Ho avuto molte occasioni di confrontarmi con scrittori che fanno professione esplicita di aderire a gruppi di riscoperta del neopaganesimo in una delle sue tante manifestazioni contemporanee o perfino a gruppi magici

Pubblicando romanzi a tematica fantastica fin dal 2007, mi sono trovato spesso a confrontarmi con la visione del mondo che molti autori, italiani e non, veicolano attraverso i loro romanzi. Si tratta di un processo spesso automatico, non frutto da parte loro di una scelta deliberata. Ma, si sa, ogni storia narrata da uno scrittore trasmette il suo stesso pensiero o, se non altro, la sua visione del mondo giunge alla mente e al cuore del lettore, colui che perfeziona la narrazione stessa, concludendola con la propria rielaborazione.
Ho avuto molte occasioni di confrontarmi con scrittori che fanno professione esplicita di aderire a gruppi di riscoperta del neopaganesimo in una delle sue tante manifestazioni contemporanee o perfino a gruppi magici. Si tratta di una realtà piuttosto diffusa nel mondo italiano della scrittura di genere fantastico e che può destare molte perplessità. Di fronte a un simile fenomeno, si possono avere approcci differenti.

Il pregiudizio critico verso la magia

Un diffuso atteggiamento italiano di fronte al concetto di magia/stregoneria, sia esso veicolato o no dalla narrativa, è quello esemplificato dal semiologo Umberto Eco in Storia della bruttezza, in cui ne parla secondo categorie già colme di giudizio storico, partendo dal punto di vista di una società secolarizzata incapace di inserirsi nel cosiddetto circolo ermeneutico, utile a comprendere con maggior ampiezza le posizioni reciproche e a non confondere motivazioni con cause. Dopo aver riferito che “esseri diabolici capaci di stregoneria, filtri magici e altri incantesimi […] sono nominati nel codice di Hammurabi, […] nella cultura egizia, ai tempi di Assurbanipal nel VII a. C., nella Bibbia dove si parla della lapidazione di negromanti e indovini” e che la “cultura greca conosceva maghe come Medea e Circe” ma che “nelle leggi romane delle Dodici Tavole si condannava la magia nera”, Eco passa a sottolineare come “per una sorta di radicata misoginia si identificava di preferenza l’essere malefico con una femmina. A maggior ragione nel mondo cristiano, il connubio col diavolo non poteva essere perpetrato che da una donna”. Ovviamente “l’immagine della strega che cavalca un manico di scopa (anche se poi si trasforma nella figura benefica della Befana) rappresenta una chiara allusione fallica”. Ma “la leggenda non nasceva dal nulla. Le cosiddette streghe erano anziane fattucchiere che pretendevano di conoscere erbe medicamentose e altri filtri. […] Ma nel complesso le streghe rappresentavano una forma di sottocultura popolare”.
Inoltre, nel capitolo dedicato a Stregoneria, satanismo, sadismo, circa la presenza della strega nella letteratura, Eco delinea la loro diffusione tra Shakespeare e Goethe, mettendo ancora una volta in evidenza come la maggior parte spetti, però, alla polemica sulla stregoneria: “Mentre Cardano già nel 1557 sosteneva che le streghe erano solo donnette superstiziose, anticipando l’interpretazione della psichiatria moderna, alla stregoneria credono fortemente, per citarne solo alcuni, Ian Wier, Jean Bodin, Martino Del Rio, Francesco Maria Guazzo, Joseph Glanvil, e nello stesso secolo, in vari sermoni, Cotton Mather, che aveva avuto un ruolo peraltro controverso nei processi di Salem – mentre tentativi di demitizzazione sono compiuti solo nel XVIII secolo da autori come Tartarotti (Del congresso notturno delle lamie)”.
Non è certo un caso che le fonti cui fa riferimento siano tutte d’epoca moderna. Nelle parole del celebre semiologo si rintraccia il pregiudizio di matrice illuminista nei confronti di tutto ciò che riguarda l’ambito del soprannaturale, secondo il quale mai può essere colto se non nei limiti della sola ragione.

