Le elezioni in Lombardia sono state cruciali. Per la regione, certo, per il peso che hanno avuto nella composizione del senato, sicuramente, ma innanzitutto sono state cruciali per l’immagine e per l’identità che si vuole avere dell’Italia. Le elezioni in questa regione sono sono state fondamentali per capire che direzione vogliamo dare al nord Italia, e con esso al destino di tutta la penisola. È ingenuo credere che questa sia stata una tappa qualunque nel cammino democratico della vita politica ed economica del Paese. Queste appuntamento elettorale non era come gli altri, perché la vittoria di Roberto Maroni segnerà molto probabilmente un punto di non-ritorno nel destino di quella cosa che chiamiamo “Italia” e nel quale, a volte con orgoglio, a volte con vergogna e disagio ci identifichiamo.

La vittoria di Roberto Maroni ha consegnato le tre regioni più ricche del nord, equivalenti al 40% della popolazione italiana e al 60% del PIL, ad una forza politica che, persino nel Nord, non ha mai superato il 10% del consenso elettorale. Un fatto inedito, che pone molti interrogativi sugli strumenti democratici che utilizziamo, e che garantisce il governo di regioni cruciali ad una forza che in tutta Europa è sempre associata agli aggettivi “populista” e “xenofoba”.

L’obbiettivo di questo articolo non è quello di dare giudizi sulla Lega Nord ma di analizzare nei fatti quello che questa forza politica, al governo in Lombardia da vent’anni in alleanza con la destra berlusconiana, ha saputo fare nella gestione della regione. È importante capire se è valsa la pena affidarsi di nuovo a questa compagine governativa e se convenga davvero proseguire per questa strada. Assicurare il governo della Lombardia alla Lega Nord significa infatti continuare con qualcosa di già sperimento con Formigoni (ricordiamoci che la Lega Nord aveva la vicepresidenza della regione).

Cominciamo col citare la famosa “eccellenza” della Lombardia, più volte ricordata da Roberto Formigoni come una qualità della regione governata dal PDL e dalla Lega. Questa “eccellenza” non è nuova: la Lombardia è storicamente sempre stata una delle regioni più ricche d’Europa e questo principalmente a causa della sua favorevole collocazione geografica.  Nel mezzo di una pianura fertile, è stata un efficiente collegamento tra la capitale dell’impero romano e le regioni del Nord Europa. Nel medioevo è stata centro degli scambi commerciali tra l’oriente e l’occidente (diventando l’entroterra delle repubbliche marinare), ed è stata lo snodo dei traffici finanziari con la Toscana e di quelli politico-religiosi con la Roma papale a Sud e del Sacro Romano Impero a Nord. La Lombardia si è imposta col tempo come il punto di contatto tra la penisola italiana, da sempre culla della civiltà occidentale, e le nascenti potenze continentali: Francia, Germania ed Inghilterra in primis.

Una storia che è proseguita nel tempo, consolidandosi in una fitta reti di relazioni con l’Europa continentale che l’hanno portata ad importare per prima nella penisola italiana la nascente rivoluzione industriale. Dal XVIII° secolo, il buon governo austriaco, il vivace episodio napoleonico e la creazione di una nazione italiana il cui baricentro era spostato verso Francia e Germania, hanno consolidato la vocazione europea (e di conseguenza mondiale, data l’influenza dell’Europa sul mondo) di questa area geografica.

Il Novecento ha proseguito questa vocazione produttiva, industriale e commerciale, agganciando il settore del terziario e dei servizi ad un’economia che guardava al mondo e che trovava negli Stati Uniti il suo punto di riferimento. La Lombardia è diventata, dall’Unità d’Italia in poi, un centro economico mondiale di primordine (potendosi basare sull’appoggio di un forte stato organizzato), creando al suo interno le condizioni per la realizzazione di una fitta rete d’imprese che dall’agricoltura, all’acciaio, ai trasporti, al tessile, alla meccanica, all’editoria, alla finanza, alla moda, ha saputo attrarre multinazionali provenienti dal mondo intero. Almeno fino agli ottanta.

