Terza puntata dedicata alle interviste di David Foster Wallace. L’intervista è del Wall Street Journal e risale al 2008 e tratta la copertura che Wallace fece per conto di Rolling Stones della prima campagna politica di John McCain. Era il 2000 e McCain sembrava all’America un uomo di rottura, un altro profeta del cambiamento. Un anticandidato il cui obiettivo era quello “d’inspirare i giovani americani nel dedicare sé stessi ad una causa più grande del loro personale interesse”. La lunga inchiesta, pubblicata con il nome“Up, Simba”, è diventata nel 2008 (in piena campagna presidenziale) un libro intitolato McCain’s Promise: Aboard the Straight Talk Express with John McCain and a Whole Bunch of Reporters, Thinking About Hope (Back Bay, 144 pagine, $9.99).

Vediamo se qualcosa ci è sfuggito e se Wallace ha cambiato idea.

THE WALL STREET JOURNAL – Sunday, June 1, 2008

  • DAVID FOSTER WALLACE

Il romanziere e saggista parla del suo libro sulla campagna di John McCain del 2000

David Foster Wallace fu trovato morto nella sua casa il 12 settembre [2008]. Aveva 46 anni. Nel maggio dello stesso anno, Christopher Farley aveva intervistato l’autore di “Infinite Jest”.

Nel 2000, David Foster Wallace, autore di Infinite Jest, fu invitato da “Rolling Stone” a seguire la campagna di John McCain: l’incarico diventò un capitolo della sua collezione di saggi Considera l’Aragosta (2005). Adesso il saggio è stato pubblicato in solitaria con il titolo McCain’s Promise. In un’intervista telefonica Mr. Wallace ci ha detto di essere uscito da quell’esperienza meravigliandosi di “come siano sfuggenti e stratificati questi candidati”. Mr. Wallace ha risposto via email anche alle nostre domande sulle speranze presidenziali, il voto dei giovani elettori e alcune faccine sorridenti.

WSJ: Perché uno scrittore di romanzi vorrebbe salire sull’autobus elettorale?

DFW: Quello che mi ha reso interessante l’idea di seguire McCain è stata una registrazione che ho visto della sua partecipazione al Charlie Rose Show dell’anno scorso, in cui parlava così candidamente e così schiettamente su roba come i finanziamenti della campagna elettorale e la ributtanza dei militanti, roba che non avevo mai sentito pronunciare da nessun altro politico di livello nazionale. C’entrava anche il fatto che le mie idee politiche fossero a circa 179 posizioni di distanza da lui, così non c’era nessun pericolo che fossi in qualche modo sedotto a scrivere un articolo pubblicitario.

WSJ: Adesso hai cambiato idea su qualche punto del libro?

DFW: Come nella migliore tradizione politica, respingo la premessa della tua domanda. Il saggio s’incentra specificatamente su un paio di settimane del febbraio 2000, e la situazione dell’epoca sia di McCain che della politica nazionale. Dipende tutto fortemente dal contesto. E quel contesto adesso sembra davvero molto, molto, molto lontano. Lo stesso McCain è ovviamente cambiato; i suoi trasformismi e le sue ambiguità sulla Roe contro Wade , finanziamenti alla campagna elettorale, tossicità dei lobbisti, calendario della guerra in Iraq etc., sono solo alcuni argomenti che adesso lo rendono una figura meno interessante e più deprimente, almeno per me. Tutto è comprensibile, naturalmente. Adesso non è più un anticonformista che insorge: è il candidato alla presidenza del Partito Repubblicano. Comprensibile, certo, ma deprimente. Come argomenta una parte del saggio, c’é un’enorme differenza tra presentare una campagna ribelle tipo tiro dell’Ave Maria all’ultimo secondo, ed essere invece un candidato proponibile (cambiamento avvenuto dalle parti del New Hampshire nel 2000); e ci sarebbero domande piuttosto profonde e problematiche su quanto sia possibile mantenere seri candore, onore e principi per qualcuno che magari vuole vincere. Non ritirerei niente di quello che ho detto nel saggio, ma vorrei che il lettore tenesse bene a mente l’epoca e il contesto ad ogni pagina.

