Vi proponiamo l’amara riflessione di Eugenio Scalfari, apparsa su Repubblica il 1 Marzo: La svolta dell’America, la crisi dell’Europa“. Un’amara riflessione perché le prospettive per la ripresa economica (e sociale) nel mondo e in Europa appaiono lontane. E per l’Italia non resta che il ruolo di paesello subordinato di serie B, con poco margine di movimento e un po’ di vergogna per la sua misera condizione.

“SAPPIAMO, ce lo dicono tutti i dati consuntivi e preventivi, che la crisi economica globale è entrata nella fase culminante, articolata in vari livelli e in vari scacchieri geopolitici. I vari livelli riguardano l’insolvenza del sistema bancario internazionale, la caduta mondiale della domanda di beni e servizi (materie prime, beni durevoli, generi di consumo), la restrizione dell’offerta e quindi degli investimenti come ovvia conseguenza della crisi della domanda, la deflazione, l’ingolfo del credito. Si tratta d’una catena ogni anello della quale è intrecciato agli altri e con essi interagisce generando una atmosfera di sfiducia e di aspettative negative che si scaricano sulle Borse e sul drammatico ribasso dei valori quotati. I diversi scacchieri geopolitici presentano aspetti specifici nell’ambito di un quadro generale a fosche tinte.

L’epicentro è ancora (e lo sarà per molto) in Usa e coinvolge le banche, le imprese, la domanda, il reddito, l’occupazione. Il nuovo Presidente ha imboccato decisamente la strada del “deficit spending” in dosi mai verificatesi prima nella storia americana se non nei quattro anni di guerra tra il 1941 e il 1945. L’entità della manovra di bilancio dell’anno in corso ammonta alla cifra da fantascienza di 4 trilioni di dollari, che si ripeterà con una lieve diminuzione nel 2010. Il bilancio federale, già in disavanzo di mille miliardi, arriverà quest’anno a 1750.

Si tratta di cifre fantastiche ma appena sufficienti a puntellare l’industria, il sistema bancario e la domanda dei consumatori. Purtroppo i primi effetti concreti si verificheranno nel secondo trimestre dell’anno, un tempo breve in stagioni di normalità ma drammaticamente lungo nel colmo della “tempesta perfetta” che stiamo attraversando.

Per colmare questa inevitabile sfasatura temporale Obama ha alzato l’asticella degli obiettivi e, oltre a quelli macroeconomici, ha inserito riforme strutturali e una redistribuzione sociale del reddito senza precedenti. E’ il caso di dire che si è bruciato gli ormeggi alle spalle affrontando lo scontro con i ceti più ricchi, minoritari nel numero ma maggioritari nel possesso e nel controllo della ricchezza e del potere sociale. Neppure Roosevelt era arrivato a tanto e non parliamo di Kennedy e neppure di Clinton. Questa cui stiamo assistendo è la prima vera svolta a sinistra degli Stati Uniti d’America; l’intera struttura economica, sociale e culturale del paese è infatti sottoposta ad una tensione senza precedenti, i cui effetti non riguardano soltanto i cittadini americani ma coinvolgono inevitabilmente l’Europa e l’Occidente nella sua più larga accezione. “Quando la casa minaccia di crollare – ha detto Obama parlando al Congresso – non ci si può limitare a riverniciare di bianco le pareti ma bisogna ricostruirla dalle fondamenta”. Noi siamo tutti partecipi di questa rifondazione che si impone anche all’Europa.

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Separare il nostro vecchio continente dall’epicentro della “tempesta” americana è pura illusione. Se cadessero in bancarotta le grandi banche americane, se chiudessero i battenti le grandi compagnie automobilistiche, se l’insolvenza del sistema Usa uscisse di controllo, l’economia europea sarebbe risucchiata nello stesso turbine. Su questo punto è pericoloso illudersi. Chi pensa che l’Europa stia meglio dell’America, chi farnetica che l’Italia sia più solida degli altri Paesi dell’Unione, non infonde fiducia, al contrario alimenta l’irresponsabilità e l’incertezza. Non capovolge le aspettative ma anzi le peggiora.

L’Europa ha scoperto da pochi giorni un bubbone di dimensioni devastanti insediato al proprio interno: l’insolvenza di tutti i Paesi dell’Est del continente, alcuni già dentro Eurolandia, altri ai confini. Si tratta dei tre Paesi baltici, della Polonia, dell’Ungheria, della Romania, della Bulgaria, della Repubblica Ceca, dell’Ucraina, dei Paesi balcanici: Serbia, Croazia, Albania, Macedonia, ai quali vanno aggiunti la Grecia e l’Irlanda.

Questi paesi sono stati ricostruiti e rimodellati sull’economia di mercato grazie a massicci investimenti privati provenienti dall’Europa occidentale e da finanziamenti altrettanto massicci di banche occidentali. L’Austria ha impegnato in questa direzione gran parte delle sue risorse finanziarie e così la Svezia. Di fatto l’economia di questi due paesi è ormai legata a filo doppio con il destino dell’Est europeo, ma un coinvolgimento importante riguarda anche il sistema bancario tedesco.

Bastano questi cenni per capire che la crisi dell’Est, se non arginata entro le prossime settimane, può avere effetti devastanti sull’intera Unione europea, già fortemente scossa in Spagna, in Irlanda e in Gran Bretagna. E’ di ieri la notizia che tre istituzioni finanziarie internazionali hanno stanziato complessivamente 24 miliardi di euro destinati a soccorrere i paesi dell’Est.

