Seconda puntatona delle interviste di David Foster Wallace e tanta ciccia sul fuoco. Si parla di insegnamento accademico, di David Lynch, delle note di Infinite Jest, di sceneggiature, di letteratura e critica letteraria, ancora di David Lynch ed infine dei travagli personali del giovane DFW.

Trattandosi della traduzione di una trascrizione di un’intervista televisiva, qualcosa si è per forza perso per strada, e nel serrato contrapporsi di domande e risposte, un paio di discorsi se ne sono andati sicuramente a gambe all’aria. Per questo vi consiglio di rifarvi al video dell’intervista per sciogliere qualsiasi dubbio, ma anche per godervi lo scontro nemmeno troppo sotterraneo tra questi due personaggi.

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Chi vuole invece gustarsela nell’esclusiva traduzione in italiano, non cambi pagina e resti su medeaonline (le note sono a pié di pagina):

  • 27 Marzo 1997: David Foster Wallace al Charlie Rose Show (PBS).

ROSE: Lo stile di David Foster Wallace sfugge alle classificazioni. In un’epoca in cui il romanzo viene costantemente minacciato dalle attrattive dello sviluppo tecnologico, Wallace lo ha rimesso in gioco con la sua monumentale opera Infinite Jest. Quando non scrive romanzi di straordinaria lunghezza, percorre l’America con i suoi reportage per conto di riviste come Harper’s, Esquire e Premiere. Una cosa divertente che non farò mai più è una raccolta di articoli su praticamente tutto, dal genio di David Lynch al tennis, passando dagli orrori delle navi da crociera. Ho il piacere di riaverlo con me in questa trasmissione. Tuo padre è un professore di filosofia.

DFW: Esatto.

ROSE: È stato il pupillo del padre di George Will[1], che ha anche insegnato nella sua stessa scuola, nello stesso dipartimento.

DFW: Uh-huh.

ROSE: E considerato…

DFW: Beh…

ROSE: … come un’influenza…

DFW: Papà è stato all’Università dell’Illinois a cominciare dai primi anni ’60 e quando arrivò Fred Will – che adesso penso avrà una settantina d’anni – aveva forse 40 o 50 anni ed era un tipo molto celebre e molto gentile con papà. È così, credo che la maggior parte dei giovani professori universitari trovino in facoltà persone più vecchie di loro, con un approccio intellettuale a loro congeniale, che sono gentili con loro, e gli diventano in qualche modo subito amici.

Al college studiavo filosofia, ma le mie aree d’interesse erano la logica matematica e quella semantica e così via, cose che mio padre considerava delle stupidaggini, quindi tutto suona molto stravagante. Per certi versi sto seguendo le orme di mio padre, ma sto facendo anche quanto viene richiesto, sai, come fare la linguaccia alle sue idee. E la roba… la roba che stavo studiando era di sicuro più matematica che filosofia e non so se avrei potuto insegnare. Se sei abbastanza bravo loro ti prendono, ti mettono in un think tank e ti lasciano scrivere su dei bei blocchi di carta gialla. C’è un posto a Princeton dove vengono assunti… e si presume siano professori. Non tengono nessun corso. Si limitano a sedersi ed ecco, elucubrano bozze.

ROSE: Non penso che tutti dovrebbero insegnare, non credi?

DFW: Concordo di cuore con te.

ROSE: Sì, insomma, spero che stiamo uscendo da quest’idea… o speri insomma anche tu di poterti chiamare fuori da questa concezione di “pubblicare o perire”?

DFW: Sì. Oddio. Non farmi nemmeno cominciare a parlare d’insegnamento. Insegnando impari un’enormità di cose. Viene fuori che il luogo comune è vero: l’insegnante impara molto più dei suoi studenti. Lo fai per due o tre anni e quindi la curva decresce bruscamente e la maggior parte degli insegnanti più anziani che conosco, eccetto davvero pochi geni, si annoiano mortalmente ad insegnare, non sono granché interessati ai loro studenti, lo fanno meccanicamente e c’é… c’è una strana schizofrenia nell’educazione superiore, perché la gente viene assunta per insegnare, e insegnare a studenti del college che vogliono entrare nello stesso campo, ma d’altro canto molto spesso viene giudicata e gli viene assegnato o negato il ruolo basandosi sui loro lavori personali. Penso che chi amministra sia convinto che le due cose siano compatibili. Non lo sono affatto. Sono del tutto differenti. E più tempo e più energia viene spesa ad insegnare – una cosa straordinariamente difficile da fare bene – meno tempo viene impiegato alle proprie ricerche. Io sono in una posizione favorevole perché venni assunto anche se non avevo molta esperienza nell’insegnamento. Fui assunto perché, vedi, scrivo molto e pubblico, ed è quello che a loro importa davvero. E quindi, non avendo fatto molta esperienza, all’inizio ho imparato molto. Ma sto arrivando al mio quarto anno e sto già realizzando che…

ROSE: Quindi ti senti come stremato, atterrito e uniformato.

DFW: No, non credo… Credo di aver sviluppato un’estetica o un metodo e adesso mi ritrovo a dire quest’anno le stesse cose che ho detto l’anno scorso e… mi fa un po’ orrore. Sono stato molto fortunato e ho ottenuto una borsa di studio, così posso prendermi un anno di congedo non pagato e non essere costretto a prendere una decisione.

ROSE: E quindi cosa farai l’anno prossimo?

DFW: Se l’esperienza passata si mantiene valida, probabilmente scriverò un’ora al giorno e ne passerò otto a mordermi le nocche e a preoccuparmi di non stare scrivendo.

ROSE: Preoccuparti

di non stare scrivendo?

DFW: Già.

ROSE: E non a preoccuparti di cosa scrivere.

DFW: Esatto. È così. Preoccu

parmi di non stare scrivendo.

ROSE: Già. Il rispetto significa molto per te, una specie di sensazione per cui “sono preso sul serio e rispettato per il mio lavoro.”

DFW: Me lo leggi in faccia?

ROSE: Sì. Lo posso leggere a partire da cosa è stato scritto di te e da cosa hai detto.

