“Nasce, dopo un travaglio di due giorni e con l’aiuto del forcipe, alle cinque del 13 gennaio 1895 nella clinica Maria Addolorata di Pavia. Non conoscerà mai la madre, Giuliana Gagliari, deceduta per anemia emorragica in seguito al parto. Non perdonerà mai a Dio – lo ripeterà tutta la vita – questa ingiustizia.

Il padre, Carlo Marinoni, noto penalista di Pavia, sposa dopo sei mesi di lutto e un anno di vita ritirata Amelia Castiglioni, segretaria di studio e sua amante da sette anni.”

Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia, uscito nel 1993 per Mondadori, è un romanzo dalla carica fortemente innovativa. Non penso di esagerare definendolo, in virtù della sua novità linguistica e strutturale, un vero e proprio archetipo narrativo.

Diciotto esistenze si susseguono nel romanzo, non tranches de vie, ma vite a trecentosessanta gradi; delle brevi biografie riportate fedelmente nella loro più esatta successione cronologica, con uno stile giornalistico e denotativo. L’opera di Pontiggia è depositaria d’uno splendido e variegato, quanto penoso, identikit dell’uomo novecentesco, giungendo addirittura alla soglia del duemila. Ed è proprio per lo stile cronistico, così apparentemente asettico, che le vite paradossali, spesso grottesche e contraddittorie, ma trattate sempre col velo dell’ironia, sembrano scivolare addosso all’autore senza sortire in lui nessun effetto, annullando di fatto anche il transfert nel lettore, quel meccanismo in tutti i casi consueto, con cui l’uomo si relaziona con la realtà e di certo anche con la letteratura.

Soggetto del romanzo di Pontiggia è dunque la condizione umana e l’uomo, questo che, come se ci trovassimo di fronte ad un dipinto di Giorgio de Chirico, si riduce ad un manichino, ad un automa; uomini in cui il processo di bildungs si è interrotto, oppure, in alcuni casi limite, non è stato neppure messo in atto. E l’infanzia, o la prima adolescenza, è il luogo in cui sono radicati i tormenti di questi individui, i traumi primogeni che si ripercuotono nell’età adulta senza possibilità di riscatto, definendo una volta per tutte delle vite meccanicistiche votate all’inettitudine. Non è un caso, all’altro verso, che a contrapporsi all’infanzia ci sia la vecchiaia, una sorta di periodo di redenzione in cui un principio conoscitivo sembra possa aver luogo, ma è inevitabilmente troppo tardi.

Uomini e donne ci scorrono davanti nelle loro brevi biografie, una decina di pagine ciascuna, con le loro individualità lacerate, esistenze alle volte frivole e altre volte vittime dell’alienazione contemporanea, e che spesso, non è un caso, fanno i conti con le due guerre mondiali, quei due grandi eventi del XX secolo che hanno attuato una tremenda cesura nelle identità degli uomini del secolo breve. L’individuo disturbato, per certi versi psicotico, che dal Novecento si proietta ai giorni nostri, ci è dato da una splendida opera novecentesca in cui la letteratura dialoga, rivelando tutta la sua modernità, anche con stilemi, modalità e riferimenti cinematografici e televisivi che contribuiscono, oltre a quanto detto, a fare di Vite di uomini non illustri un grandioso romanzo della nostra contemporaneità.

  • Foto in apertura di bastet in the sky whit diamonds