Roberto Formigoni e la Lega Nord non hanno quindi da imputarsi alcun merito nel governo di una regione che la storia ha consegnato loro già ricca e prospera e la cui “eccellenza” era di lunghissima data e fondata innanzitutto su una vocazione internazionale, oltre che sull’abilità di sapersi trasformare sempre e comunque in un nodo essenziale tra quelle entità nazionali e internazionali che contavano. È questa la ragione di base che ha configurato la sua natura commerciale ed industriale.

I vent’anni del governo della destra berlusconiana e della Lega Nord hanno invece, forse fortuitamente, coinciso con la decadenza della Lombardia nello scacchiere internazionale.  Negli anni di governo della giunta Formigoni, la Lombardia è entrata in un ciclo negativo che è sotto gli occhi di tutti. Pur restando una regione estremamente ricca, in grado di competere con le grandi regioni europee e mondiali (e del resto invertire in breve tempo un trend millenario non è cosa facile nemmeno per il peggiore degli amministratori), la Lombardia non è sfuggita al declino che ha investito il mondo occidentale, spinto nella deindustrializzazione a profitto dei paesi a basso costo e alla progressiva e costante terziarizzazione che si sta rivelando, dopo trent’anni, suicida.

Non possiamo imputare certo a Formigoni e Maroni di aver seguito il corso della Storia e di aver guidato la regione più importante d’Italia verso una decadenza insita nelle scelte che l’occidente tutto ha fatto da trent’anni a questa parte. L’errore è stato sicuramente condiviso tra molte delle regioni europee ricche (e qui il discorso si fa sicuramente  lungo ed opinabile) ma, a differenza di altre realtà europee importanti, la Lombardia di Formigoni non ha saputo indirizzare questi cambiamenti. Anzi, chiudendosi in logiche provinciali e di breve termine, non ha saputo governare i cambiamenti in corso, subendoli fino farsi travolgere e a provocare la distruzione di realtà produttive secolari. A Formigoni e alla Lega Nord, dobbiamo imputare di non aver saputo difendere la Lombardia dalla deindustrializzazione e dalla perdita della sua centralità economico-commerciale. E questa è una colpa che non possiamo perdonare. Esattamente come, a livello nazionale, l’assenza di una politica industriale comune e condivisa (soprattutto per l’inettitudine e l’immobilismo degli anni di governo di Silvio Berlusconi) ha portato la decadenza dell’Italia là dove è arrivata.

Le dinamiche internazionali non sono guidate dal puro determinismo ma dipendono anche da scelte operate a livello nazionale e regionale e dalla capacità di guidare gli sviluppi sociali ed economici  in corso. Limitandosi all’Europa, non tutte le regioni più ricche hanno avuto la medesima sorte. La Baviera ha saputo mantenere tutta la sua vitalità e solidità manifatturiera, imponendosi come la regione mondiale per eccellenza nella produzione delle automobili. La regione londinese si è indirizzata progressivamente verso la finanza, operando una scelta (condivisibile o meno) che l’ha resa la seconda più importante piazza borsistica del mondo. l’Ile de France ha mantenuto il suo profilo misto tra manifattura e terziario che le permettono, ancora oggi, di essere la più ricca regione d’Europa e una delle più importanti conurbazioni produttive de mondo. Tra le ragioni tradizionalmente ricche, la Lombardia è quella che ha sofferto di più della decadenza del modello europeo, non sapendo quale strada intraprendere per mantenere il suo ruolo economico, evitando di fare scelte che di fatto l’hanno obbligata ad adottare quelle che imponevano gli altri. Ovviamente tutte a suo sfavore.

