Il Divo Giulio, il Gobbo, Belzebù, in una parola sola: Andreotti. In tanti anni di vita politica ha incarnato di volta in volta il male assoluto e il salvatore della patria. Una personalità sfuggente, complessa, misteriosa la sua. Difficile, se non impossibile, da comprendere. Lo si accusa da sempre delle peggiori atrocità della storia italiana, lo si sospetta di essere a conoscenza di tutti i misteri d’Italia. Non si contano i teoremi che lo vedevano associato alla P2, alla Mafia, alla Cia, al Vaticano, insomma: a tutti i poteri occulti che hanno operato in Italia dal dopoguerra ad oggi. Eppure non si è mai potuto provare nulla. E’ un caso unico e inspiegabile il suo: raramente nella storia si è visto incarnato in un solo uomo tanta innocenza e tanta colpevolezza.
Statista di primissimo piano, politico spregiudicato e di successo, intellettuale colto, raffinato e dalla battuta pronta: Andreotti è stato questo è molto altro. Ma dietro la facciata pubblica c’è l’enigma insoluto e insolvibile dell’uomo Giulio: il segreto meglio custodito da Andreotti. Forse Andreotti è veramente l’uomo cinico, distaccato e freddo che ci presenta Paolo Sorrentino nel suo film “Il Divo”, e forse le scene di vita domestica raccontante nella pellicola non sono così lontane dalla realtà. Sorrentino sceglie di dare di Giulio Andreotti un ritratto contraddittorio: da un lato l’uomo pubblico e la sua “corrente politica” – presentata come un guazzabuglio di personaggi corrotti e discutibili –, dall’altro un uomo grigio, estraneo a qualsiasi tipo di slancio umano, attaccato ad una dimensione domestica fatta di abitudini mediocri e rassicuranti, lontanissime dagli eccessi dei suoi colleghi della prima repubblica. Un ritratto ispirato forse dalle parole che Aldo Moro, durante il suo sequestro, indirizzò sotto forma di lettera al senatore a vita Andreotti: “Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice”. Sorrentino decide di raccontare la vita di quest’uomo – che per buona parte della storia d’Italia è stato il centro assoluto del potere politico – con una buona dose di ironia e in assoluta onestà. Il linguaggio che sceglie di usare è coraggioso, sperimentale, dissacrante. Ne risulta un film equilibrato e, per molti versi, perfetto. La qualità delle parti – a cominciare dalla colonna sonora, fino alla post produzione grafica (una nota particolare va dedicata all’interpretazione magistrale di Toni Servillo) – è a livelli altissimi, inconsueti in Italia. E’ uno di quei film che mettono in imbarazzo i critici cinematografici incapaci di trovare difetti rilevanti. Un affresco cinematografico così potente della nostra storia recente e per di più firmato da un regista italiano era qualcosa che non speravamo di poter vedere. E’ la riconferma, se mai ce ne fosse bisogno, che è in atto in Italia un vigoroso risveglio della settima arte. Per chiunque si prenda la briga di guardare la pellicola con occhio critico appare evidente che “Il Divo” sia un vero e proprio capolavoro. E’ chiaro a tutti insomma, tranne ai critici francesi, esentati dall’obiettività per sciovinismo.