Fino al 14 settembre si tiene a Roma la prima monografica dedicata ad Antonio Allegri detto il Correggio: l’unico dei tre artisti appartenenti alla cosiddetta triade rinascimentale, con Raffaello e Michelangelo, a cui non sia mai stata dedicata un’esposizione complessiva. Si tratta del terzo appuntamento del programma ‘Dieci grandi mostre’, messo a punto dal Soprintendente speciale per il polo museale romano Claudio Strinati e dalla direttrice della Galleria Borghese Anna Coliva. Correggio fu riconosciuto dai suoi contemporanei come sommo artista, alla pari di Michelangelo e di Raffaello, e tutti gli studiosi lo hanno da sempre considerato tra i massimi artisti della storia dell’arte, tuttavia la sua fama non è mai divenuta universale come quella degli altri due protagonisti. E’ una anomalia da sempre percepita dalla critica, che ha provato anche a rispondervi: l’unica spiegazione può essere semplicemente perché Correggio non lavorò a Roma, non lasciò alcuna opera in quello che nel Cinquecento era il più grande palcoscenico artistico del mondo e solo le opere che qui venivano dispiegate divenivano modello universale.

La mostra della Galleria Borghese, curata da Anna Coliva, vuole ribaltare il problema e partire proprio da Roma: come sede fisica della mostra ma anche come confronto ideale e come centro del problema. Partire da un’assenza: la mancanza di prove documentarie; per ribadire una presenza: l’idea di Roma nell’opera del Correggio, la peculiarità della sua interpretazione delle ‘forme’ romane.

Sono più di 20 i capolavori di Correggio esposti a Roma con alcune novità assolute. Si possono ammirare insieme per la prima volta la Danae della Galleria Borghese, Giove ed Io e Ganimede e l’aquila dalla Kunsthistorisches di Vienna, Educazione di Amore dalla National Gallery di Londra e Venere e Cupido con un Satiro dal Louvre. Dipinti che ritraggono scene mitologiche e che consacrano Correggio come artista di sommo livello. Le ultime due tele citate, dipinte tra 1523 e il 1525 e concepite come una coppia, sono le uniche che, insieme ai celeberrimi Amori di Giove, trattano argomenti profani. Di questa sensazionale serie di opere raffiguranti scene amorose tratte dalle Metamorfosi di Ovidio commissionate al Correggio dal duca di Mantova Federico Gonzaga per essere donate all’imperatore di Spagna Carlo V, sono esposte la Danae, Io e Ganimede (il quarto dipinto della serie, la Leda dalla Gemäldegalerie di Berlino, è inamovibile per ragioni conservative).

Alle opere di soggetto mitologico sono affiancati circa venti capolavori raffiguranti temi religiosi, dove il rapporto tra Correggio e l’antico è allo stesso modo significativo per scelte formali e compositive. Come il Noli me tangere dal Prado, la Madonna del latte da Budapest, Quattro Santi dal Metropolitan, l‘Adorazione dei Magi dalla Pinacoteca di Brera, Matrimonio mistico di Santa Caterina da Capodimonte e la Madonna Campori dalla Galleria Estense di Modena. Opere dalla quali emerge il Correggio pittore degli affetti, della grazia, del colore, della morbidezza e della luce. Viene spesso indicato come il pittore delle difficoltà e dell’indipingibile perché nessuno meglio di lui seppe raffigurare l’aria, i vapori, le nebbie e tutto ciò che è impalpabile e inafferrabile. E’ per accompagnare il visitatore in questo percorso ideale che la mostra romana è concepita ponendo a confronto i dipinti di Correggio con la scultura classica, ad evidenziare le sue fonti ideali; mentre lo svolgersi cronologico delle sue opere permette di seguire il mutamento stilistico e l’ampiezza di respiro che il contatto con Roma portò nella sua concezione. Dai temi mitologici ai capolavori raffiguranti soggetti religiosi la mostra della Galleria rappresenta la monografica più completa mai fatta su Correggio, con la sola eccezione delle inamovibili grandi pale d’altare e delle cupole.

Fonte : Ufficio Stampa Mondomostre