308 è il numero risicato dei deputati che hanno espresso il proprio sostegno al governo Berlusconi dopo l’ennesima crisi dei rapporti con la sua maggioranza. Il rendiconto su cui il Parlamento era chiamato ad esprimersi è stato approvato, pur senza maggioranza assoluta, e il carico simbolico attribuito alla conta dei voti ha pesato più che l’effettiva incisività politica: la necessità di smascherare i cosiddetti “traditori” è stata il perno attorno al quale ha ruotato il pomeriggio di fuoco trascorso dall’esecutivo in Transatlantico. Che Berlusconi avesse perso la maggioranza ben prima di ieri è un fatto assodato: dal dicembre scorso, quando per la prima volta si paventò una sua caduta, il Cavaliere è riuscito nell’impresa di tenere assieme un variegato gruppo di sostenitori chiaramente divisi e scontenti, sorretti da un manipolo di deputati trasformisti sottratti alle file dell’opposizione. Nel frattempo, la bufera si scatenava attorno all’Italia, sempre più debole finanziariamente, sempre meno credibile sui mercati e nel gioco politico internazionale.

Berlusconi non ha sottovalutato il peso della crisi, né ha consapevolmente voltato la faccia dall’altra parte: si è piuttosto preoccupato di orchestrare un’uscita di scena che salvasse il salvabile, che non portasse all’archiviazione del suo quasi ventennio di governo come una colossale parentesi di fallimenti travestiti da salvifico liberismo. Parentesi che, secondo l’opinione dei suoi sostenitori, una volta chiusa riconsegnerebbe il Paese al suo naturale destino di piazza politica conflittuale e coalizionale. Insomma: senza di lui, risorgerebbe la Prima Repubblica. Considerare Berlusconi come la chiave di volta dell’evoluzione del sistema politico italiano è una prospettiva solo in parte realistica. È vero che, in forza della sua ultradecennale presenza generatrice di aggregazioni e divisioni, le istituzioni rappresentative italiane hanno sperimentato il bipolarismo e l’alternanza effettiva. Tuttavia, il paese ha al contempo maturato una sufficiente esperienza in tali dinamiche da sostenerne la sopravvivenza una volta che il berlusconismo sarà concluso. Nella persona di Berlusconi si sono condensati i geni della stabilità e della fragilità di questo governo; egli è stato la variabile indipendente di un’esperienza di indirizzo politico che non è riuscita ad andare oltre i “con me o contro di me”.

308 è dunque la cifra che ha espresso l’impossibilità di proseguire per un governo in realtà giunto al capolinea ormai da mesi. L’annuncio della disponibilità a consegnare le dimissioni dopo l’approvazione della legge di stabilità è di ieri sera. Di conseguenza, l’orizzonte politico, anche sul brevissimo termine, è particolarmente incerto, in rapida e costante evoluzione. Vista la fase politica ed economica concitata che stiamo attraversando, gli esiti della decisione del capo del governo di farsi da parte sono al momento indeterminati. Possiamo tuttavia provare ad ipotizzare alcuni probabili scenari.

Governo tecnico. La necessità di rispondere nell’immediato alle richieste di rigore finanziario da parte di BCE e FMI potrebbe convincere Napolitano a non sciogliere le camere e optare invece per una soluzione di continuità in termini parlamentari, ma di rottura in termini di direzione dell’esecutivo. Al Presidente spetterebbe l’ingrato compito di individuare una personalità extra-politica in grado di ricevere appoggio da tutti i partiti, con esperienze e credibilità sufficienti da guidare il paese al di fuori dell’attuale fase critica. Il candidato più quotato sembra essere Monti, anche se non sono ancora del tutto sopite le voci su un possibile governo Letta o Schifani. È piuttosto improbabile che lo scettro del comando passi ad Alfano o ad altro membro del governo così legato alla persona di Berlusconi: il segnale di cambiamento sarebbe troppo debole da scuotere l’andamento dei mercati, oggi disastroso.

Nuove elezioni. Eventualmente constatata l’impossibilità per il parlamento di sostenere un nuovo governo (sia con un diverso premier, sia di interesse nazionale), Napolitano potrebbe sciogliere le camere e indire nuove elezioni per l’inizio del 2012. Di fronte alla sua esautorazione come leader politico, Berlusconi non si ripresenterebbe, lasciando spazio ad un successore meno controverso, presumibilmente il guardasigilli Angelino Alfano. Il problema della leadership si porrebbe con forza non solo per la coalizione Pdl – Lega, ma anche e forse soprattutto per il Pd e i suoi alleati (ancora impossibile prevedere se si tratterà di Udc o Idv + Sel).

Nuove elezioni, secondo scenario. Nelle ultime ore si discute all’interno del Pdl sulla scelta del candidato premier alle prossime eventuali elezioni. I nomi di Alfano, Letta, Schifani o altri, rappresentano comunque una novità rispetto alla uomo-guida del centrodestra che puntualmente, da diciassette anni, gli italiani si vedono proporre: Silvio Berlusconi. Se convinto di non avere alcuna responsabilità nei risultati del governo e nella gestione della crisi, il Cavaliere potrebbe nuovamente ripresentarsi: lui stesso non l’ha escluso quando ha affermato che sarebbe stato il partito a scegliere chi candidare. Quegli stessi uomini e donne che non se la sono mai sentita di porre un freno al suo carisma “esuberante”, né di contraddirlo, riusciranno ad estrometterlo dalla guida della formazione politica che egli ha creato e che esiste per lui e grazie a lui? Nel caso Berlusconi decidesse di non ritirarsi dalle scene, si assumerebbe tutta la responsabilità di un giudizio diretto da parte dell’elettorato, probabilmente il solo a poterlo definitivamente mandare a casa. L’attuale legge elettorale (il Porcellum proporzionale con liste bloccate, senza possibilità per i votanti di esprimere preferenze) potrebbe avvantaggiare Silvio: i parlamentari verrebbero infatti scelti da lui e dal partito. In caso di vittoria, traditori conclamati e potenziali sarebbero di certo esclusi, consentendo la formazione di un’assemblea legislativa al guinzaglio del governo.

L’araba fenice. È lo scenario meno probabile, soprattutto in forza del ruolo di garanzia esercitato da Napolitano. Tuttavia, dopo quasi vent’anni di protagonismo assoluto nel gioco politico, sappiamo che Berlusconi è un leader capace di grandi colpi di scena, in senso positivo e negativo. Alcune circostanze, in primo luogo quella di aver constatato la debolezza del governo dopo più di un anno di crisi malcelata, spingono a nutrire un legittimo sospetto sulla totale veridicità dell’impegno che ha preso. Nel caso più estremo che potremmo considerare, nemmeno il tonfo delle borse e lo spread fuori controllo potrebbero indurre il Cavaliere ad abbandonare la nave, rafforzando la sfiducia internazionale nei confronti dell’Italia.