I milanesi hanno uno strano rapporto con la loro città; i più la odiano, la considerano una mamma severa, parsimoniosa di attenzioni, che ti raddrizza a schiaffoni e occhiatacce, e non te ne fa passare una. Di Milano, come di mamma, però ce n’è una sola e, sotto sotto, i milanesi l’amano più di ogni altra cosa perché sanno che è importante ed è unica tra tutte le città d’Italia e del mondo.
Un tempo si diceva fosse la capitale morale del Paese. Era una gran balla retorica: a Milano c’è tanta immoralità da fare spavento a qualsiasi altro borgo della nostra tormentata penisola. Però a Milano c’è qualcosa che, forse, altrove non c’è: la misura. Il milanese è abituato a sopportare forse perché viene educato alla sopportazione, o forse perché si ritiene così superiore a tutti che, per dimostrarlo, è anche disposto a sacrificarsi. E dio solo sa che di sacrifici, la città e i suoi cittadini, ne hanno fatti tanti in questi ultimi anni di amministrazione di centrodestra. Ma, nonostante tutto, Milano non è colata a picco solo ed esclusivamente grazie agli sforzi dei propri cittadini che sanno fare una sola cosa, ma la sanno fare meglio di tutti: lavorare sodo e a testa bassa.

Ora, può capitare che, lavorando giorno e notte senza guardare altro che il proprio lavoro, si perdano di vista le cose importanti. Questo succede spesso ai milanesi che hanno preso tutto dalla mamma e non si commuovono facilmente, preferiscono pensare che per ogni problema ci sia una soluzione pratica, faticosa ed efficace. Il guaio è che non sempre è così ed ecco che entra in gioco la misura. Cos’è? È un segnale d’allarme, l’unico che tutti i milanesi rispettano come se fosse un istinto, anzi potremmo ben dire che la misura è il sesto senso del milanese. Quando è colma, il meneghino alza la testa e sbuffa. Gran brutto segno. Significa che il milanese ha cominciato a usare il cuore oltre che il cervello, e, siccome il cuore è un organo che usa raramente e non lo sa controllare, si lascia prendere la mano e finisce che scoppiano le Cinque Giornate.

Chiaro, anche tra i meneghini ci sono le mele marce. Generalmente sono in alto, ai posti di comando della città, e si divertono a fare promesse che non manterranno mai e a trattare i dissidenti come ospiti indesiderati. Si inventano divieti assurdi per cercare di blandire la brava gente di Milano, si vantano della propria moralità, spendono e spandono i soldi pubblici per esaudire i capricci bambineschi della loro prole (marcia). Le mele marce crescono quasi tutte sul lato destro dell’albero, chissà perché? Non importa, al meneghino basta dire dove scuotere e lui s’attacca alla pianta e spinge finché tutte le mele non sono cadute. E non gli importa neppure se, per cercare di salvarsi, le mele marce si mettono a gettare fango sui propri avversari politici. «Ha rubato una macchina» non è una frase che impressiona un meneghino: sente tutti i giorni accusare gli zingari di rubare biciclette, macchine, bambini, soldi, portafogli, ecc… E quando una balla la si ripete troppe volte, finisce che la gente si stufa e non ti ascolta più. E il milanese sbuffa sempre più forte.

E allora portino giù dai piani alti gli armadi, i letti, le poltrone e tutto il resto: le strade vanno sbarrate e serve tutto per liberare Milano da troppi anni di torpore, per farla tornare protagonista e farla uscire dall’anonimato alla quale si era condannata. La città vuole cambiare, la città è stufa di sentirsi dire che è alla pari con Londra, Parigi, e New York, vuole veramente gareggiare con queste metropoli e ha bisogno di amministratori che lavorino sul serio, a testa bassa, giorno e notte, così come fanno tutti i cittadini. Non ho fatto riferimento così spesso al lavoro in questo articolo senza una ragione precisa. A chi non ha mai avuto a che fare con Milano, quello che ho scritto potrà sembrare un stereotipo retorico, ma il lavoro è veramente un valore fondamentale per i milanesi, anzi è l’unico valore che unisce la città. Non è un caso quindi che, in una situazione grave come quella in cui si trova il capoluogo lombardo (su cui grava anche l’impegno dell’Expo), è proprio alle forze politiche che parlano di lavoro che i milanesi guardano con maggiore interesse. Ogni città in fondo ha un suo tratto distintivo che la rende differente da tutte le altre: per Sparta era la durezza, per Atene la conoscenza, per Roma la grandezza, per Milano è il lavoro. Se la città non è libera di lavorare, di realizzarsi con le proprie forze, soffre: ecco spiegate le ragioni di questa svolta politica del capoluogo Lombardo. Milano vuole tornare sulle barricate ma questa volta le giornate non saranno più cinque, ma quattordici: la resa dei conti è fissata per il ballottaggio e tutti i cittadini liberi sono chiamati alle armi. Viva Milano libera!