DFW: Beh, mostrami una persona a cui non piace essere rispettata. Suppongo ci fosse una certa ambivalenza riguardo la ricezione che ha ottenuto Infinite Jest perché, sai, ogni scrittore sogna di avere parecchia attenzione su di lui.

ROSE: Ci puoi scommettere.

DFW: Ma il punto della questione è che si tratta di un lungo, difficile libro, e molta attenzione è cominciata ad arrivare quando… voglio dire, so fare due più due. Un sacco di gente non ha avuto ancora il tempo di leggere il libro. Così le cose che sono state scritte su di me o le interessanti dicerie che si sono sviluppate intorno al libro e tutto quello che ha attirato attenzione non mi è piaciuto molto, proprio perché volevo che la gente lo leggesse questo libro. Mi dispiace di non riuscire a fare altro che balbettare.

ROSE: No, non è vero. Stai andando bene.

 

DFW: Così, a parte questo, ecco, non credo di essere più desideroso di rispetto di qualsiasi altra persona.

ROSE: Lascia che ti domandi una cosa su questo libro, Una cosa divertente che non farò mai più, che è anche il nome di uno dei brani al suo interno. Voglio parlare di David Lynch. Ho letto il tuo articolo sull’Esquire – era l’Esquire? No, era Premiere. Io ho intervistato David Lynch. Tu non sei mai riuscito ad intervistare David Lynch.

DFW: Beh, fin dall’inizio ho detto che la ragione per cui permisero a me, fra tutti gli altri giornalisti, di rimanere sul set, fu perché fui l’unico che a dire che non l’avrebbe fatto, infatti…

ROSE: Perché?

DFW: …non volevo intervistare David Lynch.

ROSE: Perché volevi andare ad osservare David Lynch?

DFW: Intendi dire perché non voglio intervistare David Lynch o perché volevo…

ROSE: No, voglio dire perché David Lynch t’interessava come soggetto di un articolo?

DFW: Per me il numero di registi davvero interessanti come artisti è veramente, veramente piccolo, e Lynch è uno di questi. Mi sono interessato ai suoi film per molto tempo e in realtà, al master… penso ci sia una cosa al riguardo nel saggio. Blue Velvet uscì in un periodo in cui avevo davvero bisogno di una cosa del genere e mi ha aiutato molto con il mio lavoro. E allora dopo questo, andai a controllare e scoprii Eraserhead e cominciai a seguire la sua carriera e lo trovai… lo trovai istruttivo e pensai che sarebbe stato utile rifletterci sopra. Per quel che può significare.

ROSE: Ti è piaciuto Lost Highway?

DFW: Non ho visto Lost Higway, ho solo visto il montaggio preliminare e alcune scene. Mi hanno lasciato entrare e sedere in quella che penso deve essere stata la sedia personale di David Lynch…

ROSE: Ah, e ti sei seduto e…

DFW: …e ho guardato sul piccolo… sul piccolo monitor e ho sentito… il brivido del secolo. Ma fatta questa visita, e anche se abito in grandi città, non sono ancora andato a vederlo. E mi sento come terrorizzato perché c’é una grossa parte del saggio che argomenta su cosa parla il film, e se il film non ha niente a che vedere con quello che ho scritto, finirò per vedere…

ROSE: Bene. Quando venne qui gli chiesi cosa significasse “lynchano”, e lo spunto l’ho preso proprio dal tuo articolo.

DFW: E sono sicuro che non ha fatto altro che guardarti e sbattere le palpebre lentamente.

ROSE: Beh, non mi ha dato una grande risposta perché non credo la pensasse in quel modo. Ovviamente non la pensa in quel modo.

DFW: C’era… Voglio dire, si, c’é una parte nel saggio che fa un discorso accademico tipo “Sveliamo quest’idea di  lynchano e cosa lynchano significhi riguardo l’incredibilmente grottesco che esiste in quella specie d’unione con l’incredibilmente banale”, e poi da una serie di esempi su cosa sia e non sia lynchano. Jeffrey Dahmer[2] era un caso limite di lynchano.

ROSE: Caso limite?

DFW: Beh, pensa al suo frigorifero. Quello che lo faceva lynchano era avere degli alimenti reali proprio accanto ai pezzi di cadavere. Credo che il punto fondamentale sia che un omicidio domestico comune non possa dirsi lynchano. Ma se la polizia arriva sulla scena e vede un uomo in piedi addosso al corpo di una donna, e la donna con i capelli cotonati stile anni ’50 rimane ignorata e l’uomo e i poliziotti cominciano a conversare sul fatto che l’abbia uccisa perché si è continuamente rifiutata di comprare, mettiamo, il burro di arachidi Jif al posto di quello Skippy, e di come questo sia di vitale importanza, e se i poliziotti convengono in qualche modo a loro volta che ci sono differenze sostanziali tra le due marche e che una moglie che non riconosce queste differenze sia carente nei suoi doveri coniugali, ecco, questo sarebbe lynchano, questa bizzarra confluenza di materiale oscuro, surreale, violento, ma anche di una banalità assoluta, quasi alla Norman Rockwell[3], e tipicamente americano, in cui consiste il terreno in cui Lynch ha lavorato per un bel pezzo, intendo almeno fino a Blue Velvet.

ROSE: Credi che il fallimento di Dune sia stato positivo per la sua carriera?

DFW: Io…

ROSE: Perché gli ha fatto capire un sistema di cui non voleva far parte?

DFW: Quello che è successo a Lynch con Dune, e adesso sto citando molto della mia ricerca, tutto materiale pubblicato – sai, non è che Mr. Lynch e io abbiamo preso un caffè insieme e mi ha raccontato queste cose. Ma la carriera di Lynch ha avuto per un po’ uno sviluppo alla Richard Rodriguez. Eraserhead, come El Mariachi…

ROSE: Sì, giusto.

