Pace, sicurezza e cooperazione internazionale: sono questi, formalmente, gli scopi generali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, fondata all’indomani della seconda guerra mondiale per evitare che il mondo precipitasse in un nuovo baratro bellico. Settant’anni dopo la conferenza di San Francisco voluta da Roosevelt, il fine ultimo dell’ONU non sembra essersi realizzato: nessun conflitto globale si è verificato, ma i focolai di guerre e instabilità si moltiplicano e si espandono. Il pensiero va immediatamente alla situazione in cui versa il Medio Oriente, dall’irrisolta questione palestinese ai tumulti delle primavere arabe in piena fioritura, e a come un’organizzazione nata per favorire il progresso dei popoli e l’armonia tra gli stati si ponga rispetto a vecchi e nuovi conflitti.

L’ONU ha spesso deluso le aspettative, proprio per gli scopi oltremodo ambiziosi che si pone, impossibili da ricondurre senza amarezza alla realtà delle sue iniziative, che sono il risultato di compromessi politici tra gli stati più forti, il riflesso degli interessi delle potenze.

Pur nell’apparente immobilismo, qualcosa si è evoluto: le procedure di lavoro sono state gradualmente riformate e il decision-making dell’organizzazione è diventato più trasparente e partecipativo. La sostanza operativa, tuttavia, non è cambiata abbastanza perché stati e cittadini possano dirsi soddisfatti dell’esperimento di gestione multilaterale della sicurezza internazionale. Nonostante la fine della guerra fredda, sembra ancora che la struttura decisionale dell’ONU sia incapace di superare l’empasse dei veti incrociati, vincolata com’è da cavilli giuridici e procedurali che pesano sul suo operato come macigni.

E’ pur vero che dagli anni novanta le Nazioni Unite hanno istituito e gestito innumerevoli missioni di pace, assistenza e monitoraggio, un supporto spesso utile, talvolta fallimentare. Tali missioni si sono realizzate perché da parte del Consiglio di Sicurezza e dei suoi membri permanenti c’è stata una precisa volontà politica di intervenire. Dunque, sì ai mandati (peraltro molto rigidi e limitati) in Somalia, Kosovo, Afghanistan e Iraq. Ma non esiste alcun automatismo: in caso di minaccia alla pace o attacco militare, non scatta nessuna protezione “d’ufficio” da parte dell’ONU. Questo è sicuramente uno dei punti più controversi della struttura posta a garanzia della sicurezza collettiva: la decisione sulla tutela – anche armata – della pace non è puntuale, bensì mediata dalle strategie degli stati e dai loro specifici scopi. L’azione, infatti, è stabilita di volta in volta dal Consiglio che, spesso, delibera nel senso del non intervento perché i suoi membri pongono il veto o si astengono. Non è quindi l’interesse supremo dell’organizzazione, la pace, lo scopo perseguito da queste missioni: bensì la pace laddove la sua protezione non è ostacolo agli interessi delle potenze.

Cinismo o realismo politico? Poiché gli stati esistono ed essi formano l’ONU, è fisiologico che siano in primis i loro interessi a dettarne l’agenda e l’operato, e non un presunto fine di armonia mondiale.

La Siria è il prossimo banco di prova per le Nazioni Unite: si andrà oltre le semplici dichiarazioni d’indignazione e le raccomandazioni alla risoluzione pacifica delle tensioni? Vincerà la volontà di proteggere i civili di Damasco e Homs dalle stragi, oppure l’interesse russo-cinese di non compromettere gli accordi per la fornitura del petrolio e la copertura strategica all’Iran?

Settant’anni dopo, il baratro della guerra globale è ancora lì, dietro l’angolo.