Forse qualcuno aveva pensato che anche in Italia le cose stessero finalmente cambiando. Più per cause esterne – la crisi, lo spread, la reputazione internazionale – che per piena presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica. Qualunque fosse la causa, qualcosa sembrava muoversi. Le dimissioni di Berlusconi, la formazione di un governo tecnico che agisse duramente per fermare la discesa verso il default e l’accresciuta attenzione dei cittadini nei confronti di temi cruciali quali l’evasione fiscale e la corruzione facevano pensare ad uno scenario politico tutto nuovo per le elezioni del 2013.

L’andamento della campagna elettorale, ad oggi, smentisce ogni precedente ipotesi di maturazione effettiva del quadro politico italiano. Le circostanze internazionali ed economico-finanziarie sono certamente straordinarie e, come tali, hanno imposto atteggiamenti rigoristi inediti nel nostro paese: ora sembra chiaro che ciò non poteva essere sufficiente perché il sistema partitico italiano, le sue regole e i suoi attori principali, progredissero in modo continuativo verso una competizione politica seria e responsabile. Poteva però essere un primo passo verso la normalizzazione graduale di un quadro politico personalistico e stagnante senza eguali in Europa. Si sono susseguiti mesi di dibattiti sulle riforme impellenti per il risanamento dei conti e per invertire il segno meno davanti alle preoccupanti cifre della crescita. E’ parso che gli italiani si indignassero per l’incompetenza della classe politica, chiedendo a gran voce un cambio di rotta verso un parlamento ridimensionato e preparato. Alcuni hanno quasi pensato che il senso civico degli italiani, di fronte ai risultati di anni di ruberie generalizzate e fin troppo tollerate, si stesse rafforzando.

Invece, da qualche settimana gli italiani si sono trovati di fronte ad un déjà-vu pre-elettorale: Silvio Berlusconi, tornato in campo al massimo della sua forma, propone agli italiani un nuovo contratto fatto di riduzioni fiscali, condoni, sconti. Un pacchetto completo di promesse illusorie, la miglior merce di scambio sul mercato elettorale cui possa ricorrere il politico a corto di idee veramente efficaci. Berlusconi è personalmente intervenuto per ovviare allo scarso carisma di Alfano, utilizzando l’unico linguaggio che conosce: quello televisivo, fatto di allegorie spicce ma accattivanti, e figure poi non tanto retoriche. Dall’acquisto milanista di Balotelli alla restituzione in contanti dell’IMU, passando per l’adozione di una cagnolina abbandonata, Berlusconi mira a colpire la pancia degli italiani più che la loro testa. Perché se gli argomenti del cavaliere si concentrassero su temi strettamente elettorali, egli dovrebbe render conto agli italiani di circa un ventennio di promesse roboanti miseramente disattese, e di una compagine politica allo sbaraglio, confusa e divisa senza l’intervento del leader media-visivo di sempre. Uno schieramento che neppure ha chiarito quale sia – davvero – il candidato premier.

Gli ultimi sondaggi parlano di una piccola ma costante ripresa del centrodestra, forse proprio grazie a quanto Berlusconi propone, che attira indubbiamente una parte di elettorato impoverito e disilluso, ma che senza dubbio non è attuabile né di alcuna utilità per il futuro del paese. Gli elettori crederanno ancora una volta a delle proposte chiaramente finalizzate ad ottenere consenso, oppure si ribelleranno alla solita politica che chiede agli elettori di partecipare solo per apporre una croce su una scheda, senza dar voce ai bisogni veri alla base di un sistema che ha ormai svelato il marcio ad ogni suo livello? I candidati, di qualsiasi schieramento, ed in particolare coloro che ricorrono più volentieri a toni populisti, dovrebbero sapere che le facilonerie elettorali – da cui gli italiani sono vaccinati ormai da un pezzo – porteranno forse qualche consenso in più, ma non la formula per risolvere la crisi e riformare efficacemente il paese.

Gli avversari del PDL, che si presenta in coalizione con la Lega, compongono un fronte estremamente variegato: per la prima volta in oltre dieci anni, la partita si gioca non tra due poli principali, ma tra una pluralità di liste e schieramenti che avranno serie difficoltà a conquistare la maggioranza dei seggi. Il PD di Bersani, ufficialmente alleato con Vendola, non resiste alla tentazione di lanciare messaggi di apertura verso il centro. Tale comportamento comunica insicurezza politica, probabilmente dettata dal timore di un recupero di Berlusconi/Alfano, ed esprime la più pericolosa tendenza del centrosinistra: racchiudere anime incompatibili – e soprattutto ingovernabili – come i vendoliani, gli ex democristiani e altri ancora. Non solo gli elettori potrebbero temere l’ennesimo governo di larghe intese: avvicinandosi a Monti, Bersani rischia di perdere consensi proponendo un patto con il politico prestato dalla finanza che tanto divide gli italiani. Bersani e Berlusconi alzano i toni dello scontro, pur in modo diverso, perché i contendenti sono più numerosi e più temibili che in passato. Non solo Monti, amato o odiato per il rigore imposto dal suo governo, ma anche Ingroia e Giannino, novità assolute e difficilmente quantificabili in termini di consensi.

Beppe Grillo fa tremare tutti: il suo Movimento 5 Stelle è la vera chimera di queste elezioni, in termini di risultati e di progettualità futura. Sicuramente i grillini entreranno in parlamento; resta da vedere in quale percentuale e a chi ruberanno voti. In tutta probabilità il fuggi fuggi generale dalla politica tradizionale – stesse facce e stesse idee da decenni – porterà gli elettori a rifugiarsi nell’unico movimento percepito come di protesta concreta, sulla scia di quanto accaduto in altri paesi europei. Cosa accadrà, tuttavia, quando l’antipolitica si farà politica vera e propria? Come governeranno gli outsider che entreranno numerosi nei palazzi del potere? Anche in questo caso, i toni populisti aiutano ad avvicinarsi alla stanza dei bottoni, ma non offrono soluzioni politiche di lungo periodo.

Molti analisti prevedono un ritorno allo scenario frammentato del multipartitismo in stile anni novanta: partiti che agiscono come attori solitari, per la conservazione dei seggi e non per l’attuazione delle riforme – di cui nessuno sembra davvero volersi prendere la responsabilità. Dunque, dopo mesi e mesi di difficoltà, l’Italia si avvicina alle elezioni con lo spirito di sempre: quasi pare che i temi veri siano rimasti ai margini, per lasciar spazio al circo delle solite incredibili promesse e delle improbabili alleanze dell’ultimo minuto.

Cosa accadrà lo vedremo tra due settimane: quando la politica degli eletti dimostra tanta distanza dalla realtà non resta che dar voce agli elettori perché esprimano ciò che vogliono a livello politico per sé e per il proprio paese. La speranza è che a prevalere non siano i soliti slogan e le solite facce, ma le proposte serie per un futuro che pare oggi incerto e fragile come non mai.