DFW: …questo film indipendente davvero eccezionale, ha attratto l’attenzione della gente con i soldi. Il primo a farlo fu Mel Brooks, e proprio Brooks lo ha ingaggiato per fare Elephant Man. E Elephant Man non è che un film fantastico, fantastico, con le sue luci e le sue atmosfere. Ad ogni modo è proprio per questo che De Laurentis lo ha ingaggiato per fare Dune. Dune a quel tempo era l’equivalente di quello che potrebbero essere oggi Twister o The Rock. È un prodotto, e ci sono tutti questi soldi in gioco. E non saprei dire se lo stesso Dune, il romanzo, venga ancora letto dalla gente, ma si tratta di un romanzo di fantascienza tremendamente complicato.

Comunque, Lynch – non c’é bisogno di parlarne per un’ora – ha girato questa cosa e non lo ha fatto poi così bene, ma quello che è davvero importante è che la gente coi soldi è arrivata e ha tagliato via dal film qualcosa come credo 35 minuti, ed ha finito per renderlo incoerente. Intendo letteralmente incoerente. Ed è stato un fiasco totale e penso che Lynch abbia superato questo flop decidendo che quello che voleva fare era dettare legge su piccoli film piuttosto che fare il servo nei grandi colossal corporativi.

Insomma, adesso ne vediamo parecchi di questi registi Cinemax e Fine Line[4], ma lui è stato davvero uno dei capostipiti di una categoria di indipendenti che girano film un po’ fuori dai canoni, ma che riescono sempre ad ottenere una distribuzione nazionale. Per quanto ne so, Lynch è stato davvero un pioniere in questo campo. È stato il primo a fare piccoli, eccentrici film, capaci di avere quest’ampia distribuzione, e Blue Velvet ne è il miglior esempio. E questo potrebbe anche essere del tutto falso. Insomma, non sono uno studioso di cinema.

ROSE: Ma ti piacciono i film.

DFW: Sì che mi piacciono.

ROSE: Un sacco.

DFW: Sempre in prima fila.

ROSE. Okay. Anch’io. Il paziente inglese.

DWF: Mi stai davvero chiedendo cosa ne penso de Il paziente inglese?

ROSE: Sì, certamente.

DFW: Ho pensato che Il paziente inglese fosse un film commerciale estremamente ben fatto ed astuto. Ho pensato che fosse stato magnificamente girato. Ho pensato che, sai, il deserto sembri un corpo umano. Voglio dire, ha un certo erotico…

ROSE: Ti è sembrato David Leniano?

DFW: Ho pensato che assomigliasse a Lawrence d’Arabia, in qualche modo. Mi è sembrato che la storia fosse abbastanza prevedibile e che alcuni degli elementi fossero roba che ho già visto 250 volte. Ma in tutta franchezza, e con tutto il dovuto rispetto per Michael Ondaatje, ho provato la stessa cosa anche nei confronti del libro, anche se in realtà ho apprezzato la poetica di Ondaatje. Ha scritto un libro intitolato A Few Tricks I Can Do with a Knife[5], che è davvero bello. Non penso che Il paziente inglese sia il suo miglior libro.

ROSE: Ma è un bel libro.

DFW: È… è un libro eccezionale.

ROSE: Già. E il film è interessante per quello che nel libro non c’é.

DFW: È…

ROSE: E lui riconosce…

DFW: …difficile discuterne.

ROSE: Beh, no, no. Non è questo. Non voglio farla facile, ma è un perfetto esempio di come qualcuno faccia un film che sia ad ogni passo buono come il libro…

DFW: Sì, è…

ROSE: …senza ricalcare il libro.

DFW: Come Il Padrino.

ROSE: Sì. Come Il Padrino.

DFW: Già.

ROSE: Già.

DFW: Assolutamente.

ROSE: Che ne pensi di Shine? Siamo al terzo film, David.

DFW: Un sacco di quest’intervista sarà tagliata, giusto?

ROSE: Forse. Ma sarò io a decidere cosa verrà tagliato.

DFW: È divertente. Voglio dire, sono del tutto intimidito. Siedo accanto a questo tizio nei camerini e senza dire una parola. Poi appena se ne va, mi metto a fare dei sermoni al suo addetto stampa. Quello che mi ha interessato di Shine penso sia stato che, oltre ad essere un manuale per tirare su un bambino mentalmente malato – ovvero tutta la cosa del dell’adulto precoce – ho pensato che fosse un film assolutamente fantastico fino al finale, e poi… Le cause della disfunzione e i sintomi della disfunzione sono svelati con tale complessità e tale attenzione, ma nel finale, per quanto intrigante sia Lynn Redgrave, lo stacco da quando diventa un’attrazione del bar a quando la Redgrave lo incontra e consulta delle carte astrologiche per sposarlo fino alla sua…

ROSE: Sì, giusto.

DFW: …commovente esibizione finale, tipo Goodbye Mr. Holland, è bella, ma è avvenuta dieci volte più velocemente di tutti gli altri avvenimenti. Quindi, la cosa che stavo chiedendo all’addetto stampa era: “Non è che la gente coi soldi o quelli dello studio gli hanno fatto comprimere il finale?”

ROSE: E ti hanno detto di no. Infatti questa era la sua sceneggiatura.

DFW: Sono diventati un po’ sgarbati. Un po’ sgarbati.

ROSE: Ma perché dovrebbero…

DFW: Non sto cercando di stroncare Shine…

 

ROSE: Certo che no, ma, ecco, quello che stiamo cercando di fare qua è semplicemente capirti attraverso qualcosa che non sia il tuo lavoro. E torniamo adesso a…

DFW: Sfortunatamente la maggior parte delle cose che escono dalla mia bocca sembrano intenzionali.

ROSE: Cosa?

DFW: La maggior parte delle cose che escono dalla mia bocca sembrano intenzionali.

ROSE: Bene, ci arriveremo.

DFW: Okay.

ROSE: Adesso… perché non vorresti parlare con Scott Hicks [6] nei camerini?

DFW: Perché…

ROSE: Perché cosa?

DFW: Beh, perché lui è…

ROSE: Voglio dire, sei un gran bel pezzo di scrittore.

DFW: Beh… non so. Penso a me stesso più come al coglione dei camerini.

