In Libia è scoppiata la guerra civile e questo, per noi italiani, significa una cosa molto precisa: abbiamo la guerra alle porte di casa. Non succedeva una cosa simile dai tempi della guerra nei Balcani e capita proprio in uno dei periodi più difficili e controversi della Nazione. Come sappiamo la maggioranza di Governo è stretta attorno al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (che molti – l’Ue in primis – hanno accusato di aver taciuto troppo a lungo, per motivi puramente economici, i crimini del regime di Gheddafi e di essersi schierato troppo tardi – quando non si poteva fare altrimenti – contro di lui), l’opposizione – divisa e confusa come non mai – si preoccupa di trovare la quadratura del cerchio che permetta, in un’ipotetica elezione, di mandare a casa Berlusconi. Nel frattempo in Libia l’aeronautica militare si alza in volo per bombardare dei civili che manifestano contro Gheddafi.

L’esercito italiano è allertato e si sta già muovendo. La marina schiera il cacciatorpediniere Francesco Mimbelli: un’unità piccola (400 uomini di equipaggio) e discreta abbastanza per poter controllare il traffico aereo senza innervosire i libici. L’aeronautica militare è pronta a intervenire nel caso in cui la situazione sfugga di mano (diversi piloti militari libici hanno disertato espatriando). Cosa succederà ora nessuno può dirlo, ma appare evidente che Gheddafi non sembra intenzionato né a fuggire all’estero, né a cercare un dialogo con i manifestanti (l’intervento televisivo del figlio, che voleva essere distensivo, ha ottenuto l’effetto contrario). I raid aerei e gli attacchi di mercenari africani al soldo di Gheddafi lo dimostrano: il dittatore è intenzionato a sopprimere la rivolta nel sangue. Cosa farà l’Europa? Cosa farà l’Italia?

La Libia è uno dei principali fornitori di gas dell’Italia: se dovessero interrompersi gli approvvigionamenti da Tripoli ci troveremmo in grossi guai. L’Italia, in questi ultimi anni, non ha saputo portare avanti una politica energetica che garantisca una certa autonomia. Le risposte ai problemi energetici sono stati gli accordi con la Russia di Putin, quelli con la Libia di Gheddafi e il rilancio di una improbabile (e improponibile) campagna per la realizzazione di centrali nucleari. Di nucleare, se mai si farà, se ne parlerà tra diversi anni (la realizzazione di una centrale non è un lavoretto che si può sbrigare in poco tempo), di energie alternative se ne doveva discutere di più. Solo alcune regioni virtuose in Italia hanno imboccato la via dell’energia pulita osteggiate da tutti: Governo, intellettuali che difendo il paesaggio da quelle che reputano deturpazioni (le pale eoliche) e persino ecologisti. Nel frattempo Silvio Berlusconi, per risolvere in maniera sbrigativa il problema, ha messo il Paese nelle mani di partner molto pericolosi. Ma, a quanto pare, il rischio di venire ricattati non preoccupa minimamente il nostro Presidente del Consiglio.

Del resto è molto tempo che l’Italia non assume alcun ruolo internazionale. Il nostro Paese è perso a guardarsi l’ombelico, disinteressandosi di tutto quello che gli accade intorno. La massima preoccupazione è impedire che degli immigrati vengano a disturbare la tranquillità di un Paese diventato autoreferenziale e provinciale, chiuso in problemi sterili e piccoli, senza alcun slancio propositivo.  Il nostro Paese sembra non avere alcun valore da difendere: né i diritti dell’uomo, né la bellezza, né la libertà. La fallimentare politica del ministro degli esteri Frattini ha saputo stringere forti rapporti solo con personaggi poco raccomandabili in cambio di biechi interessi esclusivamente commerciali (che l’Italia , per inciso, aveva saputo difendere anche in passato senza rinunciare a ruoli chiave nello scacchiere internazionale). Ora il castello di carte della politica frattiniana cade inesorabilmente di fronte all’inevitabile, allontanandoci sempre di più dalla parte sana dell’Europa a cui avremmo dovuto saper imporre una nostra leadership. Invece nulla: anche questa occasione sarà sprecata. Avremmo potuto essere l’anello di mediazione tra la Libia e l’Europa e invece, ancora una volta, accettiamo con acquiescenza quello che ci viene imposto, sebbene sia in netto contrasto con quanto fatto fino adesso dal nostro ministero degli esteri. Quanto a Berlusconi, è sufficiente citare quello che ha detto all’inizio della rivoluzione libica : “non voglio disturbare Gheddafi”. Si commenta da solo.

Cosa dobbiamo aspettarci? La situazione di disordine in Libia è molto differente dalle sollevazioni a cui abbiamo assistito nel nord Africa. Gheddafi è un leader controverso e imprevedibile che ama le prove di forza e che non va sottovalutato: se si sentisse troppo accerchiato dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale è molto improbabile che torni sui suoi passi e scelga il dialogo. Del resto un intervento diretto delle forze Nato, che fino a questo momento si sono tenute in disparte, potrebbe far precipitare la situazione in tutta la regione. In nord Africa il “nemico” non è più, come notavano diversi osservatori occidentali, l’America, Israele o l’Occidente in generale: il nemico sono diventati i dittatori che hanno oppresso il popolo per decenni. Cosa fare dunque: aiutare militarmente le popolazioni che si sollevano contro i loro oppressori oppure stare a guardare chi la spunterà? Il futuro del nord Africa è tutto da scrivere e non è detto che sia democratico, il fondamentalismo islamico non starà di sicuro ad osservare senza fare nulla. Nel frattempo il mondo intero si interroga sul da farsi.