La grammatica della narrazione

Noi che invece abbiamo superato perfino la fase illuminista e che siamo persuasi che la sola ragione non sia più sufficiente per comprendere le grandi narrazioni dell’umanità, possiamo utilizzare altri approcci che ci permettano di non tradire il significato delle storie, siano esse cronache storiche o romanzi. Esiste una grammatica narrativa specifica, costituita da miti, archetipi e simboli.
La modalità principale che l’essere umano ha sempre utilizzato per riuscire a porre un principio e un ordine nel nulla e nel vuoto dai quali si sente in continuazione minacciato, una modalità che ha dimostrato di conoscere fin dai tempi antichi e dalla quale si è lasciato plasmare, è il mito. Secondo il teologo e biblista Carmine di Sante, “con il mito l’uomo vince il caos, compone i suoi conflitti, dà significato al dolore e alla privazione, supera l’angoscia della morte, si integra in un sistema di valori rassicuranti, acquista fiducia nel suo mondo (miti cosmologici), nei suoi simili (miti antropologici) e nella sua società (miti sociali)”.
È indubbio che la magia e la stregoneria facciano parte della strumentazione di cui l’essere umano si è dotato da tempi antichi per fronteggiare le principali domande ed esigenze della vita, ma da sempre, la pratica magica si pone sul crinale che divide la necessità di risolvere problemi dalla necessità di trovare il senso unitario delle cose. Il continuo rimando a miti pagani e cristiani costituisce il tessuto che compone le grandi tele magiche e alchemiche, soprattutto dal Rinascimento a oggi.
Un atteggiamento scientista, come per esempio quello di Eco, preclude la possibilità di inserirsi nel circolo ermeneutico magico e di comprendere a fondo la dinamica attraverso la quale la magia praticata possa ricondursi a una comprensione filosofica e, perché no, religiosa del mondo. Detto in parole povere, un pregiudizio scientifico che porta a escludere tutto ciò che non risponde al principio di causa-effetto provoca un impoverimento immediato della comprensione dei “fenomeni umani”, tra i quali la religione e la magia, entrambi rispondenti a un tessuto simbolico della narrazione umana. Miti e riti rientrano nella sfera di detti fenomeni, così come il rapporto esistente tra l’uomo e la diade costituita da sacro/potere, gestita tramite miti e riti.

Da dove arriva la magia moderna

“I  movimenti magici non si affacciano improvvisamente nella storia dell’Occidente, ma raccolgono e mettono in ordine spezzoni di una mitologia complessa che avevano circolato, isolati o già parzialmente raccolti e articolati, almeno a partire dai primi secoli dell’era cristiana. In questi anni circolano, accanto alle scritture gnostiche, i testi magico-religiosi che andranno a costituire il Corpus Hermeticum attribuito al misterioso Ermete Trismegisto. […] Gli scritti ermetici, o che si situano nella tradizione ermetica (come Picatrix, un trattato arabo di magia di fonte piuttosto incerta), sono sorprendentemente vicini alla letteratura dei moderni movimenti magici”. Così sostiene, giustamente, Massimo Introvigne nel suo ampio studio ai movimenti magici.
La ripresa e lo sviluppo di teorie magiche a partire da quei testi avviene con incredibile costanza per tutta l’epoca moderna a opera non solo di ermetisti, ma anche di letterati, religiosi e cabalisti, sostenuti spesso da sovrani. Successivamente all’epoca rinascimentale, l’aspetto più interessante dello sviluppo del “movimento mistico che ricerca la soluzione ai vari problemi nei culti esoterici, nella ricerca del miracolo, nella magia” è che esso procede accanto al movimento illuminista.
Indubbiamente religioni, movimenti magici e neo-paganesimo hanno punti di contatto in riferimento a un comune ordine di realtà, sebbene vi siano evidenti differenze in ordine all’ontologia delle loro manifestazioni. Testi preparatori della moderna magia, quali il Corpus Hermeticum, risultante di acquisizioni sviluppate parallelamente al cristianesimo fin dai primi secoli della sua diffusione, ma raccolte solo attorno al 1050 da Michele Psello, sono stati rielaborati, divenendo influenti a vario titolo su pensatori cristiani, nascondendosi come un fiume carsico tornato in superficie solo negli ultimi due secoli, quando il razionalismo illuminista non è più stato in grado di reprimere il naturale riferimento a una realtà sacrale alternativa, divenuta spesso la realtà ombra di un ateismo razionalista in diffusione.