ROSE: Beh, puoi anche essere il coglione nei camerini… Ma perché non ti sei rivolto a lui… insomma, non sei curioso di andare dal regista e fargli la domanda che t’interessa?

DFW: Penso che se lo avessi conosciuto o fosse stato un mio amico…

ROSE: Sì.

DWF: …sarei stato più a mio agio. Farlo e basta e… Credo che sia come quando partecipi ad un reading… in un negozio di libri…

ROSE: Sì.

DFW: …e poi di solito c’é uno scambio di domande e risposte…

ROSE: Sì.

DFW: …da cui è veramente difficile sfuggire. Le ho provate di tutti i colori. E parecchie delle domande hanno questo tono belligerante come “non credevi che questo finale fosse debole?” E una parte di te pensa “va bene, perché io e te non andiamo a cena e ne parliamo? Non è che te ne puoi uscire davanti a qualcuno con una domanda del genere”

Quello che stavo cercando di dire era che… non so niente di un film dalla prospettiva del girare un film. Quello che so fare è guardarli, da appassionato. Pauline Kael [7] è per me una specie di idolo in questo senso. Lei era un’appassionata. Era una consumatrice e da questo nasceva la sua autorità. Mi sembrava che il finale di Shine fosse stato manomesso, o per accorciarne la durata o, come ha detto quel tipo, il produttore: “È che noi abbiamo bisogno di un finale più ottimista”. Ed ero curioso di sapere se fosse vero o no. E pare che la storia reale, dice Hicks, fosse diventata molto felice in maniera molto veloce e che questi fossero i fatti come sono accaduti.

ROSE: Puoi immaginarti a scrivere una sceneggiatura? Ci hai mai provato?

DFW: No, mai. Ho affrontato l’argomento un paio di volte. Il mio miglior amico scrive gialli e ne abbiamo parlato. Penso… penso che mi troverei in difficoltà a scrivere qualcosa come un prodotto con cui altra gente andrà a trafficare. E la quantità di denaro in gioco nei film, la quantità di dispersione di responsabilità tra regista, attori, produttore… Per me scrivere è veramente difficile e richiede un sacco di energie e di tempo. E una volta che ho scritto qualcosa, è mia. Non posso immaginarmi a spendere tempo ed energie cercando di fare una buona sceneggiatura, qualcosa che assomigli a David WebbsPeoples [8]. Penso sia uno sceneggiatore davvero, davvero eccellente.

ROSE: Cosa ha scritto?

DFW: Ha scritto Blade Runner e Gli spietati, il western di Clint Eastwood che…

ROSE: Ti è piaciuto?

DFW: Intendi Gli spietati?

ROSE: Sì.

DFW: Ho pensato che Gli spietati fosse il primo western intelligente da, non saprei, il primo Peckinpah.

ROSE: Anche per me. Mi é piaciuto molto.

DFW: La cosa interessante è che non conosco una sola donna a cui piaccia il film. È davvero strano. Ho parlato con tutta questa gente…

ROSE: E’ curioso che tu lo dica.

DFW: …riguardo Gli spietati

ROSE: E’ curioso perché…

DFW: …e le donne pensano: “Western? Che schifo!”. E se riesci a portarle a vederlo, non è affatto un western. Voglio dire, è un dramma interiore, è… in sostanza è Henry James. Ma è veramente singolare.

ROSE: La mia fidanzata Amanda odia questo film ed infatti è il film con il quale ci troviamo più apertamente in disaccordo tra tutti quelli che abbiamo visto insieme.

DFW: Già. Se dovessi provare a fare una sceneggiatura, vorrei fare una cosa del genere. Ma si tratta anche di una storia di enorme successo, una storia fortunata. David Webb Peoples é uno sceneggiatore misterioso e solitario, non so molto di lui. La sceneggiatura è stata proposta in giro per anni e alla fine l’ha comprata Clint Eastwood, che aveva reputazione e credibilità a sufficienza per decidere di farla girare: “Okay. La reciterò io e quindi la faranno”. Un western atipico e davvero molto cerebrale per essere un western. Penso che l’unico modo in cui poteva venire realizzato dipendesse solo da un famoso regista e dalla sua voglia di farlo. Il punto, e penso che questo valga per ogni sceneggiatura come questa che viene realizzata, è che ci siano state centinaia di belle e intelligenti sceneggiature di questo genere…

ROSE: Assolutamente. Non c’è nessuno che venga da te con il potere di realizzarlo.

DFW: Esatto. O altrimenti spunta fuori qualcuno che lo riscrive, come in quel libro di John Gregory Dunne, Monster [9]

ROSE: Monster, vero.

DFW: …dove si racconta il lavoro che hanno fatto sopra la storia di Jessica Savich, che poi è diventato, sai, cos’era?

ROSE: Era Qualcosa di

DFW: Qualcosa di personale, che era…

ROSE: Con Michelle Pfeiffer.

DFW: …un film talmente brutto da non avere attrattiva. Sai, alcune cose a volte sono così brutte da risultare piacevoli. Questo era qualcosa di peggiore.

ROSE: Lo so. Lo era. Cosa mi dici dello scrivere saggi? Ho fatto un’intervista l’altra sera, non in televisione, con Alfred Kazin [10], sul genere di cose che lui è solito fare. Non ti affascinano, in qualche modo?

DFW: Mi considero uno scrittore di narrativa, e nemmeno dotato di questa particolare esperienza. In molti dei saggi del libro, se c’é una trovata, questa é: “Oddio, guardate un po’ qua, un non-giornalista mandato a fare il lavoro del giornalista”.

ROSE: Sì, ma voglio dire, come altri critici hanno scritto di te, tu hai due cose che per loro sono le qualità più importanti per un giornalista. Una è che hai una grande memoria per la frase, per l’espressione verbale.

DFW: Sì.

ROSE: E anche una grande e rapida capacità d’osservazione.

DFW: Oh…

ROSE: Sei d’accordo?

DFW: Direi di si, e i saggi che sono piaciuti più alla gente del libro sono quelli sensoriali o legati alle impressioni, come se ci fosse un enorme bulbo oculare che fluttua su qualcosa e riporta ciò che vede.