C’è da augurarsi che si tratti di risorse immediatamente disponibili perché il cosiddetto effetto annuncio è ormai privo di valore. Ma si tratta comunque d’una cifra assolutamente insufficiente, visto che le dimensioni globali della crisi dell’Est si calcola nell’ordine di 200 miliardi di euro. L’operazione annunciata ieri ne coprirebbe un ottavo, cioè il 12 per cento. Ci vuole dunque uno sforzo ben più consistente, che è inutile chiedere ai singoli paesi. Deve intervenire l’Unione europea e al suo fianco il Fondo monetario internazionale.

I “meeting” tra i capi di governo dell’Unione hanno preso ormai un ritmo settimanale imposto dalle circostanze, ma sarebbe opportuno che da queste consultazioni uscissero decisioni concrete. Finora abbiamo avuto soltanto reiterate quanto inutili dichiarazioni di principio e progetti su nuove regole mondiali relegate in un futuro assai lontano. Parole inutili, progetti privi di attualità. Speriamo che l’incontro di oggi sia all’altezza dei pericoli che incombono.

Queste assai labili speranze hanno un solo modo per diventare concrete: un rifinanziamento massiccio e straordinario dell’Unione europea da parte dei paesi membri. Per avere senso, non meno di 100 miliardi di euro. Ma gran parte dei paesi membri non hanno nemmeno gli occhi per piangere. Quelli che hanno ancora qualche ragionevole capacità sono soltanto due: la Germania e la Francia. Se vorranno compiere questo sforzo assumeranno una nuova responsabilità e potranno reclamare un potere aggiuntivo all’interno dell’Unione, al di là dei trattati e dei regolamenti. Bisogna esser consapevoli di questa situazione, altrimenti continueremo a perderci in una fitta nebbia di chiacchiere e la “tempesta perfetta” europea si aggiungerà a quella americana con effetti di irrimediabile devastazione.

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Poche osservazioni sulla situazione italiana, che registra un progressivo peggioramento a fronte del quale le reazioni del governo sono pressoché inesistenti.

Per fronteggiare alcuni segnali di rischio incombenti e una storica fragilità patrimoniale del sistema bancario italiano, il governo ha mobilitato 12 miliardi, nove dei quali già prenotati da Unicredit, Banca Intesa, Monte Paschi e Ubi. Sono i famosi Tremonti-bond, prestiti a scadenza pluriennale assistiti da obbligazioni con un tasso medio dell’8 per cento a favore del Tesoro che le sottoscriverà. Con una procedura contabile che è arduo spiegare per la sua macchinosità, questi crediti del Tesoro non compariranno nel bilancio dello Stato. Le risorse necessarie saranno chieste al mercato con altrettante emissioni di Bot. Ci sarà uno scarto a favore del Tesoro tra il tasso riconosciuto ai sottoscrittori di Bot e quello pagato dalle banche emittenti dei Tremonti-bond. Insomma il Tesoro ci guadagnerà.

Si dovrebbe dire dunque bravo Tremonti, che in tempi di magra riesce a cavar sugo perfino dalle rape, se non fosse che l’intera operazione (che i media di bandiera hanno esaltato come un miracoloso toccasana) è completamente inutile. Le banche dovrebbero rafforzare il proprio capitale e rilanciare il credito alle piccole-medie imprese. Con i Tremonti-bond aumentano i propri debiti e pagano molto cara questa raccolta. Per di più essa ha una destinazione obbligata: deve esser destinata alle Pim.

Poiché il costo è dell’8 per cento, quale sarà il tasso chiesto alle Pim? Se il Tesoro vuole guadagnare tra il 3 e il 4 per cento in questa operazione, è probabile che le banche spuntino un margine analogo a carico della clientela, cioè impongano un tasso del 12 per cento più gli oneri fiscali. Con questa operazione si sostiene di aver rafforzato il sistema bancario italiano nel quadro della peggiore crisi europea degli ultimi settant’anni? Ci prendete tutti per imbecilli?

Nel frattempo l’Enel, che ha fatto troppi debiti, è costretto a lanciare un aumento di capitale che il Tesoro non sottoscriverà per la quota che ancora possiede. Il mercato ha reagito negativamente. Non era proprio l’Enel il titolo che Berlusconi ha più volte consigliato di comprare, insieme all’Eni, che anch’esso non naviga con la bandiera al vento? Il nostro “premier” non dovrebbe più pronunciar parola perché ogni volta che parla fa danni gravi alla credibilità sua e del paese che rappresenta. Invece la sua loquela esonda e infatti la nostra credibilità all’estero è sotto zero. Basta parlare con uno qualunque degli ambasciatori stranieri accreditati a Roma per averne conferma.

Speriamo che la crisi monetaria e bancaria dell’Est europeo sia arginata. Se così non fosse per far fronte alle sue ripercussioni in Italia ci vorrà ben altro che i Tremonti-bond. In ogni caso noi non siamo in grado di partecipare all’inevitabile rifinanziamento del sistema europeo. Perciò il nostro peso, già assai modesto nell’Unione, diminuirà ancora.

Per fortuna la bandiera nazionale, oltreché dall’Alitalia di Colaninno, continuerà a sventolare per merito del cuoco Michele e del chitarrista Apicella, intrattenitori apprezzati anche dai capi di governo stranieri quando vengono a Roma per vedere il Papa e il Presidente della Repubblica e fare poi sosta un paio d’ore a Palazzo Grazioli per gustare qualche manicaretto di Michele e ascoltare qualche canzone del chitarrista.

La nostra vocazione è la pizza e il mandolino. Ed un attore comico vestito da dittatore. Questo è il copione della commedia all’italiana e questo infatti va in scena anche in tempi di tempesta.

Fonte: Repubblica – Eugenio Scalfari