WSJ: Hai scritto che John McCain nel 2000 era diventato “la più grande speranza populista della politica americana”. Quali paralleli vedi tra McCain nel 2000 e Obama nel 2008?

DFW: C’é qualche somiglianza. L’abilità di attrarre nuovi elettori, e gli indipendenti; l’abilità nell’accumulare un sacco di soldi su base popolare con internet. Ma ci sono anche tante differenze, parecchie troppo ovvie per essere puntualizzate. Obama è un oratore, sotto un certo aspetto un retore vecchia scuola. A me sembra molto più populista in senso classico di McCain, che non è questo grande parlatore e i cui grandi punti di forza sono le interviste domanda-risposta e le confabulazioni con piccoli gruppi di giornalisti. Ma c’é una ragione ancora più grande. La verità, per come la vedo io, è che i precedenti sette anni e quattro mesi dell’amministrazione Bush sono stati una macabra dimostrazione di rapacità, hubris, incompetenza, falsità, corruzione, cinismo e disprezzo nei confronti dell’elettorato talmente spassionati, che rimane davvero difficile immaginare come un repubblicano convinto possa ancora porsi in maniera populista.

WSJ: Nel libro parli di molti giovani abbandonati dalla politica. Cosa pensi che potrebbe spingerli nella cabina elettorale in queste elezioni?

DFW: Beh, è una situazione davvero diversa. Se non altro, i precedenti sette anni e quattro mesi hanno aiutato a chiarire che in realtà conta veramente, veramente molto chi viene eletto presidente. Veramente molto. C’é anche il fatto che adesso ci sono certi problemi davvero urgenti e incalzanti. Il prezzo del petrolio, l’emissione di carboni, l’Iraq. Argomenti capaci di portare più elettori di ogni età ed educazione a votare. Per i più interessati e sofisticati tra i giovani elettori, bisogna contare anche la questione dello sconcertante rialzo del debito nazionale e del finanziamento sottobanco della guerra, del collasso del dollaro, e del danno doloroso inflitto a tutte le espressioni di consenso sui diritti costituzionali, le separazioni di poteri, e tutti gli obblighi degli Stati Uniti sugli accordi internazionali.

WSJ: Ho una copia in più di Infinite Jest che la tua casa editrice mi ha spedito nel 1996. E’ firmata, apparentemente, dalla tua mano e c’é un piccolo smiley sotto il tuo nome. Mi sono sempre chiesto, l’hai disegnata davvero tu quella faccina?

DFW: Un’argomento della campagna di promozione [per Infinite Jest] coinvolgeva la spedizione di una gran quantità di prime edizioni firmate, o forse copie per lettori, a gente effettivamente in grado di promuovere. Quello che fecero fu mandarmi un’enorme scatole di fogli di carta in formato libro tascabile che avrei firmato; loro poi li avrebbero in qualche modo attaccati a questi libri “speciali”. In sostanza, ho speso un intero fine settimana a firmare quelle pagine. Probabilmente hai sperimentato quella bizzarra esperienza epilettica del dire e ridire una parola finché smette di avere un significato e diviene una strana sensazione oscura e arbitraria. Immagina che capiti con il tuo nome. Questo è quello che è successo. In più era noioso. Talmente noioso che ho cominciato a fare ogni genere di disegnino scemo per rimanere sveglio e concentrato. Quello che chiami “smiley” sono le vestigia di un personaggio di un fumetto amatoriale con cui mi trastullavo alla scuola elementare. E’ fisicamente divertente da disegnare, tutto appuntito e rapido, e le sopracciglia frusciano di affetto. Ho rivisto qualcuno di questi “libri speciali” firmando copie, e mi fa sempre sorridere rivedere quella faccia.


NOTE

(1) Sentenza della Corte Suprema sulle condizioni legali dell’aborto, possibile per qualsiasi ragione la donna decida fino a quando il feto riesce a sopravvivere al di fuori dell’utero materno anche con supporto artificiale (in sostanza fino a sette mesi).

Traduzione dall’inglese di Jacopo Cozzi

Articoli correlati:
Le interviste di David Foster Wallace: primo episodio
Le interviste di David Foster Wallace: secondo episodio