ROSE: Sì.

DFW: Quando si parla di Kazin, si parla di qualcosa di differente, cioè dell’arte del saggio, il saggio…

ROSE: Sì, esattamente.

DFW: …di belles lettres, Credo che ce ne sia uno o forse due nel libro, ma ho sempre questo problema di pensare di non essermi spiegato chiaramente, o di non avere scavato sufficientemente a fondo l’argomento, e allora va a finire che insisto sullo stesso punto cinque, sei, sette volte. Nel libro c’é un saggio scritto in maniera argomentativa intitolato “E Unibus Plurum” che ho fatto sei o sette anni fa e a cui in seguito ho semplicemente rinunciato perché mi sembrava che per affrontare l’argomento in maniera veramente persuasiva ci sarebbero volute 500 o 600 pagine, e nessuno l’avrebbe letto.

ROSE: Parlando di stile, qual’è la funzione delle note? Voglio dire, si tratta solo di…

DFW: In Infinite Jest le note a piè di pagina sono intenzionali e stanno là per certe ragioni strutturali che… beh, non c’é bisogno che te lo spieghi. Questo libro è un po’ imbarazzante da leggere. Si potrebbe quasi fare un grafico di quando i saggi sono stati scritti perché i primi due non ne hanno. Ma le note fanno presto a darti assuefazione.

ROSE: Già.

DFW: Insomma, è come avere una seconda voce nella tua testa.

ROSE: Ma da dove escono fuori? Sono a pagina 981 di Infinite Jest e le note gli errata corrige vanno avanti per pagine. Tu potrai sapere la risposta, ma ce ne sono 200…

DFW: Sì, ma il lettore non le legge in questo modo perché i riferimenti delle note sono…

ROSE: 304.

DFW: …nel testo.

ROSE: Trecentoquattro note, signori [11].

DFW: Sono un bel po’. Alcune sono davvero corte. Altre sono lunghe appena una riga. È un modo per…

ROSE: Cosa?

DFW: Beh, è che sembrerà pretenzioso parlarne.

ROSE: Perché… non smettere di preoccuparsi di come apparire e semplicemente parlare!

DFW: Ho una notizia per te. Venire in televisione stimola la ghiandola del “come apparirò?” come nessun’altra esperienza. Può darsi che essendo un veterano tu non ci faccia più caso.

ROSE: Eh sì.

DFW: Ti confronti con la tua vanità quando pensi che stai per andare in televisione. Non voglio cercare scuse, ma è solo che… c’é una spiegazione. Le note sono un modo in cui – così mi sembra – la realtà si sia frantumata, almeno la realtà in cui vivo. E la difficoltà di scrivere, scrivere della realtà, è che un testo risulta lineare e omogeneo, e io comunque sto sempre attento ai modi di frantumarlo che non disorientino del tutto. Insomma, si può anche prendere le linee e mischiarle e frantumarle in maniera piacevole, ma nessuno… nessuno andrà a leggerle, giusto? Così bisogna che ci sia un’azione reciproca tra quanto rendi impervia la tua scrittura e quanto poi risulta seducente per il lettore, cosicché sia invogliato a leggerla. Le note sono state per me un compromesso pratico, anche ce n’erano molte di più quando ho consegnato il manoscritto. Una delle cose che l’editore ha fatto per me è stata quella di ridurle al minimo essenziale.

ROSE: Chi è il tuo editore?

DFW: Si chiama Michael Pietsch…

ROSE: Sì.

DFW: …scritto P-I-E-T-S-C-H, non come il frutto… senior editor alla Little Brown e uomo raffinato.

ROSE: Cos’hanno detto di te? Newsweek: “Davvero notevole. Che bizzarro divertimento è leggere Infinite Jest”. The New York Times: “Tumultuoso. Mostra come Wallace sia uno dei più grandi talenti della sua generazione, uno scrittore dalle doti virtuosistiche che sembra capace di tutto”. Questo è il modo in cui ti ho percepito. Insomma, ho sentito che c’era un cervello che lavorava qua dentro o qualcosa del genere. Dove vuoi che arrivi? Cosa…

DFW: Credo che non esplodere sarebbe un buon inizio.Io… mi astraggo molto bene…

ROSE: Sì.

DFW: …e penso che sia una capacità utile. Scrivere per pubblicare è una cosa strana perché una parte di te è un secchione che vuole sedersi in biblioteca, non vuole essere disturbata ed è molto timida. E un’altra parte di te è il più grande esibizionista di tutti i tempi. “Guardatemi. Guardatemi. Guardatemi”. E fai fantasie sullo scrivere qualcosa che faccia crollare tutti sulle ginocchia, come Al Jolson [12] o uno del genere.

Certo, non arrivi mai a dare a quella parte quanto vuole, ma concederle anche qualcosa è davvero molto strano perché spesso, per me… Non ho letto tutte le recensioni, ma molte di quelle positive mi sembravano fraintendere il libro. Volevo che fosse straordinariamente triste e non particolarmente post-moderno o caotico o frantumato, e la maggior parte delle persone, dei critici a cui è veramente piaciuto, sono sembrati apprezzarlo perché era divertente, o erudito, o curiosamente frantumato, così…

ROSE: Cosa significa “post-moderno” in letteratura?

DFW: No, no, no, no. “Che viene dopo il modernismo”, ecco quello che significa.

ROSE: Okay.

DFW: È un termine-contenitore molto utile perché basta che tu lo dica e tutti annuiamo con aria grave, come se sapessimo di che cosa stiamo parlando…

ROSE: Come sapessimo di cosa stiamo parlando…

DFW: …e infatti non lo sappiamo. Per post-moderno io intendo gli umoristi neri che sono venuti fuori negli anni ’60, i post-Nabokoviani. Parlo di Pynchon, Barthelme e Barth.

ROSE: Sì.

DFW: Il De Lillo nei primi anni ’70, e Coover. Sono sicuro di lasciarne molti fuori. Fammi pensare…

ROSE: Ma è l’ambito in cui includi anche te stesso.

