcano di iniziativa” ci sarebbe da aspettarselo. Ci piacerebbe dunque individuare un interlocutore grafico con cui poter discutere del progetto. Vorremmo ad esempio sapere se si è proprio sicuri che l’Italia del 2000 debba riconoscersi in un carattere (Bodoni, anche se in una delle tante versioni digitalizzate) settecentesco. O se non sarebbe stato, forse, più conseguente disegnarne uno nuovo che si proponesse di essere il font italiano del futuro, almeno prossimo? È una curiosità la nostra che potrebbe essere spunto per qualche riga di dibattito. Ma finché le dieci domande poste resteranno senza risposta e finché la comunità grafica non avrà interlocutori credibili, il dibattito sarà, come da politichese stretto, un’anatra zoppa».