Non potremo mai perdonare alla giunta Formigoni-Lega Nord di avere permesso il saccheggio dell’industria dell’automobile, con tutta la filiera meccanica, nella quale la Lombardia eccelleva a livello mondiale. Aver lasciato migrare l’Alfa Romeo da Arese a Torino, e forse ben presto definitivamente negli Stati Uniti, è un crimine verso la regione e verso i suoi cittadini. Non potremo mai perdonare alla giunta Formigoni-Lega Nord di aver permesso il saccheggio, se non la totale disintegrazione, d’interi distretti esistenti sul territorio da secoli: quello del tessile, quello del mobile, e persino quello del riso, esistente nelle marcite lombarde da più di mille anni! Interi comparti industriali, come quello chimico, medico o elettronico, di cui la Lombardia era al vertice mondiale (e l’Italia con lei) sono state progressivamente svenduti a multinazionali europee (prevalentemente tedesche e francesi) o americane, il cui primo obbiettivo è stato quello di delocalizzarle verso il proprio paese o verso i paesi emergenti.

Alla deindustrializzazione si è accompagnato il scivolare economico e sociale delle condizioni di vita del cittadino lombardo. Alla quasi assenza di disoccupazione conosciuta negli anni del miracolo economico, e fino agli anni ’80 (al punto da situare la Lombardia ai vertici del mercato del lavoro europeo), la curva del lavoro è andata peggiorando per tutti gli anni ’90 e 2000, giungendo di fatto ad un tasso di disoccupazione che, pur restando al di sotto della media europea, è andato deteriorandosi progressivamente.  Gli stipendi hanno conosciuto una caduta vertiginosa. La precarizzazione del lavoro (che rende tra l’altro discutibile ogni statistica sui tassi di occupazione e disoccupazione) si è accompagnata alla destrutturazione aziendale. Il modello solipsistico dell’imprenditore berlusconiano, accanto al mito masochista della piccola e media impresa (inutile al di fuori di un distretto industriale solido), ha portato ad una segmentazione delle imprese che ha progressivamente annullato ogni capacità di incidere sui processi industriali mondiali. In sostanza il mito di “tutti imprenditori di se stessi” ha garantito solo la possibilità di non poter decidere alcunché.

Tutte queste cose sono avvenute proprio negli anni di governo di Formigoni e della Lega Nord, tra la metà degli anni ’90 ed oggi ed ha reso poco interessante per le imprese quanto per i lavoratori restare in Lombardia. In questi anni il fenomeno della chiusura d’imprese impiantate nelle città e nelle periferie lombarde da decenni si è accelerato in modo vertiginoso negli ultimi anni. L’emigrazione di giovani cittadini lombardi, soprattutto se dotati di una formazione tecnico-superiore, verso i paesi europei limitrofi è stata impressionante ed è rivelatrice della mancanza d’attrattività di questo territorio.

E poi c’è l’infiltrazione mafiosa, ci sono gli scandali, il clientelismo, i favori, che sono sotto gli occhi di tutti e che ricordano il tanto denigrato (proprio dalla Lega Nord) modello di gestione meridionale della cosa pubblica. Un modello che di fatto è diventato l’incettabile modus operandi della regione più ricca d’Italia e che allontana sempre di più la Lombardia dai parametri europei per spingerla verso i peggiori parametri italiani.

Per concludere, se davvero alla Lega Nord e a Formigoni interessava il benessere della regione e dei suoi cittadini, l’obbiettivo è fallito. Leggendo questo articolo si capisce come, in particolare a causa del provincialismo cieco e della visone a breve termine della Lega Nord, si sia negata in questi ultimi due decenni la ragione stessa della ricchezza della Lombardia, ovvero la capacità d’essere una regione internazionale dalla vocazione manifatturiera.  Questa compagine governativa non è stata in grado di arrestare il declino della regione nella nuova scacchiera globale, anzi in parte ne è stata concausa, contribuendo alla chiusura solipsistica e cieca di una realtà produttiva che si sta sganciando progressivamente dai centri produttivi a cui storicamente è sempre stata legata per vocazione.

Non esisteva dunque alcuna ragione per continuare a dare fiducia ad una squadra di governo che ha perso da anni la sua partita con la Storia. Eppure la Lega Nord ha vinto. Complimenti ai cittadini lombardi per la lungimiranza. E auguri.