DFW: Penso che sia l’ambito che mi ha interessato quand’ero studente. Penso che il problema sia che il post-modernismo abbia in buona parte esaurito la sua corsa. La cosa che mi interessava di più del post-modernismo è che era il primo testo altamente cosciente di sé, cosciente di sé come testo, cosciente dello scrittore come individuo, cosciente degli effetti che la narrativa aveva sui lettori e del fatto che i lettori probabilmente lo sappiano. È stata la prima generazione di scrittori che ha letto effettivamente un sacco di critica…

ROSE: Sì.

DFW: …e c’era un certo indizio di schizofrenia in tutto questo. Mi sembra che sia stato davvero utile, un vero bidone d’acido in faccia alla cultura, la cultura presente al tempo in cui questa letteratura usciva. Fu prima della ribellione giovanile degli anni ’60. La cultura era molto posata, conservatrice e molto alla Kazin. E tuttavia il problema è che tante delle trovate del post-modernismo – l’ironia, il cinismo, l’irriverenza – sono adesso parte di qualunque cosa sia oggigiorno questo sfinimento culturale, giusto? Burger King vende i suoi hamburger dicendo “You gotta break the rules”, giusto? Non mi considero un post-modernista. Non mi considero niente di che di qualsiasi cosa, ma so che questa è stata la tradizione che mi ha stimolato quando ho cominciato a scrivere.

ROSE: Paul…

DFW: È qualcosa che si avvicina ad una risposta alla tua domanda?

ROSE: Lo è. Paul Cézanne, il pittore, ha sempre sentito fino alla fine della sua vita, finché non ha creato Le bagnanti nel – cos’era? – il 1907, il bisogno di creare un grande dipinto, non solo in termini di misure, ma nei termini di un grande lavoro, lo sapevi? Cosa ne pensi?

DFW: Beh, vediamo… Un libro è una cosa molto differente da un dipinto. Un dipinto, per quanto grande sia, è preso tutto insieme in una volta. La misura è una componente del tutto differente. Un grande libro vuol dire che il lettore passerà molto tempo a leggerlo, il che significa che il carico delle tue prove aumenta, giusto? I grandi libri sono più impegnativi. Molto più intimidatori.

ROSE: D’accordo.

DFW: Le femministe lo dicono sempre. Sono convinte che i maschi bianchi dicano “Okay, adesso mi siedo con questo enorme libro e imporrò il mio fallo sulla coscienza del mondo”.

ROSE: E tu cosa dici?

DFW: Se questo succede, succede ad un livello di consapevolezza al quale non voglio avere accesso.

ROSE: Giochi ancora a tennis?

DFW: Sì, gioco a tennis, ma non più a livello competitivo.

ROSE: Hai giocato negli juniores.

DWF: Sì, ero…

ROSE: Ed eri bravo e competitivo.

DFW: Ero bravo. Ma non arrivavo ad essere molto bravo. Ero a metà tra bravo e molto bravo. Ero bravo a livello regionale. E uno degli aspetti della scrittura del pezzo su Michael Joyce, che è stato numero 100 al mondo e campione juniores, è che ho dovuto davvero rendermi conto che c’erano molti livelli oltre a quello in cui sono arrivato io. Per me questo saggio, del quale non mi hai chiesto niente e di cui adesso finisco per parlarti, è diventato – sono sorpreso persino che l’Esquire l’abbia comprato – molto più autobiografico di quello che doveva essere. Era stato pensato come un semplice profilo di un giocatore di tennis.

ROSE: E parlava di te.

DFW: Sì. Sfortunatamente molti di questi saggi finiscono per parlare di me.

ROSE: Lo credo anch’io.

DFW: Come un paio di critici hanno sottolineato.

ROSE: Allora, detto questo, torniamo a David Lynch. Cos’é che ti piace di lui?

DFW: Sto cercando di pensare ad un modo per collegarmi a quanto abbiamo detto prima. Immagina di essere un avanguardista iper-educato che va all’università e impara a scrivere.

ROSE: Va bene.

DFW: Adesso lo schermo diventa tutto sfuocato, mentre lo spettatore viene invitato ad immaginarlo. Venendo da una tradizione avanguardista, vado all’università e all’università viene fuori che tutti i professori sono realisti. Non sono per niente interessati a tutta quella roba post-moderna e avant-garde. Qua sopraggiunge una bella delusione: non sono interessati al mio materiale. Io credo che non sia perché non è buono, ma perché a loro non è mai capitato di apprezzare questo genere di estetica.

In effetti, cosa che loro sanno a differenza di me, il materiale in realtà è scadente. Così nel bel mezzo di questi avvenimenti, odiando i professori, ma odiandoli per la ragione sbagliata – era la primavera del 1986 –  mi ricordo che andai a vedere un film. Blue Velvet era appena uscito.

Blue Velvet ha un tipo di surrealismo che può avere dei debiti. Ha un debito con Hitchcock, da qualche parte. Ma è una cosa completamente nuova e di un genere originale di surrealismo. Non proviene da una tradizione precedente o dal movimento post-moderno. È tutto David Lynch. Non so quanto bene tu o i tuoi telespettatori vi potete ricordare del film, ma c’é qualcosa di veramente strano. C’é un momento in cui a un personaggio chiamato “l’uomo in giallo” viene sparato un colpo di pistola in un appartamento, allora Jeffrey, il protagonista, finisce nell’appartamento e incappa sulla morte di questo tizio, ma continua a stare là, in piedi. E non c’é spiegazione. Sai, sta semplicemente là in piedi. Ed è… è quasi francese in senso classico… francesisticamente surreale, eppure sembra assolutamente vero ed appropriato.

E poi – so di prendermi molto tempo per rispondere alla tua domanda – all’improvviso ho capito che il punto dell’essere post-moderno o di essere avant-garde o qualsiasi altro modo lo si voglia chiamare, non era quello di seguire una tradizione, che tutte quelle cose erano una stron*ata imposta a posteriori dai seguaci dei critici e delle etichette, che quello che gli artisti veramente grandi fanno – e suona trito dirlo ad alta voce – ma quello che gli artisti veramente grandi fanno è essere del tutto sé stessi. Sono del tutto sé stessi. Hanno la propria visione, il proprio modo di frantumare la realtà, e se risulta autentico e vero sentirai che i tuoi nervi vi confluiscono dentro. E questo è quello che Blue Velvet è stato per me.

Non sto suggerendo quello che ognuno dovrebbe vederci dentro, ma Lynch mi ha aiutato sul serio a sgusciare fuori da una specie di delusione adolescenziale in cui ero finito a causa dell’idea di forma artistica d’avanguardia. Ed è veramente strano perché i film e i libri sono media differenti. Mi ricordo di essere andato al cinema con due poeti e un altro studente che scriveva narrativa e poi di essere andato con loro in una caffetteria a batterci la fronte con le mani. E questa è stata un’esperienza davvero epifanica.

ROSE: D’accordo, ma senti la stessa cosa quando vedi Lost Highways?

DFW: Lo spero, perché…

ROSE: La stessa cosa: esci dal cinema e ti dici “Non ne ho idea. È stata solo un’esperienza”. Ed è stata un’esperienza dentro la mente di David Lynch.

DFW: La cosa strana di Lynch, tuttavia…

ROSE: Ed è così. Non ne ho tratto nessun messaggio. Io non…

DFW: Hai visto… hai visto Cuori selvaggi?

ROSE: No.

DFW: Era…

ROSE: Aspetta, l’ho visto. L’ho visto.

DFW: Vedi, non penso che Cuori selvaggi

ROSE: C’era Laura Dern e…

DFW: …sia un buon film, affatto.

ROSE: …e…

DFW: Sì, sì. Laura Dern e Nicholas Cage e…

ROSE: Giusto, giusto.

DFW: …hanno fatto una grande interpretazione.

ROSE: C’era William Dafoe?

DFW: C’era William Dafoe con…

ROSE: Esatto.

DFW: …quei moncherini neri al posto dei denti.

ROSE: Giusto, giusto.

DFW: È costruito esattamente nello stesso modo eppure procede fiaccamente. C’era una magia in Blue Velvet che credo sia dovuta al caro vecchio concetto di personaggio centrale ben sviluppato, in questo caso Jeffrey, cioè Kyle MacLahan, mentre Cuori selvaggi è una stramba allusione intertestuale a Pelle di serpente, con Marlon Brando e quell’attrice italiana [13].

ROSE: Sì, esatto.

DFW: Il film è stato…

ROSE: Lui è fantastico.

DFW: Lost Highways è stato per Blake quello che Blue Velvet è stato per Dennis Hopper che, se ti ricordi, era caduto nel dimenticatoio prima di questo film.

ROSE: Sì, esatto.

DFW: E adesso, all’improvviso potrebbe fare le pubblicità della Coca Cola, se lo volesse.

ROSE: Non so se sarà lo stesso per Robert Blake, ma pensi che Dennis potrebbe farlo?

DFW: Sì.

ROSE: Sì, potrebbe.

DFW: Già.

ROSE: Voglio dire, lui…

DFW: Il mio ricordo di Rober Blake è “That’s the name of that tune” in Baretta [14], o qualcosa del genere e adesso, tutto ad un tratto, l’hanno preso e conciato come Max Schreck in Nosferatu.

 

ROSE: Siamo fuori tempo massimo. Voglio farti un’ultima domanda. Nella tua vita sei passato attraverso una discesa e una risalita dall’inferno, vero?

DFW: Non penso più della maggior parte delle persone della mia età.

ROSE: Oh, andiamo!

DFW: Beh, la maggior parte delle persone che io…

ROSE: Insomma, lo consideri come un semplice attraversamento fino alla fine della valle? Forza, dai.

DFW: Penso di… aver ricevuto una certa attenzione per qualche lavoro che ho fatto senza che questo lo meritasse davvero, ed è successo in un’età in cui ho avuto difficoltà ad affrontarla. Non è che quest’attenzione fosse tantissima, ma a me sembrava parecchia, sai, per un pistolino da biblioteca venuto fuori dal piano più basso della Frost Library dell’Amherst College, e mi sono trovato in difficoltà. Sono stato abbastanza fortunato da permettere che ci fosse qualcosa della mia vita che ne rimanesse fuori per quando quest’attenzione sarebbe finita, qualunque cosa significhi. Nel caso tu cercassi qualcosa di eccitante o seducente, rimarrai deluso. Ho avuto davvero…

ROSE: Beh, ma c’era di mezzo la droga e il fatto che avevi tendenze suicide e tutto il resto, non è così?

DFW: Sì. Ecco perché mi imbarazza parlarne, ma non perché…

ROSE: Voglio sapere perché t’imbarazza.

DFW: …non perché dentro me ne vergogni, ma perché tutti ne parlano. Insomma, sembra come se…

ROSE: In altre parole, vuoi dire che tutti…

DFW: Sembra che…

ROSE: …ne parlano riferendosi a loro stessi o che tutti parlano di te?

DFW: No, tutti parlano come se fosse una cosa uscita da qualche schermo di Hollywood. “Oh, guarda, è uscito dalla riabilitazione e…”

ROSE: No, io…

DFW: “…ed eccolo che torna in azione”.

ROSE: …non alludevo alla riabilitazione.

DFW: È stato…

ROSE: No, stavo parlando di quello che ti ha portato dall’Amherst College indietro fino in Illinois.

DFW: Ho preso… ho buttato giù qualche droghetta ricreativa. Non avevo lo stomaco per bere molto e nemmeno i nervi per farlo seriamente. Già, ho buttato giù qualche droga. Non l’ho fatto tanto quanto la maggior parte della gente della mia età. Non avevo un sistema nervoso adatto a gestirle. Ma non era questo il problema. Il problema era che ho iniziato a desiderare di diventare uno scrittore e avere un po’ d’attenzione e l’ho ottenuta molto velocemente e…

ROSE: Grazie alla scrittura.

DFW: …e mi sono reso conto che non mi rendeva affatto felice, e quindi “hmmm… perché sto scrivendo?”, “qual’è lo scopo di tutto questo?”. E non penso sia essenzialmente differente da qualcuno che vuole diventare un commercialista di successo e che poi entra come socio nella società di contabilità in cui lavora, raggiunge quest’obbiettivo a 50 anni e va incontro a qualcosa di simile ad una depressione. “L’orsacchiotto che ho sempre cercato di vincere non ha messo tutte le cose a posto”. Ecco perché mi sento in imbarazzo a parlarne. Non è particolarmente interessante, è quello che è, una cosa veramente, veramente mediocre.

ROSE: Va bene. Ti sembra di provare a vincere un orsacchiotto in questo momento?

DFW: La cosa veramente interessante è che c’é una parte di me che vuole ottenere attenzione e rispetto. Non fa molta differenza per me perché a vent’anni ho imparato che non cambiano niente e che per quanta attenzione ottieni non è mai comunque tanto importante quanto pensavi. Così molti dei miei problemi adesso convergono sul fatto che non ho un orsacchiotto e che sono aperto a dei suggerimenti su cosa… cosa inseguire… Ci sono molte idee astratte, sai, su quello che l’arte può significare, sulla sua capacità di redenzione e la gentilezza verso gli animali e tutti i luoghi comuni che possiamo invocare.

Ma la persone che più s’interessano a me adesso sono quelle persone che sono invecchiate e passate attraverso una specie di crisi di mezza età. Tendono a stranirsi perché gli incentivi per alzarsi da letto cominciano a non funzionare più. Io non ne ho trovati né di nuovi né di soddisfacenti, ma non sono nemmeno pronto a gettarmi giù da un palazzo, o cose del genere.

ROSE: Bene, questa è una buona notizia. David Foster Wallace: Una cosa divertente che non farò mai più, saggi e dissertazioni dell’autore di Infinite Jest. Grazie.

DFW: Grazie.

ROSE: Grazie per essere stati con noi. Ci vediamo nella prossima puntata.

ANNUNCIATORE: Il Charlie Rose Show è stato reso possibile grazie al contributo di USA Network come parte di un impegno verso il rinnovamento della televisione. Grazie a USA Network e a Sci Fi Channel provvediamo ad un intrattenimento originale per l’America e il mondo intero.


NOTE

 

[1] George Will è un giornalista vincitore del premio Pulitzer noto per le sue idee conservatrici in politica. Suo padre, Frederick L. Will, fu un celebre professore di filosofia specializzato in epistemologia.

[2] Jeffrey Dahmer,  detto anche il “Cannibale di Milwaukee”, fu un serial killer statunitense capace di uccidere diciassette uomini tra il 1978 e il 1981. Personaggio controverso, viene ricordato per raffinatezze quali squartamento, cannibalismo, necrofilia e certe particolari torture a cui rimando la vostra curiosità.

[3] Normen Percevel Rockwell, popolarissimo pittore e illustratore di copertine statunitense del XX secolo, noto per uno stile realistico-romantico che fa leva su un buonismo denso come i suoi pastelli.

[4] Cinemax è un network televisivo della HBO specializzato in cinema, contenuti speciali etc. La Fine Line Features è una divisione della New Line Cinema che si occupa della produzione, acquisizione e distribuzione di film dal taglio più indipendente (o presunto tale) della casa madre.

[5] In realtà There’s a Trick With a Knife I’m Learning to Do: Poems 1973-1978, pubblicato nel 1979.

[6] Regista di Shine.

[7] Pauline Kael è stata un critica cinematografica statunitense, spesso ricordata come una delle più influenti e ancora più spesso opposta alle opinioni dei suoi colleghi. Uno di questi, Owen Gleiberman, l’ha definita “L’Elvis o i Beatles della critica cinematografica”.

[8] David Webb Peoples é uno sceneggiatore famoso per aver scritto film come Blade Runner, Ladyhawke, L’esercito delle 12 scimmie e rivitalizzato il genere western con Gli spietati, diretto e interpretato per l’appunto da Clint Eastwood.

[9] Monster: Living Off the Big Screen è un libro scritto nel 1997 dallo sceneggiatore John Gregory Dunne, dove viene raccontata la storia del processo di scrittura e riscrittura di una sceneggiatura sulla vita della giornalista Jessica Savitch, che venne talmente stravolta dal bisogno di farne un prodotto commerciale da diventare il racconto di un’altra persona. Il film prese il nome di Up Close & Personal (Qualcosa di personale nella versione italiana) e fu interpretato da Robert Redford e Michelle Pfeiffer. I critici lo ridicolizzarono.

[10] Alfred Kazin è stato uno scrittore e critico letterario statunitense il cui lavoro s’incentra sull’esperienza degli immigrati nei primi anni del 1900 in America.

[11] Non è chiaro che calcolo abbia fatto Charlie Rose. Nella versione in inglese di Infinite Jest che Rose sfoglia durante l’intervista il libro dovrebbe arrivare fino a pagina 981 per poi lasciare spazio alle note, che in realtà dovrebbero essere 388 e non 304. Anche l’ipotesi che si riferisca al numero di pagine della sezione “Notes and errata” è inverosimile perché dovrebbe arrivare fino a pagina 1079, e dunque essere lunga 98 pagine. L’unica possibilità è che in una prima edizione le note fossero state ancora più ridotte dall’editore, ma di questo non ho trovato nessuna traccia sul web.

[12] Al Jolson, interprete e compositore statunitense protagonista del primo film sonoro Il cantatnte di jazz (1927). Definito l’Elvis Presley del ragtime, fu primo cantante a superare la soglia delle 10 milioni di copie vendute. Era solito esibirsi gigioneggiando melodrammaticamente sul palco, sprizzando sentimento da tutti i pori.

[13] Anna Magnani.

[14] Famosa serie televisiva in cui Robert Blake recitava la parte del detective Tony. Uno dei tormentoni del personaggio era “And dat‘s the name of dat tune”.

Traduzione dall’inglese di Jacopo Cozzi

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